Io non ho paura

Io non ho paura


Gabriele Salvatores

Drammatico | Italia
(2003)

Mettendo a frutto la sceneggiatura offertagli dall’ottimo libro di Niccolò Ammaniti, Gabriele Salvatores confeziona forse con “Io non ho paura” il suo film migliore. Rispetto alle ultime prove, in cui aveva tentato di percorrere strade alternative alla tradizione italiana, con esiti spesso deludenti, il regista milanese ritorna al cinema narrativo tradizionale, mescolando realtà e finzione, favola e dramma, fantasia e orrore.

La storia è degna di un romanzo di Stephen King trapiantato in quella che De Gregori definì “l’Africa d’Italia”: un Sud profondo e primordiale, collegato al resto del mondo soltanto dalle antenne di una tv che trasmette il Tg1 in bianco e nero con il faccione di Emilio Fede. Una landa abbacinata dal sole e dai campi di grano, con una piccola comunità di allevatori e contadini riunita in un borgo decadente. “Inseguire il grano giallo, alto”. Da questa immagine è partito Salvatores per girare questo insolito “gotico lucano” nelle terre arse della zona di San Leonardo, vicino Melfi. Ed è proprio tra le spighe della campagna del sud nell’estate torrida del 1978 che si nasconde il segreto agghiacciante scoperto da Michele Amitrano, 9 anni (interpretato da Giuseppe Cristiano, un bambino di 12 anni di Foggiano, frazione di Melfi). Nei pressi di un casolare abbandonato, c’è un buco in cui è tenuto nascosto un bambino, denutrito e incatenato. La scoperta è resa più atroce dalla consapevolezza che a tenere segregato il bambino è proprio il padre di Michele (un convincente Dino Abbrescia), con la complicità di un altro paio di famiglie limitrofe e la regia di un minaccioso (e memorabile) Diego Abatantuono, nella parte del laido basista milanese.

Nei racconti di Ammaniti, probabilmente il più talentuoso tra i giovani scrittori italiani, violenza e orrore sopraggiungono sempre a devastare universi amorfi e abitudinari. Ma in “Io non ho paura” la dimensione truculenta del pulp lascia spazio a un’inquietudine più sottilmente psicologica: è l’angoscia dei bambini al disvelarsi dello squallore e della crudeltà degli adulti. Un’angoscia che però nella psicologia infantile viene stemperata attraverso la creazione di un “mondo parallelo” in cui rifugiarsi.

Così il protagonista forgia il suo microcosmo, racchiuso simbolicamente dal lenzuolo in cui si nasconde, attraverso le sue emozioni: fugge dall’irrazionale riparandosi nel mondo delle favole e della fantasia. Per esorcizzare la paura, a Michele non resta che auto-convincersi dei suoi poteri sovrannaturali (“io sono una lucertola che può camminare”) quando, per penitenza, è costretto a camminare sulla trave sospesa per aria nella casa abbandonata, oppure inventare una fiaba per giustificare la prigionia del bambino (“C’era una volta un uomo che aveva due figli, uno di essi era pazzo e decise di rinchiuderlo sotto terra”) o ancora recitare una filastrocca sugli animali notturni, ispirata dal “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, quando deve correre sotto le stelle verso la stalla in cui è rinchiuso Filippo, il bambino rapito. E quest’ultimo supererà il trauma della prigionia inventando dialoghi con immaginari “orsetti lavatori” e ripetendosi “Io sono morto”, quasi a trovare nella propria morte l’unica spiegazione alternativa al terrore di essere stato abbandonato dalla famiglia.

Tra 127 Fiat e canzoni di Ivan Graziani, radio a transistor ed empori pieni di pagnotte, biscotti Ringo e ceri per le preghiere, si consuma “una storia d’infanzia perduta” (secondo la definizione dello stesso Salvatores), che riecheggia “Stand by me” (1986) di Rob Reiner e i classici di Truffaut o di Comencini, ma anche i romanzi di Mark Twain e di Stephen King. Una storia che vede un gruppo di ragazzini per la prima volta a contatto con il pericolo della morte, con l’orrore e il mistero. L’intento di Ammaniti era di “far parlare i bambini come degli organismi diversi dai genitori”. E il contrasto è reso appieno nel film, dove emerge fin dall’inizio il solco profondo tra il mondo dell’infanzia – giocoso, competitivo, luminoso – e quello degli adulti – cinico, oscuro, chiuso. Ma la chiave narrativa è soprattutto il rapporto tra Michele e Filippo. Quest’ultimo appare inizialmente nei panni di uno spaventoso “Lazzaro”, accecato dalla follia e dalla cattività, per poi tramutarsi gradualmente in un “doppio” del protagonista (“ma allora siamo uguali”), amico e coetaneo. Ma non c’è solo empatia: Michele ha un rapporto a tratti sadico con il bambino nel buco: lo tira fuori, lo rimette dentro, lo nutre e gli toglie il cibo, come in una sorta di gioco macabro. E’ solo la certezza della fine che lo spingerà ad agire. E anche tra i bambini non mancano figure in chiaroscuro: il prepotente “Teschio”, il traditore- amico Salvatore.

La narrazione scorre fluida, scandita dalle frequenti dissolvenze al nero e dalle riprese con la steadycam, tenuta costantemente bassa ad altezza di bambino, a sfiorare i campi di grano, sempre gialli e luminosi in contrapposizione all’oscurità del buco/nascondiglio. I bambini apportano un decisivo contributo di vivacità ed espressività, mentre gli adulti tratteggiano le loro figure di “orchi” grossolani e disperati. Un “horror rurale”, insomma, in cui emergono anche la dimensione della noia, dell’estate che non passa mai, e tutta la desolazione di un Sud condannato a restare sempre indietro.

05/06/2008

Cast e credits

Titolo Originale
Io non ho paura
Distribuzione
Medusa
Durata
108'
Produzione
Cattleya, Colorado Film
Sceneggiatura
Francesca Marciano, Niccolò Ammaniti
Fotografia
Italo Petriccione

Trama

Tratto dal romanzo "Non ho paura" di Niccolò Ammaniti. E’ l'estate del 1978: nel piccolo borgo di Acque Traverse un manipolo di ragazzini scorrazza fra il paese e la campagna circostante, tra giochi e scorribande. E proprio durante una di queste, il piccolo Michele, nove anni, si imbatte in un incredibile segreto: i “grandi” del villaggio tengono un bambino segregato in un buco, nei pressi di una casa abbandonata...
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