CAST & CREDITS

cast:
Tymothy Bottoms, Jeff Bridges, Cybill Shepherd, Ben Johnson, Cloris Leachman, Ellen Burstyn, Eileen Brennan, Randy Quaid

regia:
Peter Bogdanovich

durata:
121'

sceneggiatura:
Larry McMurtry, Peter Bogdanovich

fotografia:
Robert Surtees

scenografie:
Polly Platt

montaggio:
Donn Cambern, Peter Bogdanovich

costumi:
Polly Platt

pietra miliare

L'ultimo spettacolo | Recensione | Ondacinema

L'ultimo spettacolo

di Peter Bogdanovich

drammatico, Usa (1971)

di Alex Poltronieri

Non accade molto ad Anarene, Texas. Le giornate si susseguono l'una uguale all'altra. Il principale argomento di discussione è rappresentato dalle partite (perdenti) della squadra di football. Il massimo del divertimento offerto dalla cittadina sono la sala da biliardo, la tavola calda, e il cinema. Il cinema Royal a cui è dedicata la prima inquadratura del film. Tutti sanno tutto di chiunque, le voci si diffondono istantaneamente e non esistono segreti. La sonnecchiosa routine quotidiana si è appiccicata addosso agli adolescenti di Anarene: l'ingenuo Sonny (Tymothy Bottoms), che scaricato dalla volubile Charlene, inizia una tresca amorosa con l'attempata Ruth (una straordinaria Cloris Leachman, vincitrice dell'Oscar), infelice moglie del suo coach di educazione fisica. Duane (Jeff Bridges), apparentemente più spavaldo, finirà per allontanarsi dalla città e andare a combattere in Corea, per dimenticare il suo grande amore, Jacy (un'allora ventenne e stupenda Cybill Shepherd). Quest'ultima, sogna una vita lontana da Anarene, e non vorrebbe ripetere gli errori della madre. Ma finisce per cadere dalle braccia di un uomo a un altro, illudendo anche il povero Sonny, che, per lei litigherà anche con il migliore amico Duane (per poi riappacificarsi prima che quest'ultimo se ne vada dalla città).
 
"The Last Picture Show", secondo lavoro dell'ex critico Peter Bogdanovich, sta tutto qui. Non accade molto a conti fatti. Eppure, "in questo intreccio quasi casuale, in questa microanalisi di una pigra quotidianità consumata senza più ideali e senza più illusioni, si può ritrovare interamente la storia, la vita, la letteratura e il cinema d'America" [1]. Il film è ambientato non a caso nel 1951, un anno di svolta per gli Usa: da un lato il "Fair Deal" del presidente Truman caratterizzato dalla politica internazionale della "guerra fredda", la corsa agli armamenti, dall'altro si avverte sempre con maggiore forza il distacco tra il vecchio ordinamento agricolo e la nascente società industriale. La "fuga" verso la città, il consumismo imperante, la televisione che assurge al rango di medium per eccellenza, sostituendo l'ormai antiquato "cinematografo". "L'ultimo spettacolo" è ambientato sullo sfondo di questi cambiamenti epocali e li mostra dall'"interno". La chiave di lettura del film, e dell'intera opera di Peter Bogdanovich, è rappresentata dal Cinema, da uno sguardo rivolto alla Hollywood del passato, ma per riflettere sul quotidiano. Non è uno sguardo compiacente, o nostalgico, come molti continuano a sostenere a proposito del cinema di questo regista, ma critico, raggelante. Bogdanovich gira la pellicola come se si trattasse di un vero e proprio film degli anni cinquanta (optando per un bianco e nero sgranato e anacronistico, consigliato dall'amico Orson Welles) ma ribaltando ideologie e problematiche. I personaggi adulti del film, da Sam "il leone", cuore pulsante della cittadina, alla madre di Jacy, si crogiolano in una nostalgia e una malinconia nei confronti di un passato elegiaco e vitale che non potrà mai più tornare, e forse non è nemmeno mai esistito. Ad Anarene non ci sono sogni e non ci sono vie di fuga da una quotidianità opprimente e meccanica: non hanno sogni Sonny e Duane, non ne ha Jacy, se non il desiderio di non diventare infelice come la madre. Essi vivono staticamente il proprio presente, trascinandosi tra modesti divertimenti e trasgressioni che finiscono poi per rivelarsi altrettanto deludenti (il tentativo di far perdere la verginità a Billy, un ragazzino ritardato, gettandolo in pasto ad una vecchia prostituta, o il party in piscina a cui partecipa Jacy, in cui tutti devono spogliarsi completamente). Bogdanovich prende ad esempio il cinema del passato, per dirci che le cose sono cambiate. Irrimediabilmente, per sempre.

