CAST & CREDITS

cast:
Mercedes Cabral, Julio Diaz, Jhong Hilario, Maria Isabel Lopez, Coco Martin

regia:
Brillante Mendoza

distribuzione:
The Match Factory, Équation Distribution

durata:
105'

produzione:
Centerstage Productions, Swift Productions

sceneggiatura:
Armando Lao

fotografia:
Odyssey Flores

montaggio:
Kats Serraon

musiche:
Teresa Barrozo

Kinatay | Recensione | Ondacinema

Kinatay

di Brillante Mendoza

thriller, Usa (2009)

di Carlo Cerofolini

Voto: 8.0
Una città che potrebbe essere dovunque ed un giorno come tutti gli altri: il formicaio di persone che si riversa sulle strada senza un ordine apparente enfatizza la casualità di una storia che non sa di essere tale e per questo nasce e si sviluppa seguendo il flusso di quella moltitudine. La telecamera di Brillante Mendoza diventa una lente di ingrandimento che ci permette di distinguere i fatti e le persone, un giorno di festa come quello in cui incontriamo il protagonista in procinto di sposarsi per legittimare il bambino che sta nascendo e poi a seguire, con uno scarto annunciato da un oscurità invadente e tenebrosa, il progressivo deteriorarsi delle certezze che lo stesso regista ci aveva dato rispetto a quel personaggio (solare ed ispirato da sani principi, come la voglia di famiglia ed un futuro lavoro in polizia) coinvolto prima come parte in causa e poi come colpevole spettatore ad una carneficina che dovrebbe essere un regolamento di conti ed invece assomiglia ad uno “snuff movie”, per le efferatezze che la vittima (una prostituta che non ha rispettato i patti) deve subire prima di spirare, e per il modo in cui il regista c’è le mostra, senza il minimo compiacimento ma allo stesso tempo senza risparmiarci nulla i termini di verità e di dolore.

Ispirato da un neorealismo che riesce a far dimenticare la povertà dei mezzi, "Kinatay" (carneficina), potrebbe essere il fratello meno noto ma non per questo meno efficace di altrettanti noir, con un surplus di verità che soltanto cinematografie distanti da quelle occidentali riescono ad avere. Il seme della violenza viene dapprima mascherato ed in qualche maniera attenuato dalla figura del protagonista, contrabbandiere della droga per conto di una spietata banda di criminali, per poi scatenarsi in tutta la sua brutalità quando il giovane retrocede a semplice assistente in quella che diventerà una vera e propria iniziazione, con il sangue che scorre a fiumi e corpi che vengono smembrati senza rispetto e disseminati lungo la strada come il mangime che si dà ai piccioni. Mendoza usa la notte come le note di una partitura in nero, e attraverso giochi di luce riesce a rendere indimenticabile il volto del male senza spiegarlo (i malviventi potrebbero appartenere alla polizia od all’esercito), ma limitandosi a mostrarlo per quello che è, con immagini che non  forzano la realtà, ma allo stesso tempo capaci di diventare l’espressione di quello che non vediamo, dell’abisso che diventa azione concreta, capace di annichilire la materia.

Un film estenuante, per lunghi tratti, soprattutto nella sua parte centrale, quella in cui percorriamo la strada che porterà i protagonisti nel luogo del delitto, allucinatorio, verrebbe da dire lynchiano, per il modo in cui il buio diventa una continuazione dello stato d’animo delle persone, un pozzo oscuro che nutre e si nutre della parte oscura di ognuno di noi; una specie di black out che inghiotte tutto e tutti e poi li restituisce come nulla fosse successo, pronti per riprendere la vita di tutti i giorni, in cui una moglie si è appena alzata e si appresta a riprendere le proprie mansioni domestiche mentre il marito sulla via del ritorno deve fare i conti con un taxi che ha rotto il motore: lui scende, guarda per un momento l’autista ricurvo sul parabrezza, poi con un gesto deciso cerca con lo sguardo un'altra macchina nel traffico che inizia a gonfiare la strada. Intanto la moglie è sempre là ad aspettare, mentre un altro giorno è già cominciato. Presentato in anteprima al Torino film festival, “Kinatay” di Brillante Mendoza è stato premiato come migliore regia all’ultimo festival di Cannes: una scelta azzeccata.