Recensioni

Kuso

di Steven Ellison

fantastico, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
George Clinton, David Firth, Arden Banks, Shane Carpenter, Pretty Ricki Fontaine

regia:
Steven Ellison

durata:
105'

produzione:
Eddie Alcazar

sceneggiatura:
Steven Ellison, Zack Fox, David Firth

fotografia:
Norm Li, Danny Hiele, Benjamin Goodman

scenografie:
Philip Duffin, Calder Greenwood, Paul Rice

montaggio:
Luke Lynch

musiche:
Aphex Twin, Flying Lotus, Akira Yamaoka, Thundercat

Kuso | Recensione | Ondacinema

Kuso

di Steven Ellison

fantastico, Usa (2017)

di Matteo Pennacchia

Voto: 7.5

Se agli albori il giovane David Lynch avesse girato al posto di "Eraserhead" un episodio del Monty Python's Flying Circus, il risultato non sarebbe stato molto diverso da "Kuso". L'opera prima di uno dei nomi più rilevanti della musica elettronica contemporanea, Steven Ellison aka Flying Lotus (spalleggiato dal David Firth di "Salad Fingers"), si può fregiare dell'abusato attributo lynchiano ma non solo, avendo radunato sotto un'ala di fisime sessuali e scatologiche tutti gli autori che negli ultimi quarant'anni hanno sviluppato o sono partiti da una poetica che Gianni Canova, descrivendo Cronenberg, indica come "dell'unto e del sudato, dell'appiccicaticcio e del vischioso, dell'umido e del carnoso". La malattia, il virus, la degenerazione dell'organismo, i fluidi corporei, spesso utilizzati come tropi psicologici o sociali, in "Kuso" perdono i tratti di complessità allegorica e stanno a sé, esondando i bordi di ogni decenza, confluendo in un estremismo forse non gratuito ma il cui unico riferimento tematico extradiegetico parrebbe il dominio delle immagini insignificanti, formalizzato attraverso l'adozione di una rapsodia visiva nevrotica e teoricamente incoerente come uno zapping televisivo.

Storie grottesche e lisergiche si interrompono, si accavallano e proseguono senza soluzione di continuità, come un album pieno di glitch targato Warp Records, ambientate in una Los Angeles terremotata sull'orlo dell'apocalisse, introdotte da un brano free jazz e da uno spoken word (di Busdriver) i cui ritmi spezzati sono preludio perfetto al cut-up di visioni a seguire. Mentre bubboni pestilenziali dilagano sulla pelle della popolazione losangelina, una coppia si eccita strozzandosi e aspergendosi di pus finché sul collo di lei nasce una versione perversa del Kuato di "Atto di forza"; una rapper teledipendente fuma bong in compagnia di due creature pelose col viso a forma di schermo, poi resta incinta e si fuma pure il feto; un uomo ha la fobia delle tette e si fa curare dall'essere insettoide-escrementizio che abita il retto di George Clinton, nonché da una procace infermiera butterata; un bambino-vecchio coltiva un enorme fiore anale-vaginale con le proprie feci, fino allo sbocciare di una testa. Bisogna continuare?

Fra onnipresenti secrezioni, pornografia aliena, idm, comicità grezza e surreale, si intromettono inserti animati realizzati con tecniche diverse, dalla CGI alla stop-motion, e raccapezzarsi diventa impossibile nella congerie di stili, sorgenti grafiche, stimoli audiovisuali. Come in Lynch, non assistiamo mai a un incubo o a un'allucinazione ma a una realtà effettiva, nei meandri della quale "Kuso" riesuma la contaminazione di organico e inorganico, tecnologico e corporale, conscio e subconscio, maltrattando la lucidità analitica di "Videodrome", passandola al tritatutto di "Tetsuo", poi defecandoci e vomitandoci sopra, letteralmente. Nel delirio di immagini e corpi impazziti, superata la coltre del montaggio alogico, sul fondo si intravvede un essenza inespressa, implicita, pure abbastanza chiara, volendo. Ed è perciò esatto a metà parlare di montaggio alogico, dato che la frammentazione, casuale o meno, è assurta a prassi della (mass)medialità del nuovo millennio, assillata dal multitasking, dall'ipertestualità, dal declino della proprietà semantica dei segni, dalla mortalità rapidissima delle informazioni trasmesse - sempre che vengano decifrate. In questa prospettiva "Kuso" è un viaggio oltre le soglie dell'attenzione, non più riflessivo o immersivo bensì vacuo, velleitario. In un'epoca in cui l'anatomia cerebrale e i processi neurologici subiscono giornalmente mutazioni darwiniane per adattarsi agli smartphone, le sue sconcezze in totale discontinuità potrebbero ancora apparire oltraggiose, disgustose o inafferrabili da un profilo culturale. Invece, sul piano tecnico, l'unico seriamente meditabile, non soltanto combaciano con le dinamiche comunicative post-verbali che legittimano la globalità moderna (con tutti i paradossi e le criticità del caso); neppure sembrano così insensate. Se al cospetto di "Kuso" siamo allora relativamente fuori dagli schemi cinematografici, per cui lo stesso Ellison intervistato si vanta della presunta unicità del proprio lavoro, fuori dagli schermi cinematografici siamo appieno dentro le nostre convenzioni mediali quotidiane. E ciò rappresenta il valore (storico) e il limite (artistico) del film. Ma d'altronde l'arte è spazzatura.