Father and Son

Father and Son


Hirokazu Kore-eda

Drammatico | Giappone
(2013)

Nell’era della comunicazione globale accade sempre più di rado che si assista a un film senza un bagaglio di conoscenze più o meno approfondito sull’autore di turno. La purezza dello sguardo è merce rara, e per questo la presenza di un’opera che permette allo spettatore contemporaneo di recuperare parte di una genuinità compromessa dal surplus informativo meriterebbe di essere salutata con il massimo dei favori. A questa casistica appartiene suo malgrado “Like Father, Like Son” di Hirokazu Koreeda, regista giapponese e uomo di cinema a tutto campo, se è vero che in una carriera più che ventennale, divisa tra lungometraggi, serie tv e documentari di vario genere e argomento, niente o quasi è giunto dalle nostre parti.

A interrompere il digiuno e a convincere gli esercenti a una distribuzione anche italiana, ci volevano la visibilità offerta dalla vetrina cannense e il premio alla miglior regia assegnato a Koreeda dal collega Steven Spielberg nell’edizione del festival appena conclusa. D’altronde non poteva essere altrimenti, considerato che “Like Father, Like Son” attraverso la struttura di un racconto incentrato su uno scambio di bambini, sottratti ai rispettivi genitori al momento della nascita, e sulle conseguenze che la scoperta del misfatto comporterà nella vita di due famiglie, mette in scena uno dei temi più cari al regista americano, quello dell’infanzia, qui trasposta nel rapporto tra un padre, Ryota, artefice di una vita dedicata al lavoro e al prestigio sociale, e Keita, figlio gentile e sensibile. Dopo aver appreso la notizia dello scambio e aver conosciuto il figlio biologico e la famiglia che lo ha cresciuto, Ryota dovrà scegliere se ripristinare le condizioni di partenza, privilegiando la tradizione e i legami di sangue con il ritorno a casa del figlio naturale, oppure dare corso ai sentimenti e all’affetto per Keita, lasciando tutto come prima.

Curiosamente anticipato da altri due film analogamente imperniati sullo stesso argomento (“Il figlio dell’altra” e “I figli della mezzanotte“) “Like Father, Like Son” se ne distacca sia dal punto di vista dei significati che di quello della messinscena. Koreeda infatti non sente la necessità di contestualizzare la vicenda all’interno di un processo storico e politico ben preciso, come era accaduto nei due film precedenti, né eventualmente di utilizzare la dialettica interna per vagheggiare il ritorno a un’esistenza più a misura d’uomo, attraverso il contrasto tra le due famiglie: quella agiata e benestante di Ryota, integrata nella modernità produttiva del paese ma compressa dalle conseguenze di quei ritmi, contrapposta all’altra, quella dei Saiki, felicemente umile e spudoratamente naif. Certamente è impossibile non vedere negli sviluppi della narrazione, e nel confronto tra il carattere chiuso e rigoroso di Ryota con quello sgangherato ma pieno di slanci del suo “contraltare”, una propensione nei confronti di uno stile di vita meno formale e più rispettoso delle regole del cuore. Ma ciò che importa veramente a Koreeda, per una società abituata a far convivere il vecchio e il nuovo, non è quello di rimarcare una linea di separazione tra gli uomini e il mondo, comune a tante storie del nostro cinema, rafforzando le differenze e l’incomprensione reciproca, bensì esattamente il contrario. A dircelo è il modo in cui ci restituisce le sequenze dedicate agli spostamenti che permetteranno alle due famiglie di conoscersi, con il tragitto coperto dalla macchina di Ryota per raggiungere il sobborgo dove vivono i Saiki, realizzata in campo lungo e con un tempo espanso a enfatizzare l’importanza del momento, e la consapevolezza di un isolamento, quello di Ryota e della sua famiglia, chiusa nella torre d’avorio di un appartamento bello ma freddo (“sembra un hotel”, afferma a un certo punto Ryota riferendosi al lusso del proprio appartamento) che sta per giungere al termine. E anche l’amena semplicità da acquarello che riprende la scampagnata al fiume, in cui il ritrovato contatto con l’ambiente naturale va di pari passo con l’apertura verso “l’altro”, sancita dai volti dei protagonisti sorpresi ma felici di ritrovarsi a quel punto, immortalati nella foto di gruppo, che, non a caso, fa bella mostra di sé nella locandina del film.

Ma “Like Father, Like Son” è anche la bravura di un regista capace di far convivere la vicenda collettiva, quella che coinvolge ogni membro della famiglia, con un’altra, più intima e personale che appartiene a Ryota, chiamato a fare i conti con i traumi di un’infanzia solitaria e sofferta, rivissuta nelle vicissitudini dei due bambini, smarriti in una vicenda che rischia, come successe a lui, di allontanarli per sempre da coloro che amano. Koreeda filma in punta di piedi, riuscendo a mantenersi in bilico tra lirismo emotivo e gusto della rappresentazione. Del suo film stupisce la presenza di uno sguardo intimo sulle vite dei personaggi e allo stesso tempo il pudore con cui il regista le ha restituite sullo schermo.

Tenero e commovente, “Like Father, Like Son” è una pellicola di intensa umanità. E’ un gesto di pace e di poesia. Averlo premiato in un’edizione così importante del Festival di Cannes è stata la testimonianza di una corrispondenza a cui anche noi ci sentiamo di partecipare.

28/06/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Soshite chichi ni naru
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
120'
Produzione
Fuji Television Network, GA GA communications
Sceneggiatura
Hirokazu Koreeda
Fotografia
Mikiya Takimoto
Scenografie
Keiko Mitsumatsu
Montaggio
Hirokazu Koreeda

Trama

Ryota e sua moglie scoprono che il loro figlio è stato scambiato al momento della nascita con quello di un altra famiglia. Sconvolti dalla notizia decidono di incontrare i genitori del bambino
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