Welcome to New York

Welcome to New York


Abel Ferrara

Drammatico | Francia, Usa
(2014)

Abel Ferrara è sempre stato un regista controverso, avvezzo agli scandali e a mettere in scena soggetti maledetti: al Festival di Cannes, dove “Welcome to New York” è stato proiettato in anteprima fuori concorso, non sono mancate sia le code per poterlo vedere sia le polemiche. Il ventesimo lungometraggio del regista americano ricalca la bufera mediatica che travolse nel maggio del 2011 Dominique Strauss-Kahn, allora direttore del Fondo Monetario Internazionale, sebbene i nomi siano stati opportunamente modificati. Un cartello prima del film ci dice che il caso Strauss-Kahn è stato solo di ispirazione per una storia che reinventa quegli eventi: a riprova del fatto che assisteremo a una rappresentazione, nella prima sequenza si inscena una conferenza stampa in cui Gerard Depardieu parla dei motivi per il quale disprezza i politici e le persone di potere, pur essendo interessato a interpretarli.

A dominare l’ultima fatica di Ferrara – in attesa di vedere il risultato del suo film su Pier Paolo Pasolini – non è quindi lo skyline della sua amata/odiata New York, quanto piuttosto il fisico ingombrante e sfatto di Depardieu. Quella pancia così gonfia da aver assunto quasi una dimensione propria, come se fosse separata rispetto al resto del corpo, sembra la perfetta metafora della voracità di George Devereaux, la maschera fittizia dietro la quale si cela la figura di Strauss-Kahn. Dell’imagerie del corpo grottesco il ventre ne è uno dei topoi, poiché è in contatto col mondo esterno, soprattutto se esorbita come nel caso dell’attore francese; le sequenze che enucleano tale discorso sono essenzialmente tre: la performance sessuale di Devereaux, quando spinge la testa di una prostituta sul suo sesso nascosto dal girovita, quando esce dal bagno nudo, davanti alla cameriera entrata per rassettare la camera, e, infine, quando viene fatto spogliare per l’ispezione in galera. Devereaux è un sesso-dipendente e, per lui, ogni donna è un oggetto sessuale da possedere con le buone o con le cattive: se nel primo caso, i soldi e il potere gli garantiscono la possibilità di avere tutte le donne a pagamento che vuole, nel secondo caso, l’umile cameriera si rifiuta di sottostare a un sopruso gratuito, condannando l’uomo alla gogna pubblica e a vedere smantellata l’aura di intoccabilità che credeva di avere. Devereaux, in ogni caso, se ne sta barcollante al centro della scena col suo corpo grottesco, a grugnire come un gorilla in calore, più animale che uomo. La differenza tra queste immagini e quelle de “Il cattivo tenente“, a cui si rifanno, non consta solo nelle proporzioni dei fisici di Harvey Keitel e di Gerard Depardieu, ma anche nell’oscura dannazione che emanava il drogato personaggio ferrariano del 1992.

A ben vedere, attraverso la fotografia fortemente contrastata di Ken Kelsch che dipinge la fredda promiscuità in cui vive il protagonista, lasciando la luce del giorno ai momenti del processo (quando la verità viene a galla), insieme alla brutale interpretazione di Depardieu, si intuisce la sentenza che Ferrara ha già emesso nei confronti del suo personaggio: nell’austerità programmatica dello stile dell’autore de “Il cattivo tenente” vi è la spia di un progetto filmico riuscito solo parzialmente. Nell’ultima parte, quando ai grugniti animaleschi si sostituiscono le solitarie elucubrazioni del personaggio, facendo emergere la sua matrice umana, diviene urlata la metafora banale e morale di cui Ferrara si è servito per comporre la sua riflessione sul potere: Devereaux, l’idealista sconfitto che si è lasciato andare alle sue ossessioni e ai suoi vizi, non potendo effettivamente modificare il sistema, ne è divenuto parte integrante, con tutti gli effetti collaterali di sorta. Seguendo questo schema, l’inquisitoria del regista newyorkese perde sostanza filosofica, rimanendo interessante solo a tratti, nelle sue accensioni più carnali, per poi smarrirsi in mezzo a semplificazioni psicologiste e a dialoghi ridondanti. A questo Caligola contemporaneo manca la carica dirompente ed eversiva dell’ultimo Scorsese, aspetti che hanno fatto del “Wolf of Wall Street” la sineddoche di un sistema capitalistico pervertito e malato, eppure seducente proprio per la gratuità e la facilità con cui si possono soddisfare i proprio desideri anche quando superano la soglia dell’abiezione. 

23/05/2014

Cast e credits

Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
120'
Produzione
Belladonna Productions, Wild Bunch
Sceneggiatura
Abel Ferrara, Christ Zois
Fotografia
Ken Kelsch
Scenografie
Tommaso Ortino
Montaggio
Anthony Redman
Costumi
Ciera Wells

Trama

Devereaux è un uomo molto potente. Un uomo che gestisce miliardi di dollari al giorno e che controlla il destino economico delle nazioni. Ma Deveraux è anche un uomo posseduto da un irrefrenabile e insaziabile appetito sessuale. Un uomo che sogna di salvare il mondo ma che non è in grado di salvare sé stesso, un uomo terrorizzato, un uomo perso. Deveraux è un uomo al comando del mondo, che vedrete precipitare nel vuoto.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli