Shelley | Film | Recensione | Ondacinema

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recensione di Diego Testa
6.0/10

Il regista Ali Abbasi nasce e cresce a Teheran, ma si trasferisce a Stoccolma per frequentare l'università, per poi iscriversi alla National Film School of Denmark a Copenhagen.  La condizione di Abbasi si riflette nella sua visione della Danimarca, che inquadra in territori e spazi liminari, e nei suoi personaggi, sia nel fortunato "Border", laddove la frontiera portuale è metafora dell’indefinitezza di Tina, sia nel suo esordio "Shelley".  Proprio come Abbasi, i suoi personaggi provengono da altrove per ridefinirsi in una condizione ex novo da enucleare a partire dai luoghi di confine in cui si trovano.

In questo film una giovane madre, Elena, si trasferisce dalla Romania in una casa di campagna danese. Qui dovrà adattarsi a una condizione inusuale, in una casa priva di corrente elettrica e di conseguenza delle comodità da essa derivanti (fa eccezione un telefono fisso) con una coppia da aiutare nelle faccende quotidiane. Elena abbandona la sua casa, il suo bambino appena nato e la sua famiglia per calarsi in un nuovo contesto scisso dalla collettività. Il rapporto tra Elena e la coppia si stratifica, in particolare la ragazza si lega a Louise della quale comprende la condizione di non poter avere figli tanto da farne nascere uno per lei.

Abbasi raccoglie la lezione del seminale "Rosemary’s Baby" cui deve un paio di citazioni (i graffi sulla pelle, gli occhi del neonato quale segno del male) ma del film di Polanski riprende meramente le suggestioni. Il resto viene completamente rovesciato, a cominciare dal contesto in cui il discorso sul male viene trascinato: la distanza dalla società, più che il suo allontanamento concettuale, figura il bosco e il lago come punti liminali di separazione dall’alter per riconsiderare la propria condizione. Louise ed Elena condividono un’impossibilità speculare: la prima non può avere figli, mentre la seconda non riesce a sostenere economicamente una vita col suo bambino. Abbasi parte da questa mancanza condivisa per specchiare il dramma nel genere, un discorso simile a quanto visto nel cinema di Joachim Trier con "Thelma".

Ancora più del norvegese, Abbasi relega il genere in uno spazio intangibile, tanto da considerarsi una riflessione aggiunta al rapporto tra le figure femminili, non realmente tracciabile nel reale. L’unico luogo rimane il sogno, interstizio allusivo dove collocare i codici del cinema horror. Il malessere di una maternità surrogata prende forma fisica nel reale per essere poi esportata negli incubi dalla multiforme rappresentazione, passando da premonizioni mortifere all’interessante momento da body horror nel finale.

"Shelley" naviga su rotte già tracciate, giocando con più generi senza entrare in nessuno totalmente. In questa indefinitezza ne guadagna la riflessione sui temi attraverso punti di vista differenziati, anche se le vie preferenziali codificanti rimangono horror e dramma famigliare, ma il discorso fatica a raggiungere un’ambiguità visiva e narrativa, come vorrebbe. Gli incubi possono essere letti come le incrinature covate e preesistenti nella triade descritta dalla storia di Abbasi. Proprio come in "Border" sono i luoghi, gli spazi e gli interstizi a descrivere la condizione esistenziale dei personaggi che alternano la vita di campagna agli anonimi crocevia della società al di là del lago-bosco. A “Shelley” bastano pochi dialoghi per dare corpo alle insicurezze affettive di Kasper come futuro padre, alle attenzioni ossessive di Louise come madre e alle paure di Elena somatizzate nel decadimento fisico.

Il discorso di Abbasi rimane un tentativo interessante di fornire al dramma una sua emancipazione nel genere e, come si diceva in apertura, il paragone con Polanski non sussiste, neanche nella gestione semantica della sospensione del male (qui ben visibile, seppur confinato) e nei punti di vista privilegiati di e dedicati a Rosemary. Al regista e sceneggiatore interessa entrare nell’indefinitezza della collocazione della persona, sia nel caso di Elena lontana da casa e destinata a farsi portatrice (fisicamente) di desideri altrui, sia nel caso di Louise impossibilitata a divenire madre. L'occhio di Abbasi gira intorno ai personaggi, li osserva muoversi, dialogare e convivere.

"Shelley" soffre di qualche inciampo narrativo, si focalizza prima sul nucleo Elena-Louise per poi decentrare l’attenzione sul secondo nucleo Louise-Kasper nei momenti finali. Manca tuttavia una continuità di discorso, la scrittura archivia troppo presto importanti relazioni per aprirne di nuove. Proprio il colpo di coda sovrannaturale nel finale sembra voler riaccogliere le argomentazioni sospese tra quelle che possono considerarsi due "madri".
"Shelley" compie un giro largo attorno ai generi, scegliendo di sciogliersi in un risultato che allontana le due facce di cui si compone e non riuscendo ad amalgamarle, quasi trattandole separatamente. Il risultato rimane interessante, affascinante proprio per una incompiutezza concessa alle opere prime.

Abbasi riflette sulla condizione del nucleo famiglia in un contesto ameno, liminare, terrificante, preferendo un cinema che parla con il genere per insinuarsi nel reale come dubbio e mai come didascalia. Prezioso di questi tempi.


11/04/2019

Cast e credits

cast:
Ellen Dorrit Petersen, Kenneth M. Christensen, Cosmina Stratan, Peter Christoffersen


regia:
Ali Abbasi


titolo originale:
Shelley


distribuzione:
IFC Midnight


durata:
90'


produzione:
Profile Pictures, Back Up Media


sceneggiatura:
Ali Abbasi, Maren Louise Käehne


fotografia:
Nadim Carlsen, Sturla Brandth Grøvlen


scenografie:
Sabine Hviid


montaggio:
Olivia Neergaard-Holm


musiche:
Martin Dirkov


Trama
Una giovane madre, Elena, si trasferisce dalla Romania in una casa di campagna per aiutare una coppia nelle faccende domestiche. Louise e la giovane Elena stringeranno una forte amicizia, fino a concedersi la possibilità che Elena porti in grembo il futuro figlio di Louise, impossibilitata ad averne.