Cosa avverrebbe se il Leonard Shelby di “Memento” si trovasse all’improvviso immerso in uno heroic bloodshed di hongkonghese memoria e se questa frenetica centrifuga di arti marziali, virilità e pathos finisse per trasformarsi repentinamente in una commedia degli equivoci, tanto ilare quanto capace di parentesi di rara crudezza? Probabilmente non sono molte le persone a essersi mai poste questa intricata domanda ma, se ci sono, si può dire che abbiano finalmente avuto una risposta: “Arrested Memory” del versatile regista giapponese SABU, al secolo Tanaka Hiroyuki. Questi non si è mai tirato indietro di fronte alla realizzazione di pellicole che si distinguono per peculiari configurazioni di generi e per una costante alternanza di registri fin dall’esordio “Dangan Runner” del 1996, la cui iperbolica corsa per portare a termine una missione quasi impossibile pare a tratti aggiornarsi col film presentato a Venezia, all’interno di un linguaggio cinematografico e di un’industria culturale che sono molto mutate nel corso di 30 anni.
Un primo fattore da sottolineare riguardo ad “Arrested Memory” è quello produttivo: si tratta difatti di una co-produzione internazionale, come d’altronde già erano altre pellicole del regista, ad esempio la recente “Mr. Long”, e come questa sembra perfettamente inserita all’interno del contesto taiwanese in cui è ambientata e in cui è stata girata, nonostante l’evidente ispirazione al cinema action hongkonghese e, ovviamente, la nazionalità del regista. Date le dimensioni modeste dell’industria cinematografica taiwanese e del suo mercato non sono rare infatti le co-produzioni con le altre cinematografie dell’Asia orientale, spesso ibride anche dal punto di vista linguistico. Ciò avviene anche in “Arrested Memory”, in cui il rapimento del figlio di un ricco industriale giapponese di stanza a Taiwan diviene il motore di una serie di fraintendimenti che vengono esasperati anche dalla barriera linguistica fra la famiglia del rampollo e le forze dell’ordine locali (complice anche un’interprete poco collaborativa).
Il bilinguismo poco funzionale sfoggiato dal film di SABU permette di ribadire l’approccio del cineasta alla molteplicità della pellicola, in cui le varie componenti si giustappongono, piuttosto che ibridarsi, lasciando spesso un distacco che non può essere colmato: così avviene fra le due comunità linguistiche (complice anche l’alternanza presso i locali fra il mandarino e l’autoctono taiyu), fra i generi (a sequenze action si alternano momenti più drammatici, facendo poi capolino parentesi genuinamente comiche), fra passato e presente. Il protagonista della pellicola, il detective esperto di arti marziali Lee, è infatti vittima di amnesie sempre più frequenti e più gravi, le quali disarticolano la sua esperienza del mondo in un serie di momenti isolati nel presente, intervallati da brevi e poco chiari flash del suo passato, incomprensibili proprio in virtù della loro slegatezza dallo hic et nunc (e causa di ulteriori equivoci, ovviamente).
Se i problemi cognitivi del leggendario detective (cui Ethan Juan dona all’inizio del film un’aria di seriosa coolness destinata a trasfigurarsi in una smorfia di sofferente incredulità per il resto del film) sono presenti dapprincipio, è il trauma della missione fallita e della perdita della sua squadra, causate proprio da un momento di confusione di Lee, a gettarlo nella disperazione e nel caos, una scelta che si riflette nel passaggio brusco, senza contestualizzazione, fra il serioso incipit poliziesco e la sarabanda grottesca che si dipana per il rimanente minutaggio. Con il protagonista ridotto all’ombra di sé stesso “Arrested Memory” diviene capace di liberarsi dalla pastoie del proprio passato (cioè dell’incipit) e mutarsi in un iperbolico pastiche che rappresenta con efficacia l’attuale produzione cinematografica taiwanese e il suo libero saltare fra registri, generi, immaginari, un’industria (quasi) senza passato e che pertanto può godere di una libertà con ben pochi eguali (o almeno questo sembra voler comunicare di sé stessa).
In fin dei conti quello di SABU è una sorta di “film turistico”, per cui può facilmente ignorare il peso del passato, invero tragico e opprimente, di Taiwan con cui i cineasti locali spesso devono confrontarsi anche quando dirigono a loro volta dei divertiti pastiche, come nel caso di “Kung Fu” di Giddens Ko, recentemente visto al Far East Film Festival. In ciò si scorgono i limiti del progetto, comunque ben evidenti anche a chi l’ha realizzato e che non ne compromettono in alcun modo la riuscita. Limiti principalmente concettuali, che ingabbiano il film nel perseguimento della più efficace commistione di generi a discapito di uno sviluppo armonico del racconto, il quale infatti non può che concludersi dove è iniziato, con i medesimi criminali che hanno provocato l’originale trauma del detective Lee che vengono sconfitti in maniera rocambolesca da lui, che avrà forse dimenticato perché combatte, ma di certo non come combattere.
In questa lode dell’automatismo, della memoria muscolare, sta tutta la forza e la debolezza di “Arrested Memory”, che forse avrebbe potuto trovare il suo posto anche in concorso alla Mostra del cinema, dove il procedere caleidoscopico della pellicola avrebbe sicuramente portato una carica di energia in una competizione che è parsa a tratti troppo focalizzata sui cliché del buon cinema d’autore. SABU invece non dà molto credito neanche agli stereotipi dei generi con cui gioca, proponendo un’opera pasticciata, ma sicuramente gustosa, che non lascia tregua a chi guarda per nessuno dei suoi densissimi 87 minuti, proponendo una sequela di emozioni e stimoli sempre diversi, fino a un finale che sa quasi di “Forrest Gump”. Imprevedibile come la pirotecnica sequenza action prefinale (cui deve molto il montaggio di Matthieu Laclau, montatore di fiducia di Jia Zhang-ke), “Arrested Memory” potrebbe rientrare con facilità nella categoria divertissement. Sicuramente sembra essersi divertito chi l’ha realizzato, così come lo sarà la maggior parte del pubblico. A volte non serve chiedere niente di più.
11/09/2026