Omar

Omar


Hany Abu-Assad

Thriller | Palestina
(2013)

MIDDLE EAST NOW 5 – Il festival presenta in anteprima italiana l’ultimo film del regista palestinese Hany Abu-Assad, per la seconda volta (consecutiva) candidato all’Oscar come miglior film straniero. “Omar” è un thriller politico-romantico magistrale. Un deciso passo avanti rispetto al già interessante “Paradise Now”.

 

“Ci sono tre scuole di thriller. Quella americana, basata su una sceneggiatura serrata e sulle scene d’azione. Quella francese, basata sulla tecnica cinematografica e sull’etica umana. Quella egiziana, basata sull’umanità e l’umorismo dei protagonisti che si trovano coinvolti in vicende più grandi di loro. Ho cercato di fare un film che contenesse gli elementi principali di tutte queste scuole. Perché la mia intenzione era di fare un thriller efficace. “Omar” è un film sull’occupazione israeliana della Palestina. Non può essere altrimenti. Ma l’occupazione inevitabilmente un giorno finirà e io voglio che il mio film continui ad essere visto, voglio che sopravviva all’occupazione. Per questo doveva essere anche un buon thriller”. Così ha risposto alle nostre domande Hany Abu-Assad durante la prima serata del Middle East Now festival di Firenze. Ed “Omar” è un ottimo thriller, come provato dall’emozione che ha levato a tutti il fiato quando sono partiti i titoli di coda e che ha ritardato (di poco) gli applausi.

 

Il film racconta le mutevoli relazioni tra i quattro protagonisti, gli amici di infanzia Omar, Tarek e Amjad e Nadia, la sorella di Tarek amata da Omar e Amjad. La situazione è complicata da tutti i problemi associati al vivere nella Palestina occupata e dal fatto che i tre amici stanno preparando un’azione contro l’esercito israeliano. Grazie a una sapiente alchimia il film riesce ad essere avvincente e divertente mantenendo una posizione politica molto forte e chiara. Ripercorrendo le linee suggeriteci da Hany Abu-Assad, per prima cosa abbiamo una sceneggiatura effetivamente serrata, dal punto di vista del thriller paranoico come da quello della tensione etica ed emotiva, con un crescendo finale che non lascia indifferenti. Una specie di incredibile punto di equilibrio tra “I tre giorni del condor” e “Una separazione”. Abbiamo quindi l’azione, con delle scene di parkour molto riuscite che ricordano quelle di “The Bourne Ultimatum”. La tecnica cinematografica sopraffina è evidente dal dinamismo con cui è reso giustappunto il primo inseguimento, ma sa anche farsi gentile quando valorizza, osservandola da lontano come un innamorato nascosto o da vicino come lo sguardo di un amante, la recitazione dell’unico personaggio femminile del film. Sì perché alla fine tutto ruota attorno alla storia d’amore tra i giovani Nadia e Omar (lei va ancora alle superiori, lui avrà un paio di anni di più) peraltro entrambi molto belli perché, nuovamente, anche il sogno deve avere un po’ di spazio. Ma senza troppe illusioni. “Vivo da tutta la vita a 15 km dal mare e non me l’hanno mai fatto vedere”  racconta un palestinese messo male.  “La situazione non migliorerà finché non finirà l’occupazione” afferma tristemente in un’altra scena una israeliana pacifista.

 

Infine i due ingredienti egiziani: l’umanità e la commedia. In realtà quando vediamo un vecchio che si ferma per cercare di aiutare Omar a scavalcare il micidiale muro costruito in territorio palestinese dagli israeliani (l’oggetto protagonista del film) o quando l’azione si interrompe per una battuta assurda, più che i thriller egiziani la mente va al sublime Elia Suleiman. Ecco, forse la parola capolavoro si spende più volentieri per un film come “Il tempo che ci rimane” che per “Omar”,  più classico come impianto e che in alcuni passaggi mostra la fatica di tenere tutti gli ingredienti assieme. Ma, come si proponeva il regista, “Omar” è un grande thriller come non se ne vedeva da anni né in Occidente né altrove. Ed è un film che descrive la realtà dell’occupazione israeliana senza compromessi, dalle “pressioni fisiche moderate” applicate nelle carceri israeliane, all’oppressione di essere prigionieri in una delle zone più densamente popolate del mondo, fino alla onnipresente paranoia creata dai servizi di sicurezza israeliani, e alla conseguente violenza che i palestinesi non esitano ad esercitare sugli israeliani e tra di loro.

 

Questa sincerità totale combinata alla maestria del racconto e della messa in scena è forse la ragione del successo della pellicola. “Il film è piaciuto a tutti sia in Israele che in Palestina. I giornali della destra israeliana di solito ci hanno dato 4 o 5 stelle. E’ piaciuto anche ad Hamas. Anche se loro hanno protestato per la scena del bacio.” racconta Hany Abu-Assad. Gli abbiamo chiesto se avesse visto “Zero Dark Thirty”, visto che “Omar” può sembrarne lo specchio umano, in cui vediamo come le persone appese al soffitto e torturate arrivano lì per via di una vita piena di casini di rabbia di amore e ad essa possono tornare, mentre i torturatori tornano al niente. “Certo che l’ho visto – ci ha detto lui sorridendo – Jessica Chastain è eccezionale”.

 

10/04/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Omar
Durata
96'
Sceneggiatura
Hany Abu-Assad
Fotografia
Ehab Assal
Montaggio
Eyas Salman

Trama

Storia d'amore nella Palestina occupata
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