Waiting for the Barbarians | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Eugenio Radin
7.0/10

Waiting for the Barbarians

Più che alla Fortezza Bastiani de "Il deserto dei tartari", l’avamposto in cui i soldati imperiali rimangono in trepidante "attesa dei barbari" nell’ultimo film di Ciro Guerra, assomiglia al Fort Apache di John Ford. Non è tanto un luogo metafisico, né una parabola sul tempo, né un’attesa beckettiana quella messa in scena dal regista colombiano assieme allo scrittore premio Nobel John M. Coetzee, quanto piuttosto un dramma antropologico che più che a Buzzati fa l’occhiolino ai saggi di Montaigne, in particolare a quelli inaugurali la stagione del relativismo culturale.
Così come nel film di Ford il saggio tenente York, portavoce di una posizione conciliante nei confronti dei nativi, si scontrava con il giovane e spavaldo colonnello Turner, che ricercava la gloria tramite la guerra; anche qui il magistrato impersonato da Mark Rylance è un uomo di cultura convinto - per dirla con le parole del savio di Bordeaux – che "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi". A lui si oppone il grottesco colonnello Joll (Johnny Depp), la cui impenetrabilità viene accentuata dal perenne utilizzo di lenti da sole, pronto a disfare in un soffio quanto il saggio magistrato (di cui non si fa mai il nome) aveva costruito in anni di pacifica convivenza con i nomadi oltre il confine.     

Guerra torna ad approfondire il tema dell’incontro tra civiltà e tra culture, già esplorato in "El Abrazo de la Serpiente" e in altri suoi lavori, mostrando che la barbarie si cela spesso dal lato opposto rispetto a quello che le apparenze parrebbero indicare. Autunno, Inverno, Primavera, Estate… e ancora Autunno (per parafrasare un titolo di Kim Ki-duk) sono le stagioni che si susseguono e che racchiudono questa lotta tra incontro amorevole e tirannica oppressione in una cornice ciclica, richiamata anche dalle scelte della fotografia, che va dagli interni caravaggeschi delle stagioni fredde alle cavalcate nelle grandi pianure e nei deserti aridi dell’estate.
Paesaggi ripresi in campi lunghissimi che richiamano le praterie americane (anche se qui siamo in un altro angolo del mondo) e che non sono l’unico riferimento alla tradizione western: lo scontro tra tame e wilderness, l’ambientazione di confine, il forte presieduto dai militari alla costante ricerca di una minaccia indigena, la giovane ragazza nativa da salvare dai coloni (all’opposto di "Sentieri selvaggi", dove era la giovane colona a dover essere salvata dai nativi) e infine la stessa caratterizzazione dei personaggi, come abbiamo visto, richiamano i luoghi comuni del celebre genere hollywoodiano. Non a caso forse, dal momento che "Waiting for the Barbarians" è la prima opera in lingua inglese del regista, che sceglie di mettere in scena una vicenda il cui messaggio va al di là di ogni possibile collocazione geografica.        

Eppure, in questo tentativo di valicare i propri confini (per utilizzare una metafora in tema con la pellicola), il cinema di Guerra fa una marcia indietro rispetto al passato. Si badi: non stiamo parlando di un film mal riuscito, ma rispetto alla potenza visiva a cui ci aveva abituati, il cineasta sudamericano sembra qui concedere meno spazio alla sua poetica per venire incontro alle esigenze e ai gusti del pubblico hollywoodiano. In particolare la necessità di sottolineare l’immagine tramite la parola, di marcare con il dialogo tutto ciò che poteva essere lasciato alla potenza implicita del non-detto, costituisce, a parere di chi scrive, un netto punto di debolezza. Manca l’onirismo del già citato "Abrazo de la Serpiente", mancano le grandi scene che scandivano la narrazione di "Oro verde" descrivendo i ritmi e i rituali quotidiani delle popolazioni indigene. Qui, l’ottima fotografia di Chris Menges, così come la regia di Guerra, seppur capace di regalarci splendide inquadrature, rimane tuttavia asservita alla necessità di spiegare quanto sta accadendo, rendendo fin troppo chiaro allo spettatore ciò su cui egli è chiamato a interrogarsi e riducendo, di conseguenza, l’ampiezza della narrazione e corrodendo così l’intenzione originale.

Rimangono molti elementi positivi, dall’interpretazione di Rylance alla sceneggiatura di Coetzee che, adattando per il grande schermo un suo romanzo omonimo, racconta una storia di resistenza contro l’oppressione del potere capace di farci riflettere sulla barbarie dell’Occidente; resta però un retrogusto amaro e la speranza che Guerra torni presto alla sua Colombia e alla grandezza visiva del passato.


26/09/2020

Cast e credits

cast:
Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson, Gana Bajarsajhan


regia:
Ciro Guerra


distribuzione:
Iervolino Entertainment


durata:
112'


produzione:
Iervolino Entertainment


sceneggiatura:
J. M. Coetzee


fotografia:
Chris Menges


scenografie:
Crispian Sallis, Domenico Sica


montaggio:
Jacopo Quadri


costumi:
Carlo Poggioli


musiche:
Giampiero Ambrosi


Trama
In uno sperduto avamposto militare situato al confine dell'impero, un magistrato prossimo alla pensione mantiene un rapporto di cordialità con le popolazioni nomadi al di là del confine. Ma quando il potente colonnello Joll arriverà al confine convinto che i barbari rappresentino una minaccia, distruggerà in pochissimo tempo tutto ciò che il vecchio magistrato aveva costruito.