CAST & CREDITS

cast:
Anthony Hopkins, Jodie Foster, Scott Glenn, Ted Levine

regia:
Jonathan Demme

distribuzione:
20th Century Fox-CDI

durata:
118'

produzione:
Orion Pitcures

sceneggiatura:
Ted Tally

fotografia:
Tak Fujimoto

scenografie:
Kristi Zea

montaggio:
Craig Mc Kay

costumi:
Collen Atwood

musiche:
Howard Shore

pietra miliare

Il silenzio degli innocenti | Recensione | Ondacinema

Il silenzio degli innocenti

di Jonathan Demme

thriller, horror, Usa (1991)

di Antonio Pettierre

Il desiderio nasce da quello che osserviamo ogni giorno.

Non senti degli occhi che girano intorno al tuo corpo?

E i tuoi occhi non cercano fuori le cose che vuoi?

(Hannibal Lecter)

 

Regista della scuderia di Roger Corman, da cui ha imparato il mestiere dirigendo le prime pellicole indipendenti di genere exploitation negli anni Settanta, Jonathan Demme è un autore che riesce a coniugare spettacolo e profondità delle idee. "Il silenzio degli innocenti" è l'apice della sua autorialità, un film impegnato, strutturalmente complesso e allo stesso tempo lineare, dove la capacità di gestire il mezzo cinematografico e il set, dare vita a personaggi tirando fuori il meglio dagli attori che diventano uno strumento al servizio della storia e l'attenzione alla sceneggiatura  sono in un perfetto equilibrio artistico/produttivo.


Lo spazio e lo sguardo: la conoscenza interiore e l'inganno della vista.

Fin dalla prima sequenza "Il silenzio degli innocenti" mette in scena le due tematiche principali del film: lo spazio chiuso, delimitato dalla messa in quadro, come luogo non solo fisico, in cui si muovono i personaggi, ma soprattutto come milieu psichico di trasformazione e mutazione; strettamente legato al primo è la pulsione scopica dei personaggi come atto di scoperta della verità, l'utilizzo del senso della vista per "vedere" i dettagli, i particolari che portano alla conoscenza, alla rivelazione.

Una giovane donna entra in scena salendo in un sentiero immerso in un bosco aiutandosi con una fune. Corre a perdifiato, superando ostacoli naturali e artificiali. Poi un uomo appare e la chiama. Sappiamo immediatamente che siamo all' FBI dal dettaglio del cappellino che l'uomo indossa. La macchina da presa segue la donna e poi la vediamo nei corridoi di Quantico in Virginia. Clarice Starling (Jodie Foster) entra in un ascensore attorniata da uomini alti e massicci, lei appare indifesa, timida. La macchina da presa continua a seguirla nei meandri claustrofobici del Dipartimento di Scienze Comportamentali dove Clarice incontra Jack Crawford (Scott Glenn) il capo. Clarice entra nell'ufficio e osserva, guarda la stanza ripresa in soggettiva, soffermandosi sulla grande bacheca dove ci sono foto di giovani donne morte e mutilate, articoli di giornali, documenti: l'indagine in corso su un nuovo serial killer soprannominato Buffalo Bill.

Siamo introdotti immediatamente nella storia di questa recluta che sta frequentando l'accademia dell'FBI che viene incaricata di raccogliere informazioni dal più spietato serial killer vivente, Hannibal Lecter il cannibale (Anthony Hopkins), per catturarne un altro che si sospetta in qualche modo abbia avuto dei contatti con lui.

Nella sequenza successiva abbiamo l'incontro tra Clarice e lo psichiatra rinchiuso in una cella di un manicomio criminale. Inizia il confronto tra i due personaggi, in un gioco di sguardi, di controcampi della macchina da presa su primi e primissimi piani - elemento della grammatica cinematografica che Demme utilizzerà maggiormente durante tutto il film - la visione microscopica dei volti, degli occhi che sono la finestra della mente. Perché "Il silenzio degli innocenti" può essere visto come una lunga seduta psicanalitica, dove la dicotomia tra sano/malato, tra bene/male, è messa in scena attraverso lo spazio e gli elementi profilmici (la prigione, l'ospedale psichiatrico, la casa di Buffalo Bill, l'obitorio, il garage da un lato e dall'altro i distintivi, i vestiti borghesi degli agenti, la tuta carceraria di Lecter).

Gli spazi chiusi, claustrofobici, sono, oltre che spazi fisici dove i personaggi si muovono in confini delimitati fisicamente dalla scenografia e dalla messa in quadro dell'occhio della cinepresa,  metafora della mente: il bosco dove si addentra Clarice è il groviglio della mente malata dei futuri assassini (Cappuccetto Rosso vuole incontrare i lupi per stanarli e ucciderli?); le stanze del Dipartimento a Quantico è il cervello di Crawford; l'ospedale psichiatrico e la cella sono la mente di Hannibal; la cantina infinita e piena di stanze di Buffalo Bill sono il suo subconscio deviato e violento. Clarice cammina, corre, esplora, striscia, sale e scende per scale e corridoi, entra ed esce da stanze, celle, obitori, musei. Un continuo movimento sempre al chiuso, un'esplorazione interna/interiore, psichica. Tutto avvolto nel buio, nell'oscurità o da una luce ovattata, grigia, smorta, artificiale delle lampade e con prevalenza di colori scuri (marroni, grigi, neri) dei costumi e degli arredi (con un grande lavoro fatto dal direttore della fotografia Tak Fujimoto, collaboratore storico di Demme).

