Villetta con ospiti

Villetta con ospiti


Ivano De Matteo

Drammatico | Italia
(2020)

villetta con ospiti

Se il nuovo di Ivano De Matteo, che per la prima volta sposta sguardo e storia nel Nordest italiano, si fosse intitolato “La congiura dei colpevoli”, certo saremmo stati assai vicino alla verità delle intenzioni. Perché nelle ventiquattr’ore di questa narrazione, che vira dall’esterno giorno al (cupo) interno notte, è chiara la volontà di lavorare sul senso di colpa – vero o presunto che sia – trattandolo come un fardello interiore che può fare da contrappeso a un orrore esteriore. “Villetta con ospiti”, scritto a quattro mani con la compagna di una vita Valentina Ferlan, non soltanto insiste su questo dualismo, ma ne acuisce il significato, sovrapponendo due aspetti assai diversi del tanto sbandierato bisogno di difendersi: da un lato poter preservare il proprio intimo; dall’altro essere liberi di muoversi e agire entro gli spazi della “propria” proprietà privata.

Ma in questo piccolo borgo in cui i ricchi producono vino da generazioni e i loro factotum vengono da altri paesi, dalla Romania nella fattispecie, e sognano, a titolo diverso, la possibilità di una vita migliore entro i confini della nostra scalcinata penisola, i rapporti di subalternità possono, in virtù della stretta vicinanza quotidiana, farsi opachi, rischiare di mescolarsi, mettendo a repentaglio i ruoli sociali. E sì, perché curiosamente, “Villetta con ospiti” fa venire in mente il “Parasite” di Bong Joon-ho, non soltanto per l’evidente conflitto di classe dipinto, ma pure per questa idea tanto semplice quanto geniale di porre gli interpreti della scala sociale letteralmente, e quindi fisicamente, su livelli diversi. Se nel capolavoro sudcoreano gli ultimi erano costretti a vivere nel sottoscala di un palazzo fatiscente o nella cantina bunker di una casa da sogno, ecco che la villa della famiglia Tamanin si sviluppa costantemente verso l’alto, innervata com’è da una enorme e pomposa scala che pare non aver fine; mentre l’abitazione di Sonia e Adrian (rispettivamente madre e figlio rumeni) è una sorta di ammezzato che il ragazzo definisce “un posto orrendo che ci fa vivere sotto terra con i topi”.

E forse questo è davvero il miglior pregio del film di De Matteo; la messa in scena disturbante, l’idea di un paese piccolo stretto entro i confini di un bosco selvatico, un non-luogo dove i meccanismi sociali si ripetono stancamente e stancamente ripropongono le proprie nefandezze: tradimenti, corruzioni, violenze e falsità. E in questo scenario si innesta un giallo in cui non si deve scoprire l’assassino. Perché, tornando al possibile titolo iniziale di hitchcockiana memoria, l’interesse del regista sta nelle reazioni alle azioni più che alle azioni in sé. Il responsabile è nell’aria; la colpa regina consiste nella volontà di preservare ad ogni costo lo status quo.

Ma dove pecca, allora, il lodevole tentativo di De Matteo? In uno sbilanciamento, si potrebbe dire. In un soggetto che ha la meglio sugli interpreti, appiattendoli o facendone dei cliché. Per una Cescon in parte, madre frustrata e cittadina volenterosa, ecco un Marco Giallini sfuggente (e andrebbe anche bene), ma incapace di indossare una vera maschera tragica; per una Cristina Flutur, immigrata madre coraggio, potente e in parte, ecco il solito limite di tanto cinema italiano che si ostina a dipingere il personaggio adolescente di turno in maniera goffa e approssimativa (è il caso della figlia ribelle Beatrice Tamanin). A far da raccordo, il prete vizioso di Vinicio Marchioni, i cui toni dimessi finiscono per farlo evaporare, e il poliziotto napoletano di Massimiliano Gallo, che nell’intimità costruisce galeoni come Dylan Dog, ma quando è in servizio non smette un momento di ricordarci il posto dal quale arriva (il Sud, Napoli?) dove la legalità va sempre (obbligatoriamente) a braccetto con la corruzione.

“Villetta con ospiti” resta un luogo malsano che non riesce a far ammalare a sufficienza i suoi abitanti. Ci sarebbe voluta più cattiveria; ci sarebbero voluti meno silenzi; ci sarebbe voluta una dose in più di quella rabbia che forse solo Adrian (Tiberiu Dobrica) a tratti riesce a far risaltare. Il risultato è allora agrodolce, e sa tanto di occasione persa. Un amaro in bocca solo in parte compensato dal bel finale girato all’alba del nuovo giorno nel quale la becera narrazione quotidiana di tanta politica da propaganda viene ribaltata: il movimento illegale è per uscire dai nostri confini, non per entrarci. Le vite e la morte di tanta gente restano un affare da gestire di nascosto, fuori dalla legalità, oltre la legalità.

02/02/2020

Cast e credits

Distribuzione
Academy Two
Durata
88'
Produzione
Les Film D'ici, Odeo Drive, Rai Cinema
Sceneggiatura
Ivano De Matteo, Valentina Ferlan
Fotografia
Maurizio Calvesi
Scenografie
Sonia Peng
Montaggio
Marco Spoletini
Musiche
Francesco Cerasi
Costumi
Grazia Colombini

Trama

Nordest italiano. Una famiglia altoborghese fa il bello e il cattivo tempo, mentre un'altra, di immigrati rumeni, è in cerca della propria integrazione. Un noir di provincia cupo e senza riscatto.
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