Io, Daniel Blake

Io, Daniel Blake


Ken Loach

Drammatico | Francia, Gran Bretagna
(2016)

Film retorico e ricattatorio oppure idealistico ed emozionante? Pamphlet politico-sociale oppure cinema di retroguardia? Messa in scena consunta e ormai esangue oppure lineare e poetica?

Assistendo alla proiezione dell’ultimo film di Ken Loach tutte queste domande affiorano alla mente e si cerca di darsi una qualche risposta durante la visione. Diciamo subito che, forse, “I, Daniel Blake” non meritava di vincere la Palma d’Oro del 69esimo Festival di Cannes (che fa entrare il regista inglese in quel ristretto club della doppia vittoria, ripetendosi, a dieci anni da “Il vento che accarezza l’erba“). Ma non merita nemmeno di essere sottovalutato né denigrato per la storia che racconta: accusarlo di essere “ideologico”, di ripetersi, di attaccare il welfare inglese, da parte di una certa critica, vuol dire non capire che il film si colloca tra quelle opere che lucidamente, al contrario, denunciano la deriva distruttiva che la società occidentale ha preso e che viviamo quotidianamente. Ed è ammirevole che un anziano autore come Loach spenda ancora le ultime energie in un urlo emotivo, in una denuncia senza nessun compromesso contro una burocrazia, uno Stato, lontani dalle persone, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. È un discorso “ideologico” questo? Può darsi, ma continuando a eliminare tutti gli aspetti ideologici stiamo attenti che alla fine rimarrà solo la prassi egoistica del più forte, dove il denaro sarà (è) l’unico elemento di valutazione delle persone; dove non esisteranno più cittadini, ma solo consumatori e, alla fine, quando non sarai più capace di consumare ed espulso dalla società, non ti rimarrà più niente (altro che ideologia, arte e cinema). E più di gridare vendetta per il suo cinema e, addirittura, a una ipotetica sconfitta del Festival, si dovrebbe avere più compassione e senso di misura, altrimenti ci si trasforma negli algidi burocrati così ben descritti da Loach (e sfido chiunque a non aver avuto a che fare, almeno una volta, con uno di loro in un qualsiasi ufficio pubblico).

Torniamo al film e avviciniamoci a questo autore che non tradisce se stesso, la propria dignità, come il suo protagonista Daniel Blake, un carpentiere di 59 anni che, colpito da infarto, non può più lavorare, e che per una rivisitazione della pratica da parte di una giovane funzionaria, perde il sussidio sanitario. Loach mostra solo lo schermo nero, mentre scorrono i titoli di testa e si sente il dialogo assurdo tra Daniel e la burocrate. Assistiamo così alla kafkiana lotta del non più giovane Blake (ma nemmeno vecchio, per la durata della vita della nostra opulenta società in crisi di identità) per affermare i propri diritti, costretto a chiedere il sussidio di disoccupazione, mentre è in attesa del ricorso per ridiscutere la sua situazione con la commissione sanitaria. Loach riprende i temi forti del suo cinema, quelli dalla parte dei deboli in un sistema che è un buco (schermo) nero, come nell’incipit di “I, Daniel Blake”, costruendo in modo lineare, a tratti fin troppo pedagogico, ma coerente e, in questo caso, emotivamente partecipativo un’opera che non lascia indifferenti.

Daniel Blake incontra una giovane madre di due figli da padri diversi, emigrata da Londra nella livida Newcastle nel nordest dell’Inghilterra, dove le viene assegnata una casa. Il rapporto che s’instaura cresce e si sviluppa tra Daniel e la donna e i due bambini, porta a formare una “famiglia” costruita attorno a gesti solidali, di reciproco sostegno, di vicinanza umana, tra diverse solitudini in lotta per la sopravvivenza. Ci sono due sequenze intense e limpide: la prima, durante la raccolta di cibo presso un centro di assistenza, dove la donna letteralmente ha un crollo psicologico per la fame, quella vera, dove la dignità della persona viene messa a nudo; la seconda, quando è costretta a prostituirsi e Daniel va a trovarla nella “casa chiusa” pregandola, emozionato e devastato, di abbandonare quella vita. E l’abbraccio di Daniel è quello del regista (e del pubblico).

Certo, abbiamo tante altre sequenze telefonate e melodrammatiche (come i racconti di Blake sulla moglie morta; oppure la sequenza del furto nel negozio; o ancora il finale prevedibile), ma sono riequilibrate da tante altre che, in qualche modo, danno la prova di un cinema che non ha paura dei sentimenti e della loro essenziale messa in scena.

Da un punto di vista stilistico, non si aggiunge nulla di nuovo all’arte cinematografica (ed è sostanzialmente per questo motivo che ci sembra eccessiva la Palma in una rassegna ricca di film di giovani autori): è il solito Loach, da prendere o lasciare, riconoscibile nella messa in scena scevra da orpelli, da un’illuminazione piatta che vuole solo mettere in evidenza le psicologie devastate dei personaggi, da inquadrature semplici e a tratti scolastiche. Ma nel testamento del protagonista, la frase finale, “I am a citizen, I am not a dog”, racchiude degnamente in modo sintetico il forte messaggio che ci lascia il film. E Loach chiede a ognuno di noi se vogliamo lottare per essere considerati dei cittadini con diritti e doveri oppure essere trattati alla stregua di animali, a cui gettare qualche osso per malcelata benevolenza da parte di una società che ci spinge verso l’individualismo più sfrenato e alla spersonalizzazione di qualsiasi rapporto umano.

13/06/2016

Cast e credits

Titolo Originale
I, Daniel Blake
Distribuzione
CINEMA
Durata
100'
Produzione
BBC, BFI, Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch
Sceneggiatura
Paul Laverty
Fotografia
Robbie Ryan
Scenografie
Fergus Clegg e Linda Wilson
Montaggio
Jonathan Morris
Musiche
George Fenton
Costumi
Jo Slater

Trama

In seguito a una grave crisi cardiaca, per la prima volta nella sua vita, Daniel Blake, un falegname di New Castle di 59 anni, è costretto a chiedere un sussidio statale. Durante una delle sue visite regolari al centro per l’impiego, Daniel incontra Katie, giovane madre single di due figli piccoli che non riesce a trovare lavoro. Entrambi stretti nella morsa delle aberrazioni amministrative della Gran Bretagna di oggi, Daniel e Katie stringono un legame di amicizia speciale, cercando di darsi sostegno e aiutarsi come possono in questa situazione molto complicata.

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