David Ayer, dopo il successo di “Fury“, viene reclutato dalla Warner Bros. per scrivere e dirigere un progetto in cantiere dal 2009. “Suicide Squad” è il terzo segmento del DC Extended Universe che segue “L’uomo d’acciaio” e “Batman v Superman: Dawn of Justice” e, a detta del regista, sarebbe stato una sorta di “Quella sporca dozzina” con i villain dei fumetti DC. E, in effetti, lo spunto iniziale è simile: preoccupati dalla possibile comparsa di un nuovo Superman che non condivida i valori della specie umana, il governo acconsente al progetto di Amanda Waller che vorrebbe assoldare una super-squadra composta da criminali psicopatici, costringendoli a compiere missioni suicide in cambio di favori e di una riduzione della pena. La maggior parte del gruppo viene reclutata dalla prigione di Belle Reve in cui facciamo la conoscenza del sicario Deadshot, di Harley Quinn, la donna del Joker, del pirocinetico El Diablo, di Killer Croc, un mutante cannibale, e del ladro australiano Capitan Boomerang. Ciascuno di loro ci viene presentato tramite una scheda grafica (come se si selezionasse un personaggio in un videogioco) e un flashback che ci chiarisce il loro passato e il modo in cui sono finiti dietro le sbarre: è una sorta di seconda carrellata introduttiva, dopo che li avevamo visti in apertura, e questa sezione narrativa si porta via quasi un terzo del minutaggio complessivo. La seconda parte riguarda il compattamento della squadra attraverso una missione che ha come obiettivo il recupero della stessa Amanda, una sorta di test per vedere se i criminali possano realmente funzionare e combattere come una task force; infine, l’ultimo atto che vede i nostri contro l’incantatrice e suo fratello, meta-umani che nel frattempo stavano distruggendo la città, trasformando i cittadini nel loro personale esercito e preparandosi alla conquista del mondo.
Nel cinecomic, la costituzione di un franchise multimediale e il marketing hanno ampiamente superato la volontà d’autore, talvolta un accessorio di cui fare a meno, un impedimento da eliminare: la DC/Warner Bros. al contrario della Marvel (che ha dato mano libera solo a Joss Whedon durante la cosiddetta “fase 2”) si è apparentemente affidata a dei registi per la fondazione del loro universo cinematografico. Prima Nolan che, dopo aver chiuso la sua trilogia con “Il cavaliere oscuro – Il ritorno“, è stato il supervisore di “Man of Steel” di Snyder e quest’ultimo che ha avuto il medesimo ruolo nella produzione di “Suicide Squad”. Specularmente ai prodotti di casa Marvel, la chiave delle pellicole ispirate ai personaggi DC è stata sempre un’atmosfera più cupa e qualche nota di violenza in più. Eppure “Suicide Squad”, a parte qualche dialogo condito da turpiloquio e da sporadiche note sessiste (“Chiudi quella bocca, donna!”, “Adesso dovresti andare dalla tua donna, prenderla a calci e dirle basta con queste cazzate“), non ha alcun valore aggiunto dato dal macroscopico dettaglio che i protagonisti siano dei super-cattivi che di malvagio sembrano avere solo le fedine penali, visto che si comportano per gran parte della storia da perfetti galantuomini. Lasciando stare la retorica familista di Deadshot, killer spietato ma padre affettuoso e amorevole, che raggiunge apici melensi, è raro vedere personaggi fare o dire qualcosa di realmente cattivo, fatta esclusione per la prima parte; se uno dei personaggi più affascinanti, El Diablo, il pirocinetico meta-umano che, dopo aver ucciso la famiglia, ha deciso di non fare più uso dei propri poteri, è marginale, gli altri sono quasi macchiette la cui descrizione è affidata a flashback o alle battute di terzi. Così, si finisce per rimpiangere le gag da buddy movie di “The Avengers” o l’autoironia disimpegnata degli outsider di “Guardiani della galassia“: in “Suicide Squad” le battute ruotano sempre sulla presunta cattiveria dei protagonisti (Harley Quinn apostrofa tutto il gruppo dicendo “Siamo tutti così, siamo i cattivi”), ma raramente lasciano il segno; la struttura della narrazione è priva di scarti o cambi di ritmo, prevedibile in ogni sua parte, non riesce a costruire dinamiche coinvolgenti né dei momenti di vera tensione.
14/08/2016