Una vita – Une vie

Una vita – Une vie


Stéphane Brizé

Drammatico | Belgio, Francia
(2016)
“Une vie” è la trasposizione del romanzo d’esordio di Guy de Maupassant, già portato sullo schermo da Alexandre Astruc nel 1958. Ambientato in Normandia ai primi dell’Ottocento, racconta la vita infelice e costellata di delusioni di Jeanne (la bravissima Judith Chemla), nobildonna costretta a un matrimonio di convenienza con un uomo che la tradirà, e che verrà poi sfruttata dal figlio. La sua vita non è “né bella né brutta” (epigrafe di Maupassant ripresa da Brizé); per le due ore del film, assistiamo alla materialità dell’esistenza che si accanisce su di lei con la crudele indifferenza di un cataclisma naturale.

Una caratteristica stilistica evidente contraddistingue il cinema di Brizé, e non sembra esser stata adeguatamente rilevata nelle letture critiche dei suoi film. Uno stilema che caratterizza “Une Vie” allo stesso modo dei precedenti lungometraggi che abbiamo avuto modo di vedere (“Quelques heures de printemps”, 2012; “La legge del mercato“, 2015 – l’unico sinora distribuito in Italia). Si tratta della predilezione per l’inquadratura di profilo. Brizé inquadra i suoi personaggi di taglio, in una messa in scena perpendicolare ai volti. I primi piani ravvicinati, per il resto, aderiscono ad un uso corrente, così come il ricorso alla camera a mano e al long take. Brizé tendenzialmente rifiuta la classica alternanza di campo e controcampo, cui predilige il movimento fluido e senza stacchi da un volto all’altro all’interno della medesima inquadratura. E questi volti sono, appunto, quasi sempre ripresi di profilo. Il cinquantenne regista francese padroneggia (e affina di film in film) un modo di fare cinema al passo con i tempi, ma vi aggiunge questa distintiva nota personale. Il rigetto della più abituale inquadratura di tre quarti, così come della frontalità (che, quando fa la sua comparsa, acquisisce in Brizé il valore di un’epifania) è straniante, perché da un lato il primo piano fa sì che si mantenga comunque un’alta intensità emotiva, ma d’altra parte quei volti visti di profilo ci fanno quasi sentire degli intrusi.

C’è poi un secondo stilema, cui Brizé ricorre insistentemente in “Une vie”, che si coniuga splendidamente all’uso magnifico delle ellissi temporali. È lo sganciamento ricorrente fra immagini e sceneggiatura (firmata dallo stesso regista insieme a Florence Vignon, sua collaboratrice di lunga data). Per tutto il film, spesso le immagini staccano rispetto ai dialoghi in corso, e prendono una via separata. Mentre fuori campo continuano i dialoghi, con scambi di battute a volte anche prolungati, le immagini raccontano altro. Non sempre si tratta di flashback o di vicende correlate ai dialoghi. Più spesso si tratta di scene che avverranno di lì a poco, o in cui, semplicemente, si racconta altro rispetto a quanto detto nei dialoghi. Brizé scinde insomma la narrazione aprendo e poi chiudendo di continuo due binari narrativi paralleli, uno visivo e uno verbale.
Come si vede, l’analisi stilistica del film meriterebbe uno studio approfondito, ma una sola visione è comunque sufficiente a confermare l’originale talento di Brizé, nome sinora forse sottostimato che meriterebbe di essere appuntato come autore con la A maiuscola.

Sorprende, da un altro punto di vista, che un autore i cui ultimi film si erano fatti notare per una notevole attenzione verso i risvolti etici di tematiche sociali di urgente attualità (dall’eutanasia alla precarietà del lavoro) abbia voluto intraprendere con questa nuova opera la strada del film “in costume” trasponendo un classico della letteratura francese dell’Ottocento. Una scelta spiazzante e coraggiosa. Un’affinità tra la vicenda di Jeanne e quella dei protagonisti dei due precedenti film, entrambi interpretati da Vincent Lindon, c’è senz’altro, dal momento che si tratta in tutti i casi di personaggi deboli e schiacciati da regole sociali opprimenti e inique. Si tratta però di un aggancio piuttosto labile. E in ogni caso vien meno, nella storia di Jeanne il cui dramma è tutto introspettivo, il dilemma etico che caratterizzava i film precedenti. Sia Alain in “Quelques heures de printemps” sia Thierry in “La legge del mercato” si trovavano costretti a fare i conti, mentre erano afflitti da svariate avversità, con la necessità di assumere inequivocabili scelte morali nei confronti del prossimo. Non è questo il caso di Jeanne.

Brizé ha voluto variare. La scelta di confrontarsi con un mostro sacro della letteratura e con l’ambientazione ottocentesca tra l’altro non è così comune in Francia (anzi molto meno che in Italia) e non sempre ha dato risultati convincenti (successivamente alla Nouvelle Vague, sono pochi i film francesi memorabili con ambientazione pre-novecentesca. Truffaut a parte, i risultati migliori sono riusciti forse solo a Pialat).

Ciò per cui si distingue “Une vie” – e per cui noi ci sentiamo di premiarlo e di raccomandarlo caldamente – risiede nella capacità di raccontare l’Ottocento svecchiandone le coordinate visive che a quel secolo sono state cucite addosso. Brizé non solo ricorre ad un’indubbia maestria registica (l’uso delle ellissi è, fra le altre cose, come detto assolutamente magnifico), ma a quello stile assai personale, e moderno, su cui sopra ci siamo dilungati. Il risultato più interessante conseguito da Brizé è precisamente quello di essersi confrontato con una materia tutto sommato abusata – il dramma femminile in costume – lavorandovi dall’interno su un piano squisitamente stilistico per modernizzarla e renderla incandescente e come nuova ai nostri occhi. Un esercizio formale che si fa immediatamente sostanza, in quanto teso a rendere de-illustrativo il cinema ispirato a una fonte letteraria classica, per proporne le tematiche come veracemente attuali. Il tentativo, in gran parte riuscito, è quello di de-subordinare il film rispetto alla fonte letteraria senza tradirla (la trasposizione, infatti, è di grande fedeltà), ma facendone comunque opera autonoma, capace di rinnovarne l’universalità, che è quella che appartiene ai grandi classici.
Per queste ragioni “Une vie” si rivela tutt’altro che film semplicemente “bello” e di raffinata eleganza formale, quale può apparire soltanto a uno sguardo superficiale. Recepirlo in questi termini significherebbe non aver colto il senso profondo dell’operazione condotta da Brizé, riducendola a un banale e raffinato esercizio illustrativo, quando ne è precisamente l’opposto.

06/09/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Une vie
Durata
119'
Produzione
CN5 Productions, F Comme Film, France 3 Cinéma, TS Productions, Versus Production
Sceneggiatura
Stéphane Brizé, Florence Vignon
Fotografia
Antoine Héberlé
Scenografie
Valérie Saradjian
Montaggio
Anne Klotz
Costumi
Madeline Fontaine

Trama

Tratto dal primo romanzo di Guy de Maupassant, Una vita, Une Vie segue le vicende di una giovane aristocratica di nome Jeanne, nell'intero arco della sua esistenza. Appena uscita da un collegio religioso della Normandia nel 1819, Jeanne (Judith Chemla) riempie le sue giornate di sogni adolescenziali e innocue fantasie sul futuro, alimentando un'indole di per sé infantile e una visione del mondo pura e innocente. Più tardi, anche quello sbocciato come fragile amore platonico per l'affascinante Julien de Lamare (Swann Arlaud), visconte locale e abbiente proprietario terriero, si trasforma in una concreta promessa di matrimonio.
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt