L’invasione degli ultracorpi

L’invasione degli ultracorpi


Don Siegel

Fantascienza | Usa
(1956)

Ormai un classico senza tempo della fantascienza e del cinema mondiale, quando esce nel 1956 “L’invasione degli ultracorpi” ha una scarsa risposta da parte del pubblico.

Tratto dal romanzo di Jack Finney, pubblicato su Collier’s Magazine nel 1954, narra di un’invasione di una forma di vita extraterrestre che si sostituisce agli esseri umani, “replicandoli” in tutto e per tutto, attraverso copie che si formano in baccelli vegetali e impossessandosi della mente e della memoria degli originali durante il loro sonno.

Il produttore Walter Wanger, famoso per aver finanziato alcuni film di Alfred Hitchcock e per grandi produzioni negli anni 30 e 40, cade in disgrazia per l’aggressione all’amante della moglie. Dopo essersi fatto otto mesi di prigione, è fuori dal grande giro degli Studios e fonda una piccola casa di produzione, la Allied Artist. Tra i primi film a finanziare è “Rivolta al blocco 11” diretto da Don Siegel. In questo lavoro sul mondo carcerario (ispirato dalle vicende personali di Wanger), il regista americano dà prova delle sue grandi capacità di controllo del set. Don Siegel è considerato un regista affidabile e all’interno della logica produttiva degli Studios e delle piccole produzioni. Solo il tempo lo qualifica come uno dei capostipiti e maestri di film d’azione e polizieschi (soprattutto negli anni 60 e 70) e per aver creato il mito cinematografico dell’ispettore Callahan con la maschera imperturbabile di Clint Eastwood.

L’incontro tra i due per “Rivolta al blocco 11” spinge Wanger a chiedere a Siegel di dirigere “L’invasione degli ultracorpi”. Daniel Mainwaring consegna la sceneggiatura il 10 febbraio del 1955 e Wanger eroga trecentomila dollari per tre settimane di riprese che si svolgono dal 23 marzo al 18 aprile 1955. Un classico B movie dell’epoca che viene proiettato insieme a “The Atomic Man” nel febbraio 1956 (la doppia proiezione era usuale per questo tipo di film in quegli anni). Il ritardo tra la fine delle riprese e la prima del film lo si deve soprattutto alla necessità di girare il prologo e il finale, aggiunti in un secondo momento e voluti dalla produzione non soddisfatta del primo montaggio. Siegel si costrinse a girare le aggiunte per non lasciare il lavoro in mano ad altri e avere la certezza del prodotto finito ad arte. Infatti “L’invasione degli ultracorpi” in origine doveva raccontare una vicenda senza speranza, con il protagonista, il dottor Miles Bennel (Kevin McCarthy, ottimo caratterista, qui nel ruolo della vita) che urla disperato: “Tu sarai il prossimo”, mentre l’invasione si sarebbe diffusa dalla piccola cittadina californiana di Santa Mira a tutto il mondo. Invece, in un lungo flash back, Miles racconta la storia dell’invasione aliena a Santa Mira a uno psichiatra, dopo esser stato ricoverato in ospedale. Nessuno gli crede, ma nel finale, per un casuale incidente a un camion che trasporta i baccelli, la testimonianza di Miles viene presa sul serio e scatta l’intervento delle autorità per bloccare l’invasione in un “happy end” d’ordinanza.

Scambiato all’inizio per un film per ragazzi, cos’è che ha trasformato questo piccolo film in un cult seminale che ha attraversato il tempo e ha avuto una grande influenza sul futuro cinema di genere?

Don Siegel, da grandissimo artigiano della macchina da presa qual è, con il ristretto budget a disposizione, sceglie di giocare tutto sul non visto, sulle sfumature. Gli unici “effetti speciali” sono i baccelli, con le copie che si formano durante la notte, in un’epoca dove invece lo spettatore scopre i primi mostri, i robot, gli alieni da altri mondi. Nello stesso anno dell’uscita di un altro grande film come “Il pianeta proibito” di Fred McLeod Wilcox e prodotto dalla MGM, dove si costruiva l’immaginario cinematografico della fantascienza popolare degli anni a venire, la pellicola di Siegel è inusuale e straniante.

La scelta di Siegel è quella di prediligere atmosfere sfumate, creando una suspense crescente grazie all’uso delle inquadrature oblique, a campi lunghi e stretti, riprese dal basso verso l’alto e viceversa dei personaggi e di ciò che vedono all’interno della scena. La sceneggiatura è compatta – la vicenda si svolge nel giro di 48 ore, dal ritorno a Santa Mira di Miles fino alla fuga sull’autostrada – fatta da dialoghi brillanti ed essenziali (non accreditato, alla supervisione lavora il futuro regista Sam Peckinpah, anche interprete dell’uomo del gas che legge il contatore nella cantina di casa di Miles). L’intreccio, poi, tra la storia d’amore di Miles e Becky (un’incantevole Dana Wynter), una vecchia fiamma ritornata a Santa Mira, dà ancora più pregnanza e mette in evidenza la loro essenza aliena, cioè la mancanza di qualsiasi sentimento.