La ricerca di conoscenza, di crescita, di rivelazione avviene utilizzando la vista. Clarice guarda le foto delle vittime nell'ufficio di Crawford o nei dossier; guarda la cella di Hannibal; guarda il funerale e l'obitorio dove analizzano il corpo dell'ultima vittima; guarda la stanza della prima vittima di Buffalo Bill e scopre altre fotografie, oggetti personali, vestiti; un insieme di matrioske  potenzialmente infinito. Lecter lo dice chiaramente: "guardiamo ciò che desideriamo" perché il senso della vista si delinea lungo la direttrice osservazione-conoscenza-desiderio-possesso.

E Clarice riuscirà a vedere anche dentro se stessa, dentro i suoi ricordi di bambina. E' l'unica (oltre Lecter) che non utilizza strumenti artificiali, mentre tutti gli altri non riescono a vedere senza l'ausilio di una vista aggiunta: Crawford indossa occhiali; per scoprire la pupa di un insetto all'interno della bocca di una delle vittime viene utilizzata una macchina fotografica; Buffalo Bill fa uso di un visore notturno. Per vedere la realtà bisogna attrezzarsi, avere dei filtri. E il Cinema cos'è se non un potenziamento della visione del reale su uno schermo in una sala buia?

Nella sequenza del prefinale, quando Clarice trova la tana di Buffalo Bill/Jame Gumb, il serial killer fa piombare il buio assoluto su Clarice che annaspa con la pistola spianata davanti a sé, tremante e affannata, impaurita e sola. In un ribaltamento di punti di vista soggettivi di Clarice/Billy, lo spettatore diventa sia la vittima che il carnefice. Il doppio Buffalo Bill/Jame Gumb vede nel buio con il suo visore notturno. Potenza metaforica del Cinema: una mise en abyme di osservante/osservato, soggetto/oggetto dell'azione della visione.

Ma il senso della vista che porta alla conoscenza non è una condizione sufficiente per la salvezza. Bisogna utilizzare gli altri sensi. Lecter li usa tutti: il tatto (tocca la mano di Clarice quando prende i disegni che Starling le porge); il gusto (il cibo, la carne delle sue vittime, nella bocca nasconde lo strumento che gli permette di evadere dalla gabbia); l'olfatto (fiuta il profumo di Clarice al loro primo incontro); l'udito (ascolta musica classica, riconosce Clarice dal rumore delle sue scarpe). Un'ordalia di sensi che permette a Lecter di avere un controllo totale del mondo che lo circonda.

E se per Clarice la vista le porta la conoscenza, per salvarsi da Buffalo Bill utilizzerà l'udito: la temporanea cecità, al buio nella cantina (subconscio) del serial killer, porterà ad acuire gli altri sensi come ha appreso da Lecter. L'ascolto dello scatto del cane della pistola, permetterà a Clarice di salvarsi. La visione è monca, imperfetta, e solo grazie gli altri sensi Clarice riuscirà a salvarsi.

La vista può essere una condizione necessaria, ma non sufficiente per (soprav)vivere: il Cinema diventa una metafora della caducità del potere della rappresentazione del Reale senza l'ausilio del sonoro. "Il silenzio degli innocenti" in questo caso mette in scena la necessità di andare oltre a quello che noi vediamo e sfida lo spettatore a percepire utilizzando anche gli altri sensi.


I ricordi fanno male: trasformazione fisica e cannibalizzazione della memoria.

Clarice compie un viaggio in un innerspace, uno spazio interiore anche dentro se stessa, ai suoi ricordi, in un scambio continuo di rivelazioni con Lecter che si ciba letteralmente dei ricordi di lei come si cibava delle sue vittime, in una volontà di possesso del corpo e dell'anima assoluto. Il quid pro quo che si ripetono costantemente Clarice e Lecter, uno scambio continuo non solo di informazioni ma delle loro anime. Da una parte Clarice racconterà i ricordi più intimi a Lecter.

Demme sceglie di rappresentare visivamente il riaffiorare del ricordo più doloroso di Clarice utilizzando due flashback diegetici classici, ma girati in modo moderno con una carrellata a seguire stretta sul primissimo piano di Clarice adulta che si trasforma in bambina, con uno scarto di fotogramma senza dissolvenza: il primo è il ricordo del padre sceriffo di provincia, lei orfana di madre, che riaffiora subito dopo il primo incontro con Hannibal; il secondo flashback lo vediamo durante il funerale, prima dell'anamnesi del corpo dell'ennesima vittima di Buffalo Bill, dove Clarice rivede il padre morto disteso nella bara. Gli altri ricordi saranno oggetto di un dialogo emotivamente intenso tra l'agente Starling e lo psichiatra rinchiuso nella gabbia del palazzo di giustizia di Memphis, dove racconterà la sua fuga di orfana nel tentativo di salvare un agnello prima del macello (Il silenzio degli agnelli è il titolo originale del romanzo e del film).

