Kinatay

Kinatay


Brillante Mendoza

Thriller | Usa
(2009)

Una città che potrebbe essere dovunque ed un giorno come tutti gli altri: il formicaio di persone che si riversa sulle strada senza un ordine apparente enfatizza la casualità di una storia che non sa di essere tale e per questo nasce e si sviluppa seguendo il flusso di quella moltitudine. La telecamera di Brillante Mendoza diventa una lente di ingrandimento che ci permette di distinguere i fatti e le persone, un giorno di festa come quello in cui incontriamo il protagonista in procinto di sposarsi per legittimare il bambino che sta nascendo e poi a seguire, con uno scarto annunciato da un oscurità invadente e tenebrosa, il progressivo deteriorarsi delle certezze che lo stesso regista ci aveva dato rispetto a quel personaggio (solare ed ispirato da sani principi, come la voglia di famiglia ed un futuro lavoro in polizia) coinvolto prima come parte in causa e poi come colpevole spettatore ad una carneficina che dovrebbe essere un regolamento di conti ed invece assomiglia ad uno “snuff movie”, per le efferatezze che la vittima (una prostituta che non ha rispettato i patti) deve subire prima di spirare, e per il modo in cui il regista c’è le mostra, senza il minimo compiacimento ma allo stesso tempo senza risparmiarci nulla i termini di verità e di dolore.

Ispirato da un neorealismo che riesce a far dimenticare la povertà dei mezzi, “Kinatay” (carneficina), potrebbe essere il fratello meno noto ma non per questo meno efficace di altrettanti noir, con un surplus di verità che soltanto cinematografie distanti da quelle occidentali riescono ad avere. Il seme della violenza viene dapprima mascherato ed in qualche maniera attenuato dalla figura del protagonista, contrabbandiere della droga per conto di una spietata banda di criminali, per poi scatenarsi in tutta la sua brutalità quando il giovane retrocede a semplice assistente in quella che diventerà una vera e propria iniziazione, con il sangue che scorre a fiumi e corpi che vengono smembrati senza rispetto e disseminati lungo la strada come il mangime che si dà ai piccioni. Mendoza usa la notte come le note di una partitura in nero, e attraverso giochi di luce riesce a rendere indimenticabile il volto del male senza spiegarlo (i malviventi potrebbero appartenere alla polizia od all’esercito), ma limitandosi a mostrarlo per quello che è, con immagini che non  forzano la realtà, ma allo stesso tempo capaci di diventare l’espressione di quello che non vediamo, dell’abisso che diventa azione concreta, capace di annichilire la materia.

Un film estenuante, per lunghi tratti, soprattutto nella sua parte centrale, quella in cui percorriamo la strada che porterà i protagonisti nel luogo del delitto, allucinatorio, verrebbe da dire lynchiano, per il modo in cui il buio diventa una continuazione dello stato d’animo delle persone, un pozzo oscuro che nutre e si nutre della parte oscura di ognuno di noi; una specie di black out che inghiotte tutto e tutti e poi li restituisce come nulla fosse successo, pronti per riprendere la vita di tutti i giorni, in cui una moglie si è appena alzata e si appresta a riprendere le proprie mansioni domestiche mentre il marito sulla via del ritorno deve fare i conti con un taxi che ha rotto il motore: lui scende, guarda per un momento l’autista ricurvo sul parabrezza, poi con un gesto deciso cerca con lo sguardo un’altra macchina nel traffico che inizia a gonfiare la strada. Intanto la moglie è sempre là ad aspettare, mentre un altro giorno è già cominciato. Presentato in anteprima al Torino film festival, “Kinatay” di Brillante Mendoza è stato premiato come migliore regia all’ultimo festival di Cannes: una scelta azzeccata.

12/12/2009

Cast e credits

Titolo Originale
Kinatay
Distribuzione
Équation Distribution, The Match Factory
Durata
105'
Produzione
Centerstage Productions, Swift Productions
Sceneggiatura
Armando Lao
Fotografia
Odyssey Flores
Montaggio
Kats Serraon
Musiche
Teresa Barrozo

Trama

Affiliato ad una banda di malviventi, un giovane si ritrova coinvolto in un regolamento di conti che cambierà per sempre la sua vita
Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica

Romería – Il mare dei ricordi
Romería – Il mare dei ricordi

Al suo terzo lungometraggio, la cineasta spagnola Carla Simón ripropone approccio autobiografico, tematiche e stile all'interno di un film estivo nuvoloso e melanconico che si ibrida con una detection esistenziale

L’amore che rimane
L’amore che rimane

Pálmason si fa cantore della semplicità e mette in scena un'elegia del quotidiano in cui il paesaggio, rispettato e custodito dai personaggi, diventa protagonista e spazio emotivo del racconto