La moglie del poliziotto

La moglie del poliziotto


Philip Gröning

Drammatico | Germania
(2013)

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne viene distribuito in Italia “La moglie del poliziotto” di Philip Gröning, presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e premiato con il Premio Speciale della Giuria dal presidente Bernardo Bertolucci. Se da un lato è lodevole cogliere l’occasione di questa Giornata per far uscire un film che tratta il tema della violenza domestica sulle donne, dall’altro rimane il mistero di una distribuzione con il contagocce solo in poche città e per pochi giorni.

Il titolo ci svela già chi saranno i due protagonisti della storia che verrà raccontata: una moglie e un poliziotto. Un uomo e una donna, fin da subito chiamati con il loro ruolo all’interno della famiglia e della società. Non è un caso che l’uomo venga indicato come poliziotto fin dal titolo in quanto giocherà un ruolo di “polizia”, nel senso meno nobile del termine, all’interno della famiglia. A differenza della donna che vedremo sempre dentro le mura domestiche nel doppio ruolo di moglie e madre di una bimba bionda di pochi anni. Il baricentro di tutta la narrazione non potrà che essere proprio la moglie vista come dispensatrice di amore verso la figlia e, nello stesso tempo, vittima della violenza che via via si insinua all’interno del focolare domestico.

Il film racconta proprio questo, la normalità di una famiglia ripresa nella vita quotidiana di tutti giorni: la figlia che racconta ai genitori delle storielle buffe a pranzo, la madre che aiuta la figlia a piantare alcuni ortaggi nel cortile di casa, attimi di tenerezza tra i due coniugi. Tutto immerso in un suggestivo paesaggio teutonico da fiaba, avvolto da boschi e case di legno. Il quadro però non rimarrà con queste tinte solari ed idilliache, ma virerà verso atmosfere espressioniste e fosche in cui il marito mostrerà il suo lato più represso, esplodendo in scatti di violenza. Lo squarcio al velo di normalità lo incominciamo a notare da alcuni lividi sul corpo della moglie, per poi assistere alle urla, minacce, inseguimenti e serrature forzate da un coltello.

Il regista tedesco racconta tutto questo frantumando l’intera successione temporale in cinquantanove capitoli, senza seguire un vero e proprio ordine cronologico. Sono tanti pezzi di un puzzle, di diversa lunghezza (alcuni di questi durano pochi secondi, altri fino a dieci o quindici minuti). Ogni capitolo è caratterizzato da uno stacco nero con “inizio” e “fine” come a creare una tensione emotiva sempre più crescente. E molte di queste tessere del mosaico abbandonano il nucleo della famiglia per riprendere la notte in un bosco oppure il passaggio di una volpe lungo una strada. Sembrano a volte degli intervalli, delle pause dalla storia principale. In realtà sono qualcosa di più. Conferiscono un taglio da entomologo, che riprende il tutto senza alcun filtro e giudizio.

Il regista del “Grande silenzio” non cerca alcuna causa che muova il marito a queste violenze. Tende a riprenderlo consumato poi da sensi di colpa e implorare perdono senza offrire alcuna spiegazione. Questa oggettività rende la narrazione molto documentaristica e di forte realismo (d’altronde nella realtà l’esplosione della violenza domestica non ha mai un motivo e una causa).

Il modo di girare è fondamentalmente classico, costituito da campi e controcampi con un uso ben distribuito del primo piano. La violenza è inizialmente fuori campo, poi le riprese passano alla camera a mano seguendo gli scatti del marito in ogni stanza. Molto spesso vediamo i due protagonisti in riprese frontali, con lo sguardo in macchina come a voler rompere quel taglio oggettivo e documentaristico, chiamando in causa lo spettatore. Un altro aspetto di frattura lo possiamo individuare nell’entrata in scena, in alcuni capitoli, di un uomo anziano ripreso a contemplare un campo innevato o in faccende domestiche, un personaggio alieno a tutte le vicende. A detta di Gröning “una sorta di Tiresia veggente che sa e che racconta”. È una delle tante interpretazioni che vengono offerte allo spettatore, anche qui tirato in ballo a interrogarsi sul senso del racconto: chi sarà questo anziano signore? Forse il marito da vecchio o forse un uomo qualunque. Non ci sono, anche qui, risposte.

Dopo aver trasformato il racconto della vita claustrale in una meditazione spirituale, Gröning in questo nuovo film sembra aver alzato l’asticella offrendo un grande atto di fiducia e d’amore verso il cinema puro, capace di porre delle domande su cosa significhi raccontare e sperimentare per immagini. Ovvero cosa voglia dire fare cinema.

01/12/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Die Frau Des Polizisten
Distribuzione
Satine
Durata
175'
Produzione
Matthias Esche, P. Gröning, Philipp Kreuzer
Sceneggiatura
P. Gröning, Carola Diekmann

Trama

Uwe e Chistine sono una coppia, all'apparenza, normale. Lui è un poliziotto disciplinato e metodico, lei una moglie fedele e madre di una bimba di pochi anni che accudisce con amore in una casa circondata da boschi fiabeschi. Piano piano però cominciano ad apparire dei lividi sul corpo di Christine e l'atmosfera in casa passa da un amorevole quadro domestico a ad uno di paura e terrore. La violenza del marito cresce sempre più senza alcuna spiegazione.
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