CAST & CREDITS

cast:
François Leterrier, Charles Le Clainche, Maurice Beerblock, Roland Monod, Jacques Ertaud

regia:
Robert Bresson

distribuzione:
Gaumont

durata:
98'

produzione:
Alain Poiré; Jean Thuillier

sceneggiatura:
Robert Bresson (dalle memorie di Andrè Devigny)

fotografia:
Léonce-Henri Burel

montaggio:
Raymond Lamy

musiche:
“Messa In Do Minore” di Wolfgang Amadues Mozart

pietra miliare

Un condannato a morte è fuggito | Recensione | Ondacinema

Un condannato a morte è fuggito

di Robert Bresson

drammatico, Francia (1956)

di Giuseppe Gangi

Cette histoire est véritable.
Je la donne comme elle est, sans ornement.
Robert Bresson

Prima che le musiche di Mozart invadano l'orecchio dello spettatore, prima che inizino a scorrere i titoli di testa, Rober Bresson impone in calce le sue intenzioni sullo sfondo della costruzione carceraria di Montluc che chiuderà per gran parte della durata del film il protagonista. "Un condannato a morte è fuggito" (sottotitolo: "Le vent souffle où il veut") si apre dunque con una dichiarazione di castità: ci accingiamo a vedere una storia realmente accaduta, che verrà narrata senza ornamenti. All'interno della pellicola, però, l'esperienza del tenente Fontaine ha un legame solo di circostanza con la Storia, tenuta fuori dalle mura del carcere. Esperienze, come quella della guerra e della prigionia, sono state per altro vissute direttamente da Bresson, il quale non può non averle riversate dentro il film, che si tramuta ben presto in una metafora sulla condizione esistenziale del prigioniero.

Il tenente Fontaine è un prigioniero ancora prima di entrate a Montluc: già nelle prime scene del film il suo campo visivo è ristretto a quello che può vedere dalla macchina della polizia. Nell'incipit l'autore immerge l'occhio dello spettatore nella realtà vissuta dal protagonista che, ammanettato, si trova dentro l'abitacolo di una volante della polizia che lo sta scortando in prigione. Improvvisamente intuiamo che il punto di vista della macchina da presa coincide con quello del protagonista, che vede lo spiraglio di una possibile fuga; la attua con felina audacia, ma il nostro occhio rimane fermo dentro la vettura, privati del movimento, della possibile catarsi che difatti non avviene. L'illuminante sequenza iniziale rappresenta  perfettamente la meta(fisica) del cinema bressoniano: un cinema della soggettività alla ricerca della libertà o della liberazione (morale, fisica, sociale). Nel caso della sequenza citata il punto di vista non poteva che rimanere ancorato dentro l'automobile, poiché la libertà era ancora lontana. Perché solo dalla cella Fontaine potrà riscattarsi, solo il peso della condanna a morte potrà innescare dentro il giovane tenente tutti i meccanismi che portano all'autoconservazione di sé. E Bresson segue l'ascesi dell'uomo in una sorta di processo di espiazione (centrale anche nel successivo "Pickpocket") segnata dall'ossessione per l'esterno: Fontaine si muove negli spazi angusti della cella e nei corridoi del carcere, ma il suo sguardo tenta sempre di volare fuori. Matura un piano di fuga e vi si applica con meticolosa dedizione per la sua riuscita. Dalla cella Bresson fa partire un prison-movie dell'anima: seguendo il piano del detenuto che lentamente scardina la porta della cella, il regista va a frantumare il dècoupage: teoria e prassi filmica coincidono. Le inquadrature si susseguono scomposte con un montaggio fatto di primi, primissimi piani e dettagli, la crescente frenesia del protagonista diventa la nostra frenesia, che viviamo e scaviamo a fianco del protagonista. A completamento della sua sinfonia, Bresson  tesse un tappeto sonoro fatto di rumori duri, graffianti, metallici, che rende la realtà della cella ancor più cupa e claustrofobica.
Senza nessuna forzatura o sbavatura espressiva, l'autore francese costruisce così un nucleo esasperato di tensione emotiva, di suspense: solo la certezza che il condannato a morte ritorni libero, che la fuga riesca potrà estinguerla. Ciò avviene tramite la lunga sequenza finale, silenziosa come l'espletazione di una liturgia, dove la regia di Bresson libra fluida verso l'alto: Fontaine (insieme al suo compare di fuga) raggiunge l'agognato obiettivo e, svincolato dalle pareti del carcere, si fa risucchiare dall'esterno e i personaggi si dissolvono nella nebbia che addensa lo schermo, mentre nel sottofondo depurato dai rumori cresce potente la "Messa in Do Minore" di Mozart.

Il regista tanto amato dai "turchi" dei Cahiers du Cinema col suo quinto lungometraggio realizza il manifesto assoluto della propria poetica. Col suo stile scarno e rigoroso l'autore francese non si piega mai a una ripresa dei fatti documentarista, ma usa il "cinematografo" per ri-toccare la realtà. Non solo "Un condannato a morte è fuggito" ha costituito quasi un genere a sé stante - basti pensare al Jacques Becker de "Il buco" (Le trou, 1960), vicinissimo a  "Un Condamnè à Mort s'est Echappè" per l'uso del sonoro e per l'ostinazione nella ricerca della libertà, e all'americanissimo "Fuga da Alcatraz" (Escape from Alcatraz, 1979) in cui Don Siegel cita praticamente la sequenza finale del capolavoro bressoniano - ma è un'opera capitale per lo sviluppo di alcuni procedimenti di montaggio tanto cari alla Nouvelle Vague e al cinema successivo.

Di questo si accorse anche un critico ben più acuto di chi scrive: Per me "Un condamné à mort s'est échappé" è non soltanto il più bel film di Robert Bresson, ma anche il film francese più significativo degli ultimi anni. (Prima di scrivere questa frase, ho avuto cura di scrivere su un foglio i titoli di tutti il film che Renoir, Ophüls, Cocteau, Tati, Gance, Astruc, Becker, Clouzot, Clément e Clair hanno realizzato dopo il 1946). Mi rammarico di aver scritto proprio qui, qualche mese fa: "Le teorie di Bresson non cessano d'essere avvincenti, ma sono così personali che non si addicono che a lui solo. L'esistenza in futuro di una "scuola Bresson" farebbe tremare gli osservatori più ottimisti. Una concezione a tal punto teorica, matematica, musicale e soprattutto ascetica del cinema non potrebbe generare una tendenza". Devo oggi rinnegare queste due frasi perché "Un condamné à mort s'est échappé" mi sembra polverizzare un certo numero di idee che presiedevano alla costruzione di un film, dallo stadio della stesura della sceneggiatura fino a quello della messa in scena e della direzione degli attori.
In molti film d'oggi si trova quello che si chiama un "pezzo di bravura". Questo significa che il regista è stato bravo, ha cercato di superare se stesso durante le riprese di una scena o due del suo film. A questo proposito, "Un condamné à mort", film dell'ostinazione, sull'ostinazione, realizzato da un oriundo dell'Auvergne, è il primo film di una bravura integrale. - François Truffaut da "I film della mia vita".

Con "Un condannato a morte è fuggito" Robert Bresson  forgia una grande lezione di tensione etica senza ammorbare lo spettatore di retorica e psicologismi, ma appoggiandosi solo alla forza emotiva della sinfonia del cinema.