CAST & CREDITS

cast:
Gli abitanti del Platz

regia:
Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio

distribuzione:
La Sarraz Pictures

durata:
140'

produzione:
La Sarraz Pictures

fotografia:
Gianluca e Massimiliano De Serio

montaggio:
Stefano Cravero

I ricordi del fiume | Recensione | Ondacinema

I ricordi del fiume

di Gianluca De Serio, Massimiliano De Serio

documentario, Italia (2015)

di Alessandro Viale

Voto: 8.0

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino, Le città invisibili

 

Un ragazzino cammina, ripreso di spalle, camera a mano, fotografia vivida. Si aggira tra baracche, lamiere, macchine, cani, fango e persone. Elementi di una storia complessa.
"I ricordi del fiume" si apre con questa camminata, che è una perfetta introduzione a quello che seguirà: un pulsare, costante, potente e vivo di racconti e parole, di ricordi, sogni e pulsioni. O semplicemente di vite umane.
Il Platz è uno dei più grandi agglomerati di baracche in Italia, una sorta di formicaio nascosto lungo la riva del fiume Stura a Torino Nord. Un luogo che crea discussioni e dibattiti, dove le politiche sociali si spendono. Un luogo ignorato o odiato dalla popolazione.

Il Platz è nella sua stratificazione un coacervo di situazioni e di vite (il Platz ad oggi non esiste più come è stato filmato, ma ancora esiste e molti altri simili sono presenti nelle periferie), e "I ricordi del fiume" è un meraviglioso quadro della complessa identità del luogo e delle persone che lo abitano.
Quando il cinema, o altre arti parimenti, si avvicina come una lente per mettere in scena la realtà si mette in moto una struttura di equilibrio e labilità. Se la lente poi si posa su un campo nomadi, in Italia, l'equilibrio diventa una lama di rasoio.

Gianluca e Massimiliano De Serio eliminano qualsiasi rischio di reinterpretazione del visivo immergendosi completamente nel materiale umano a loro disposizione. Non facendo, in parole povere, il classico film a tesi o facendone un manifesto "partitico", non volendo schierarsi nel pro o nel contro che tanto piace alla politica locale e nazionale. Ma restituendo dignità umana a chi, proprio per giochi di soldi o potere, viene trattato esclusivamente come problema.

Un'immersione vera e propria la loro: il film infatti è stato girato per un anno e mezzo a stretto contatto con le persone che popolano il Lungo Stura Lazio. Particolare non banale, perché i tempi lunghi hanno permesso di allontanare l'effetto "buco della serratura" che molto spesso lo spettatore deve sobbarcarsi. Quella fastidiosa sensazione di veder mostrate immagini che forzano la realtà per arrivare a un obbiettivo, qualunque esso sia. Il cinema documentario ha necessariamente bisogno di tempo per elevarsi, per poter restituire la vibrante realtà. E in questo "I ricordi del fiume" è potente e preciso.

Nel film il Platz si prepara allo sgombero, alla sua distruzione e il documentario segue l'ultimo anno di vita dell'enorme "città nella città". Quindi abbiamo una sottilissima linea narrativa che sovrasta l'intero arco temporale: sappiamo che lo sgombero è avvenuto, non c'è possibilità di fermare le ruspe, e infatti quando queste arrivano non hanno un rilievo particolare, non sono enfatizzate in alcun modo, fanno semplicemente parte dello scorrere di quel tempo. Ma nell'arrivare alla fine, lo sguardo dei fratelli De Serio si ferma su alcune persone, dando loro la possibilità di prendere parola. Sono microstorie, potrebbero essere altre, potrebbero essere molte di più. Raccontano con una sincerità quasi liberatoria di come è la vita in quel campo e di come ci si avvicina alla dispersione. Episodi e dialoghi che scorrono uno dietro l'altro, fino a che i volti e le parole si sovrappongono uno all'altro diventando un magma umano denso. Tutto ripreso con mano esperta, con un'alternanza di macchine a mano in movimento, dettagli, piani più ampi e alcuni ritratti splendidi con figure in penombra che si stagliano sui neri interni delle baracche.

Il documentario dura due ore e venti, la prima versione arrivava alle tre ore e quaranta, e un po' dispiace non poter vedere quella più lunga, o un'altra ancora più estesa. Perché la sensazione è che il susseguirsi di storie fa venir voglia di sentirne altre, di riempirsi gli occhi di nuove immagini e le orecchie di racconti, come dentro un turbinio frattale.
E poi il film si conclude con una nuova camminata, questa volta sulle macerie. Una magnifica camera a spalla che va a ripercorrere i luoghi ormai perduti. Una  chiusura perfetta, metaforica e concreta allo stesso tempo. Dalle ceneri si può ricostruire una nuova storia.