Un padre, una figlia

Un padre, una figlia


Cristian Mungiu

Drammatico | Belgio, Francia, Romania
(2016)

Si potrebbe fare un giro del mondo attraverso l’opera di alcuni cineasti. In altre parole, è possibile conoscere un paese approfonditamente grazie all’aiuto di preziosi autori che ne sanno leggere la contemporaneità attraverso la loro produzione artistica. Capita che, nonostante le contraddizioni, gli aspetti più oscuri e drammatici, venga voglia di volerlo visitare, un paese, dopo che se ne è assaggiata una minima porzione per mezzo dei film di questi autori. C’è il Cile di Pablo Larrain, c’è il Regno Unito di Ken Loach, il Portogallo di Miguel Gomes, il Belgio dei fratelli Dardenne, la Svezia di Roy Andersson, la Turchia di Nuri B. Ceylan, la Thailandia di Apichatpong Weerasethakul, la Cina di Jia Zhang-ke, il Giappone di Hirokazu Koreeda. E poi c’è la Romania di Cristian Mungiu. Tra i tanti talenti sfornati dalla new wave rumena, è lui la punta di diamante, il fuoriclasse capace di guardare, in modo tenero e spietato allo stesso tempo, al passato e il presente di una nazione intera.

L’elenco di registi appena fatto è parziale, certo. Sono molto più numerosi i cineasti capaci di narrare del loro paese in modo lucido. Ma questi nomi poco sopra citati hanno un qualcosa in più: la società intesa come elemento umano collettivo è la protagonista assoluta dei loro lungometraggi e i singoli protagonisti costituiscono uno strumento in mani sapienti proprio per parlare di Storia e politica, di costume e contemporaneità con un respiro ben più ampio. Mungiu, che all’epoca della caduta del regime comunista di Bucarest aveva solo 21 anni, stavolta, con “Bacalaureat” decide di guardare al presente e quello che ne viene fuori è un ritratto complessivo terrificante e spietato, un paese che non ha imparato niente dai drammi trascorsi, dal sangue versato e dai sacrifici fatti dalle generazioni scomparse. Il dramma di Mungiu è, innanzi tutto, un affresco familiare dotato di una stratificazione e una precisione narrativa sorprendente, ben lontano dalla semplificazione e dallo stereotipo. Di che cosa parliamo, dunque? Parliamo del dottor Romeo, medico di ospedale sulla cinquantina, esponente classico della nuova borghesia rumena. Egli vive a Cluj, terzo centro del paese, scelta non a caso per il suo essere il fulcro della vita industriale ed economica dello stato, oltre che per il suo rappresentare il polo universitario più importante. Qui Romeo ha una vita complicata nella sua quotidianità: vive con una moglie con cui è virtualmente separato da anni e infatti dorme sul divano da chissà quanto tempo; ha una relazione problematica con una giovane insegnante che vive sola con un figlio piccolo; il suo lavoro lo porta quotidianamente a confrontarsi con l’inefficienza e l’abbandono del settore pubblico. E poi c’è Eliza, l’adorata figlia diciottenne, la ragazza per cui Romeo vive e respira.

Eliza è sul punto di diplomarsi e lasciare la Romania: la attende l’Inghilterra e una borsa di studio con cui potrà laurearsi in una prestigiosa università europea. Succede, però, che l’attualità irrompa violentemente: la giovane è vittima di un tentato stupro proprio alla vigilia degli esami di maturità e lo choc è tale che non si sa se riuscirà a presentarsi a scuola per l’appuntamento finale. Si apre, insomma, uno scenario che Romeo non può accettare; ed è così che l’uomo, schifato dalla criminalità dilagante, da una società che ha innalzato a consuetudine accettabile la corruzione, il nepotismo e la mediocrità, decide di scendere a patti proprio con tutto ciò e sperimentare l’abbraccio con l’illegalità pur di assicurare a sua figlia dei voti altissimi al diploma, condizione irrinunciabile per ottenere il via libera per andare in Inghilterra a fare l’università.

Macchina da presa in spalla, Mungiu riduce al minimo il lavoro di montaggio per esaltare le prestazioni straordinarie degli interpreti, su cui domina come un gigante Adrian Titieni con la sua espressività sempre trattenuta, con quella sua presenza scenica imponente eppure mai dilagante. È così che l’autore di “Bacalaureat” parla senza pietà del suo paese. Gli uomini sempre al centro della scena e tutto intorno quel senso di desolazione dato dall’urbanistica soffocante, i cani abbandonati che popolano le strade notturne, gli atti vandalici all’ordine del giorno, la ricerca costante di favori sul mondo del lavoro che regola i rapporti personali. Il talento di Mungiu è soprattutto nelle sue eccezionali doti di narratore: stupisce, ad esempio, la stratificazione e profondità delle relazioni familiari, complesse, diversificate e universali. Eppure non c’è mai artificio o drammatizzazione superflua. L’ambizione del regista rumeno è ancora più evidente in questa sua nuova opera rispetto alle precedenti: laddove “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni” era un film che faceva dello straordinario il suo fulcro tematico, “Bacalaureat” è nell’ordinario che va a indagare, nella grigia quotidianità, nella vita familiare che si ripete giorno dopo giorno. Ma nonostante questo, la caratterizzazione che Mungiu fa dei suoi protagonisti inquieta per come riesce a tenere l’attenzione dello spettatore sospesa come se ci trovassimo di fronte a un thriller o a un noir.

Nelle oltre due ore di pellicola, gli equilibri saltano e si ricompongono in diverse forme: tutti i personaggi principali vivono i traumi attorno a loro cambiando atteggiamento e visione delle cose. Il dottor Romeo, dopo essere passato per l’ossessione e il tradimento dei propri principi, alla fine giunge alla conclusione che ogni generazione deve avere la possibilità di scegliersi un futuro, un’illusione di riconciliazione, forse, quella che Mungiu ci propina alla fine, non è dato saperlo. Il divario generazionale resterà nel confronto serrato, ma sempre amorevole, tra il padre e la figlia. Laddove Romeo è in collera con la Romania, considera un errore aver scelto di tornare dopo la fine della dittatura e ha visto con i suoi occhi il sogno democratico sgretolarsi davanti all’incompetenza e all’indolenza generale, Eliza non ha un raffronto con il passato da fare, lei è cresciuta nella Cluj contemporanea e non ha memoria del regime autoritario. Ed è per questo che, forse, nel suo sorriso appena accennato prima che lo schermo diventi nero, si nasconde un’ingenua e innocente fiducia nel futuro.

12/06/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Bacalaureat
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
128'
Sceneggiatura
Cristian Mungiu
Fotografia
Tudor Vladimir Panduru
Scenografie
Simona Paduretu e Anca Perja
Montaggio
Mircea Olteanu

Trama

Quello che i genitori dicono ai loro figli e come questi ultimi vedono i loro genitori.
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