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Happy End

di Michael Haneke

drammatico, Francia/Austria/Germania (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Jean-Louis Trintignant, Isabelle Huppert, Toby Jones, Anne Laurent, Mathieu Kassovitz

regia:
Michael Haneke

distribuzione:
CINEMA

durata:
107'

produzione:
ARTE France Cinéma, France 3 Cinéma, Les Films du Losange, Wega Film, X-Filme Creative Pool

sceneggiatura:
Michael Haneke

fotografia:
Christian Berger

montaggio:
Monika Willi

costumi:
Coralie Sanvoisin

Happy End | Recensione | Ondacinema

Happy End

di Michael Haneke

drammatico, Francia/Austria/Germania (2017)

di Giancarlo Usai

Voto: 9.0

A un certo punto, monsieur Georges Laurent, il decano della famiglia, ridotto su una sedia a rotelle dopo un tentativo di suicidio andato male, si rivolge alla nipotina, in verità ben poco amata, e le racconta il suo passato: le sussurra di una bella storia d'amore vissuta con sua moglie che, a un certo punto della vecchiaia, si è ammalata fino a perdere completamente l'autosufficienza. E così, dopo tre anni di sofferenze "indicibili e assurde", era stato proprio Georges a soffocarla, per altro non pentendosene minimamente. Ecco qui, dunque, con la voce e il volto dello stesso attore, ovvero il monumentale Jean-Louis Trintignant, che i fili del discorso narrativo del cinema di Michael Haneke si ricollegano tutti gli uni agli altri.

Il vecchietto che giustiziava per amore sua moglie in "Amour", e poi come vittima di una forma di auto-annientamento, scompariva nel nulla al termine del film di cinque anni fa, ora ricompare, sotto mentite spoglie, in un gioco di specchi e di divertiti richiami al passato, vezzi che tanto piacciono al regista austriaco, o almeno gli piacevano nella prima parte della sua carriera. Ovviamente "Happy End" non ha nulla da spartire con "Amour", e il personaggio di Georges non è lo stesso. Raccontiamo questo episodio per sottolineare come l'universo del cinema di Haneke continui a navigare in acque assolutamente non comunicanti con nient'altro ci sia in giro nel panorama europeo. È solo un esempio per evidenziare come, pur passando a lavorare da una all'altra opera, così diverse fra loro, il cineasta trapiantato in Francia abbia un fortissimo legame con i suoi personaggi, la sua scrittura, la lente d'ingrandimento assolutamente personale con cui osserva l'umanità contemporanea e i movimenti e tumulti sociali che la circondano.

"Happy End" è ambientato a Calais, nel nord della Francia, una città di 75mila abitanti in cui vive la famiglia Laurent. Più che un normale nucleo familiare, è piuttosto una dinastia decaduta, quella che, oltre al vecchio Georges, annovera anche i suoi due figli, Anne e Thomas (rispettivamente Isabelle Huppert e Mathieu Kassovitz), il marito e il figlio di lei, la seconda moglie e la figlia del primo matrimonio di lui. È in questa città costiera, un non luogo ben distante dalla cosmopolita Parigi, dove vivevano il loro dramma domestico i protagonisti di "Amour", che Haneke sghignazza alle spalle della ricchezza decaduta, ultimo miraggio che ricorda una Francia (e verrebbe da dire un'Europa) in grado di creare lavoro, prosperità sociale, benessere diffuso. La famiglia Laurent non fa nulla di tutto questo: i guadagni diminuiscono e quelli che restano sono frutto di strategie imprenditoriali non sempre limpide e oneste. In più, il lavoro è vissuto con fastidio: è delegato, evitato, rimandato. Meglio che ci pensino i dipendenti, che siano governanti di una casa gigantesca o operai di un cantiere pericolante. E in tutto questo, il cambio dei tempi non viene certo vissuto con serenità e tranquillità. Anzi, pur nel silenzio generale, ogni singolo personaggio che compone l'affresco di famiglia è consapevole della decadenza, morale e patrimoniale, di cui si rende complice e compartecipe. Ma, semplicemente, si guarda all'interno, si fa finta di nulla, si vive in silenzio sperando che la tempesta arrivi più in là nel tempo. Meglio non pensarci, si dicono i fratelli Anne, alle prese con un figlio reietto senza alcun talento se non quello dell'indisciplina, e Thomas, impegnato in una relazione sessuale clandestina con una violinista trasgressiva, ma al tempo stesso scopertosi padre di una figlia tredicenne che torna da lui quando la prima moglie si ammala gravemente.

Haneke, dopo gli ultimi due lungometraggi in cui seguiva fedelmente una linea del racconto in grado di accompagnare lo spettatore scena per scena, torna al suo consueto sadismo, verso il film stesso e verso chi, quel film, lo guarda. Per un'ora ci fa capire pochissimo, le sue scene sono veramente episodiche, scritte con poche battute e fatte recitare sommessamente a ogni interprete. Una cosa, però, la capiamo da subito, da un tono generale, da un insieme di sguardi e di scambi verbali. Il regista flirta decisamente con la commedia, con il lato grottesco e ironico del dramma. Quando la realtà è troppo seria per poter essere affrontata con la dovuta attenzione, meglio riderci su. Ma tra un ghigno e l'altro, arrivano i fendenti allo stomaco: la ragazzina con l'ossessione per lo smartphone che la aiuta a filtrare il reale, suo padre che scrive messaggi erotici all'amante dal computer che tiene in casa, suo nonno che tenta il suicidio con una delle tante auto parcheggiate e inutilizzate nel garage della sua immensa dimora.

Come i fratelli Coen leggono con questi artifici la società americana, Haneke lo fa con quella europea. Il suo dramma, la sua tragedia vira in farsa. Certo, la gravità delle sue riprese è immutata. Non cambia né al chiuso, con l'eleganza della macchina da presa che segue sempre da vicino i volti e i corpi dei protagonisti. Né si modifica all'aperto dove i carrelli laterali e gli inseguimenti alle spalle sono lì a confonderci ancora di più le idee. Ma tutto si scioglie nel finale, nel poderoso pranzo vicino al mare. A quel punto, quando alla porta del ristorante bussa un gruppo di rifugiati sgomberati dalla Giungla, l'enorme campo profughi di Calais, a quel punto, dicevamo, la realtà irrompe nella sceneggiata di famiglia. Lì, noi stessi, pubblico attonito che ha seguito senza un battito di ciglia questo odioso gruppo di personaggi completamente in balìa delle difficoltà quotidiane, ritroviamo il bandolo della matassa. A quel punto, senza svelare troppo di una sequenza finale a dir poco magistrale e che merita di essere vista senza anticipazioni, si apre davanti a noi il senso dell'uomo contemporaneo secondo Haneke. Solo che stavolta, di fronte all'ultima inquadratura, ci lascia con una mezza smorfia sul volto. Non un sorriso, certo. Più che altro la reazione a un'ennesima trovata grottesca capace di trasfigurare la scena. E dunque, eccolo il lieto fine promesso dal titolo: la farsa torna a diventare vita vera, anche se non si può certo parlare di un "e vissero felici e contenti".