Dall'altra parte, Lecter in cambio le consegnerà delle informazioni, a volte esplicite a volte enigmatiche, suoi ricordi di pazienti passati, per metterla sulle tracce di Buffalo Bill/Jame Gumb. Il suo operato è però quello del demiurgo che modella, trasforma, il soggetto/oggetto che ha davanti. Starling non è passiva, è conscia della manipolazione in atto. Ma il suo obiettivo è quello di salvare un'altra vittima innocente ed è disposta a farsi trasformare, mutare, pur di raggiungere il suo scopo.

Una farfalla, l'Acherontia styx, è l'immagine/segno della trasformazione dei personaggi. La messa in scena della falena è metonimica rispetto al tema della trasformazione ne "Il silenzio degli innocenti".

La pupa inserita in fondo alla gola delle sue vittime rappresenta la volontà di trasformazione di Buffalo Bill che uccide giovani donne in carne per tagliarsi un vestito fatto di pelle umana. La stessa Clarice si trasformerà da recluta inesperta in cacciatrice (da Cappuccetto Rosso a Diana, da favola a mito) e quando arriverà nella casa di Billy/Jame Gumb, Demme inquadrerà il dettaglio di un quadretto girevole con l'immagine di una farfalla vista in soggettiva da Clarice e le falene svolazzare nella stanza. La ripetizione dell'inquadratura dell'immagine della farfalla, dopo che Clarice ha ucciso Buffalo Bill, diventa simbolo della trasformazione di Clarice che si muoverà d'ora in poi con una personalità nuova e adulta. Anche Lecter si cucirà un nuovo volto con la pelle di uno dei due poliziotti e creerà una messa in scena per distrarre gli altri poliziotti nella lunga sequenza della sua fuga dal palazzo di giustizia a Memphis.  


Il corpo di Hannibal Lecter e la fascinazione del Male.

"Il silenzio degli innocenti" è il film di Hannibal Lecter, personaggio creato dalla penna dello scrittore Thomas Harris e già protagonista di altri romanzi e di altri film ("Manhunter" di Michael Mann).

La grandezza di Anthony Hopkins fa di Lecter un'icona entrata nell'immaginario collettivo e trasforma la figura del mostro, del serial killer e lo differenzia dai suoi predecessori. Fritz Lang in "M il Mostro di Dusserdolf" ne fa un essere viscido e invisibile, grazie all'interpretazione di Peter Lorre; Bates di Perkins, in "Psyco" di Hitchcock, è un giovane insicuro e incestuoso prodotto di un amore materno deviato; "In vestito per uccidere"di De Palma, citando il film del maestro inglese, invece ne fa uno psicoanalista alla ricerca della propria personalità femminile attraverso il controllo della sessualità, grazie anche allo sguardo opaco e straniante di Michael Caine.

Jonathan Demme e Anthony Hopkins vanno oltre: Lecter è colto, intelligente, forte, gentile, determinato. L'attore inglese riesce a rendere reale un personaggio che racchiude il Male allo stato puro e allo stesso tempo pieno di fascino, restando quasi sempre in posizione immobile e lavorando solo sullo sguardo, sulle emozioni del volto. Lo spettatore ne ha paura ma allo stesso tempo ne è attratto, in un gioco dicotomico di  repulsione/attrazione che hanno dato una certa longevità al personaggio. Uscito dal singolo film infatti è migrato nel tempo in altre opere. Oggi non si può immaginare, scrivere, pensare di assassini seriali senza riferirsi al personaggio di Lecter sia nella finzione sia nella vita reale. Che poi Lecter non è nient'altro che la sintesi di vari assassini seriali americani a cui Thomas Harris si è ispirato studiando gli archivi dell'FBI.

E del resto, nella sequenza finale, con una ripresa dall'alto e il campo che si allarga, vediamo Lecter in abiti borghesi che scende - chiudendo in cerchio con la salita di Clarice nel bosco della prima sequenza -  tra la folla inconsapevole e tra di noi, cammina lunga una strada che lo porterà al di fuori dello messa in quadro de "Il silenzio degli innocenti" per approdare nell'immaginario collettivo.

La grandezza del capolavoro di Demme, e la sua pervasività nel tempo e nello spazio,  è dato da tutto questo e si capisce come lo spettatore venga colpito e annichilito: parla non solo alla mente, ma anche al suo cuore, alla sua pancia, lo denuda nell'intimo. Guardare "Il silenzio degli innocenti" è come osservare dentro se stessi, negli abissi della propria anima.