Il 1956 è anche l’anno in cui Nikita Kruscev denuncia i crimini stalinisti e siamo nel pieno della Guerra Fredda e dell’American Way of Life, con la rielezione alla presidenza degli Stati Uniti di Dwight Eisenhower. Molta critica ha letto negli anni a seguire “L’invasione degli ultracorpi” come il manifesto della paura dell’invasione sovietica (l’ideologia comunista che vuole tutti uguali, dipinta come priva di sentimenti individuali). Ma in diverse occasioni Siegel ha sempre disconosciuto questa lettura del film, dicendo che non pensava a nessun messaggio politico.

Lettura molto legata al periodo storico e come tale debole. Mentre l’universalità di un film come “L’invasione degli ultracorpi” è il suo parlare alle paure più intime di ognuno di noi: la perdita della propria umanità in un mondo che velocemente procede verso una modernizzazione forzata, dove l’omologazione dello stile di vita assorbe l’individuo all’interno di una folla indistinta. Del resto, Miles e Becky lottano per il loro nascente amore, per preservarlo da un male che viene “dal di dentro”, dall’interno stesso degli uomini e delle donne di Santa Mira, spazio metonimico degli Stati Uniti moderni e consumisti. Ed è sintomatico come il protagonista sia un medico, figura di colui che cura il male (sociale), punto di riferimento dell’intera comunità.

La folla, dicevamo. Per gran parte del film, vediamo Miles e Becky correre, spostarsi velocemente, sempre in fuga, fino all’apoteosi del finale, dove la massa indistinta di esseri li rincorre lungo la collina ai confini del paese, fin dentro una galleria di una vecchia miniera. E qui abbiamo la messa in scena di un aspetto altrettanto interessante e universale: non solo il mito della caverna di Platone, fin troppo facile, ma il suo annullamento, dove la salvezza e la verità non è fuori né tantomeno dentro. Siamo nei pressi della potenza del sogno, dell’immaginazione. Per impedire di essere replicati, Miles e Becky non devono dormire, il che equivale anche a non dover sognare, visto che in un mondo senza emozioni né sentimenti, anche l’immaginazione e il sogno sono perduti per sempre. Invece, l’entrata all’interno della miniera è come entrare in una sala cinematografica, dove tutti vedono lo stesso film, dove si costruisce un immaginario collettivo negativo e omologante che spinge a convergere lo sguardo verso un unico punto di vista anaffettivo (del regista o del pubblico/folla). L’individuo entra e si adegua (Becky) oppure scappa e grida “tu sei il prossimo” in un urlo cinico, dissacratorio, inevitabile della realtà in divenire.

Il vero incipit di “L’invasione degli ultracorpi” ricorda molti film western: il treno che arriva nella piccola stazione di un villaggio di frontiera, tranquillo, ordinato, dove tutti si conoscono e la vita scorre lenta. Ma è anche l’arrivo della società di massa, della televisione con i suoi prodotti che producono desiderio (di omologazione): “sono cambiate tante cose e tante sono rimaste uguali” dice Miles a Becky quando l’accompagna a cenare al ristorante “Sky Terrace”. E anche il cielo e le nuvole (che scorrono nei titoli di testa) possono essere una potenziale minaccia, presagio di tempeste future, di un cielo coperto e in movimento.

Insomma, Siegel tratta di una vita che ci rende claustrofobici, ci rinchiude, delimita lo spazio dell’immaginario individuale, dei sogni e dei sentimenti. La messa in scena corrisponde alle inquadrature di corridoi stretti, stanzini e camere soffocate dall’ombra, fin dentro le profondità delle cantine o delle serre delle case apparentemente linde e pulite, ma che nascondono segreti (o baccelli alieni). Tema tanto seminale che un maestro come John Carpenter rielabora da par suo in un film come “La cosa”. O come David Cronenberg che costruirà un’intera filmografia sulle mutazioni provenienti “dal di dentro”.

A distanza di decenni, vedendo “L’invasione degli ultracorpi” si può ammirare l’immutabilità della bellezza di intere sequenze, la paura e la tensione costruita con i giochi di luci e ombre. Si rimane spiazzati dagli originali punti di vista della macchina da presa di Siegel, rendendo il film fruibile a un pubblico contemporaneo, con una storia tutt’ora moderna e attuale. E se negli anni ha avuto diversi remake, più o meno riusciti –  come “Terrore dallo spazio profondo” (1978) di Philip Kaufman, “Ultracorpi – l’invasione continua” (1993) di Abel Ferrara, “Invasion” (2008) di Oliver Hirschbiegel, – “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel rimane un’opera di un autore a cui tanti registi e film hanno debiti di riconoscenza.

14/06/2015

Cast e credits

Titolo Originale
Invasion of the Body Snatchers
Durata
80'
Produzione
Allied Artists Pictures, Walter Wanger Pictures
Sceneggiatura
Daniel Mainwaring, Richard Collins
Fotografia
Ellsworth Fredericks
Scenografie
Ted Haworth
Montaggio
Robert S. Eisen
Musiche
Carmen Dragon

Trama

Il dottor Miles Bennel racconta al collega dottor Hill una storia allucinante: la cittadina di Santa Mira è stata invasa da extraterrestri che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Queste creature si replicano all'interno di enormi baccelli che crescono finché creano copie senza sentimenti ed eliminano gli originali. Bennell prova a dare l’allarme, ma nessuno gli crede.

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