Cous cous

Cous cous


Abdellatif Kechiche

Commedia | Francia
(2007)

“Le graine et le mulet” ovvero la semola e il muggine (o cefalo), ingredienti basilari per la preparazione del cous cous di pesce, specialità della cucina maghrebina.

La semola e il cefalo come titolo evocativo di elementi puri, sapori e odori di una cucina semplice, genuina e non artefatta.

E il metodo utilizzato da Kechiche è questo: portare sul grande schermo persone semplici, radicate a culture e tradizioni non ancorate a tutti i costi ai vertiginosi ritmi che impone la società contemporanea. Per farlo si affida ancora una volta a un cast composto da un’affiatata compagnia di attori non professionisti.

Dati che conducono a un esplicito omaggio al nostro neorealismo? Se è indubbia l’influenza che questo movimento ha avuto sulla formazione di Kechiche, e se quest’ultimo ha citato un film come “Ladri di biciclette” tra i suoi punti di riferimento, sarebbe alquanto riduttivo rilegare questa sua opera a quel cinema che fu.

E se il mosaico sembra muoversi tra Altman (per come riesce a tenere in pugno una gran mole di personaggi) e Guèdiguian (per l’ambientazione periferica marsigliese), e se il calore umano emanato dai personaggi è degno del miglior Almodòvar (quello di “Volver”, per intenderci), il film appartiene in realtà solo al suo autore, capace di far coabitare ricordi adolescenziali con amare esperienze di vita.

Lavoro autobiografico, dunque, tanto che doveva in un primo momento essere ambientato a Nizza, luogo che ha visto crescere il cineasta, e il ruolo di Slimane era stato scritto pensando a suo padre, pronto anche a vestire i panni dello stesso. Deceduto papà Kechiche durante le riprese de “La schivata”, il progetto fu accantonato. Ripreso successivamente, avrebbe dovuto avere per attore principale Mustapha Adouani, già notato in “Tutta colpa di Voltaire”, ma si ammalò. Questa realtà “verghiana”, riscontrabile nel film stesso, portò il regista a essere conquistato dal ricordo di uno dei migliori amici del padre, Habib Boufares, in realtà un semplice operaio che non aveva mai recitato prima di allora. L’ambientazione fu spostata da Nizza a Marsiglia, e precisamente nei pressi del porto di Sète, microcosmo che interagisce silenziosamente con i personaggi del film.

Stupisce innanzitutto il modo in cui il regista maghrebino riesce ad andare ben presto oltre le barriere che attanagliano suoi colleghi immigrati, ovvero quelle di crogiolarsi in denunce razziali viste e riviste: gli scontri prima lavorativi, poi burocratici di permessi e licenze sono gli stessi che ogni umile e comune cittadino può incontrare sulla propria strada. Certo, ci si pone dalla parte di coloro che non hanno il potere in pugno, ma si narra la volontà di una rivincita, partendo da presupposti quasi fiabeschi: la costruzione di un ristorante su di un vecchio barcone destinato alla demolizione.

Si comincia e si prosegue con piccoli e grandi azioni che siano esse di vitale importanza o futili. E’ dai piccoli gesti che emergono le psicologie dei tanti personaggi, ognuno dei quali con un proprio perché, con un qualcosa da dire per la costruzione del mosaico. Lo spettatore è immerso in sequenze spesso molto lunghe. Prendiamo i volti, le parole, i gesti, il cibo, i dettagli che decorano il pranzo familiare: un tuffo a capofitto nella semplicità, tanto credibile da renderci partecipi e interessati anche alla più banale delle parole esposte.

Questa pellicola che abbraccia più generazioni, mettendo in risalto soprattutto le ragioni femminili, deve ringraziare ognuno dei (non) attori che ci accompagnano lungo questo viaggio, e che il doppiaggio italiano non può che mortificare; tutti sottoposti a intense e lunghe prove che hanno permesso al meglio di modellare le proprie caratteristiche, senza per questo, a differenza di quanto può sembrare ai nostri occhi, grandi margini di improvvisazione.

Questo gran romanzo dall’ampio respiro ci porta con perenne passione alla serata inaugurale (che è al contempo un severo banco di prova), dove un intoppo che potrebbe sfociare in un asso da commedia degli equivoci riesce ad essere virato in un gioco di suspense hitchcockiana. Strepitosa ancora una volta la maestria di Kechiche che riesce a mescolare sapientemente i suoi ingredienti che esplodono nella travolgente danza del ventre della quale si è tanto parlato. Ed è qui che sale alla ribalta la vera rivelazione del film: la giovanissima Hafsia Herzi, fino ad allora già impagabile forza della natura, interagisce con la mdp, ammaliata come lo spettatore dai suo movimenti in un rito a suo modo orgiastico, e comunque di brillante sensualità. Illuminante.

“Cous Cous” è l’ideale commedia umana dei nostri tempi.

05/05/2008

Cast e credits

Titolo Originale
La Graine et le Mulet
Distribuzione
Lucky Red
Durata
151'
Produzione
Claude Berri per Hirsch, Pathé Renn Production
Sceneggiatura
Abdellatif Kechiche
Fotografia
Lubomir Bakchev

Trama

L'anziano e taciturno Slimani Beiji viene licenziato dal suo lavoro di operaio portuale. Padre di famiglia divorziato, fa di tutto per aprire un "ristorante galleggiante" che possa innanzitutto garantire un futuro ai figli. Viene aiutato dalla volenterosa Rym, figlia della sua attuale compagna. Gli imprevisti non mancheranno...
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