Se la struttura del film è solidamente improntata su certi topoi del cinema di genere Fordiano -la cittadina al confine, il cowboy nostalgico e solitario (Sam), lo scemo del villaggio (Billy), il saloon, la visione misogina dell'universo femminile- il regista si impegna a ribaltare tutte le aspettative dello spettatore, spiazzando, complicando le cose. "I personaggi riprendono gli atteggiamenti tipici dei film del passato, ma tutto è diverso: attraverso l'assunzione totale di un modello linguistico, in realtà si compie una critica del significato, una verità morfologica che diviene presto distruzione del senso precedente" [2]. Per esempio, Bogdanovich affronta con particolare insistenza il tema del sesso. Egli non si tira indietro, dove la Hollywood degli anni d'oro si faceva da parte con pudore e ritrosia. Ma le pratiche sessuali degli abitanti di Anarene, sono riprese in tutta la loro mediocrità e goffaggine: amplessi mancati (il primo rapporto tra Duane e Jacy, ansiosa di perdere la verginità per non sentirsi esclusa dal nuovo circolo d'amicizie), letti cigolanti, reggiseni e gonne che si impigliano, partner freddi e distaccati. Non c'è nulla di davvero erotico o trasgressivo nelle scappatelle dei protagonisti. Questo a sottolineare, ulteriormente, il disagio di una collettività che non riesce a trovare una valvola di sfogo nemmeno tra le maglie di una presunta emancipazione sessuale. "L'ultimo spettacolo" è un film sulla fine dei sogni, sulla fine del cinema, e, forse, sulla fine dell'America. Almeno come l'abbiamo sempre conosciuta.
 
E' un film sulla Morte. Il racconto è segnato da due decessi, che destabilizzano in maniera definitiva la quieta routine della cittadina. Quello di Sam "il leone" (interpretato dal vecchio Ben Johnson, attore molto caro a John Ford, simbolo di un cinema ormai perduto), che avviene lontano dalla macchina da presa, in maniera asettica e distaccata, eppure sconvolge per sempre le vita dei giovani teenager di Anarene. Sam è la guida spirituale, generazionale, dei protagonisti, l'unico disposto a dare un consiglio o tendere la mano. Sì, perchè ad Anarene gli "adulti" sembrano scomparsi, o, se presenti, sono troppo meschini o troppo fossilizzati nel rimembrare il proprio passato, per essere fonte d'ispirazione. Il padre di Sonny (dipendente da pasticche) non ha quasi più rapporti col figlio, che vive da solo in una pensione. Il loro incontro alla festa natalizia è contraddistinto da un gelo più esplicativo di mille parole. Il padre di Duane se n'è andato, il ragazzo vive da solo con la madre (che intravediamo solo nelle ultime sequenze) in una baracca al confine della città. I genitori di Jacy sono infelici, quasi due estranei l'uno per l'altra. E se il padre è sempre lontano per motivi di lavoro (così come il coach della squadra di football che preferisce dedicarsi ai suoi giocatori piuttosto che alla moglie Ruth), la madre dispensa consigli molto discutibili, facendola allontanare da Duane e invitandola a cercarsi un boyfriend appartenente ad un altra categoria sociale. In questa realtà priva di figure paterne a cui fare riferimento, con l'addio di Sam se ne va anche l'unico punto fermo della cittadina, la sua coscienza. Con Sam tutto inizia a "morire", a partire dalla sala cinematografica Royal, destinata a chiudere entro breve, perché "al cinema non ci va più nessuno ormai". L'altra morte che segna il film è quella del piccolo Billy, travolto da un autotreno, mentre tentava di spazzare via la polvere dalla strada. Billy rappresenta l'ingenuità e la purezza della gioventù di Anarene: Billy è il ragazzo a cui tutti vogliono bene, coccolato da Sam così come da Sonny. La sua morte (anch'essa avviene lontano dall'occhio dello spettatore), porta via con sé tutta la spensieratezza e l'innocenza degli abitanti di Anarene, e di Sonny, che disperato tenta di fuggire dalla cittadina, sfrecciando velocissimo con il suo camioncino, per poi fermarsi e fare retromarcia. Non ci sono vie di fuga da quest'incubo desolante. Se per Duane, con l'arruolamento, e per Jacy, con l'iscrizione all'università, l'allontanamento dalla cittadina può rappresentare l'inizio di una nuova vita, le ragioni del malessere restano le medesime.

Così, un film che parte con tono leggero e spensierato, quasi un "American Graffiti" ante litteram in b/n, con le prese in giro al bar nei confronti dei giocatori della squadra di football incapaci di placcare, le pomiciate al cinema eccetera, finisce per diventare uno struggente canto del cigno all'American Dream, di cui ormai sono rimaste tracce solo nei film proiettati in sala. Anarene è una città da western, spogliata da ogni epica e romanticismo a cui ci ha abituati la settima arte: è possibile sognare, sì, ma solo nel buio della platea. "Fiume Rosso" (1948) di Howard Hawks, è il film che Sonny e Duane vanno a vedere prima che l'amico parta per la Corea. L'ultimo spettacolo, l'ultima pellicola proiettata al Royal prima della definitiva chiusura. E, non a caso, è il film che meglio di tutti rappresenta il mito della wilderness Americana: John Wayne che incita Montgomery Clift a condurre le mandrie nel Missouri (celebre la battuta "Portale nel Missouri, Matt!), l'avventura, la necessità di tuffarsi nell'inesplorato, la rigogliosità e la potenza della Natura. Tutto quello che manca ad Anarene e ad i suoi cittadini, costretti ad un immobilità fisica e mentale da cui non c'è rimedio. L'unica che prova a reagire in concreto a questa condizione di stasi è Ruth, che sceglie di donarsi anima e corpo al più giovane Sonny, e che ritrova, anche se per poco, l'entusiasmo e la felicità degli anni passati. Anche lei tuttavia finisce per scontrarsi con l'impossibilità di avere una seconda chance e vedrà il suo sogno d'amore svanire brevemente, quando Sonny la tradirà per inseguire la più "carina" Jacy. Solo nell'ultima, bellissima, sequenza, il ragazzo, incapace di fuggire da questa "prigione", sceglie di tornare da Ruth, disperato per la morte di Billy e la partenza di Duane, cerca affetto. Ma anche per questo è troppo tardi. Anche quest'illusoria felicità è destinata a non lasciare traccia. L'ultima sequenza del film di Bogdanovich, con le mani di Sonny e Ruth che si stringono disperate e si dissolvono su un'immagine del cinema Royal, chiuso, per sempre, è una delle più commoventi, struggenti e disincantate della storia del cinema americano.

E così, "The Last Picture Show", opera nata quasi per caso, finisce per diventare una delle pellicole più appassionate e significative degli anni settanta: "segna il passaggio dall'adolescenza all'età matura e la stretta correlazione tra il cinema e la vita appartiene anche all'itinerario del suo autore verso una progressiva maturità [...] Bogdanovich si ritrova ad aver spazzato via tragicamente, come il vento il quale nulla poteva l'ingenua ostinazione di Billy, quello che apparteneva alla sua gioventù, ai suoi sogni più cari, per approdare ad una più severa riflessione sulla fine di un mondo, di un'età e di un cinema" [3]. Bogdanovich si mette in gioco in questa pellicola, che darà il via ad una lunga carriera cinematografica (a dire il vero, abbastanza sfortunata) contrassegnata costantemente da una riflessione sul cinema, sul ricordo di esso, e sulla vita.

Per approdare poi, trent'anni dopo, con "Texasville" (1990), negli stessi luoghi de "L'ultimo spettacolo", e ritrovare gli stessi personaggi, cresciuti, maturati, sposati, ma ancora delusi dalla vita. Ma, stavolta, sapendogli concedere un pizzico di speranza e calorosa umanità, in un logico passaggio che ha portato dall'utilizzo dell'aspro bianco e nero del film del '71, all'abbraccio del rassicurante technicolor per questo sequel sui generis che mette in scena una comédie humaine per cui è impossibile non provare empatia e commozione.



[1] [2] [3] Vittorio Gracci, Peter Bogdanovich, Il Castoro Cinema, Milano, 2002