Tideland – Il mondo capovolto

Tideland – Il mondo capovolto


Terry Gilliam

Drammatico, Fantastico | Canada, Gran Bretagna
(2005)

Quando gira “Tideland” alla fine del 2004 Terry Gilliam ha alle spalle un lustro professionalmente infelice. Alla celeberrima débâcle di “Don Quixote” documentata in “Lost in La Mancha” hanno fatto seguito lo spodestamento dalla regia del primo “Harry Potter“, il rifiuto degli studios di finanziare un adattamento di “Buona Apocalisse a tutti!”, romanzo a quattro mani di Neil Gaiman e Terry Pratchett, e il burrascoso rapporto con i Weinstein durante la lavorazione di “I fratelli Grimm e l’incantevole strega“, che ha portato al siluramento di Nicola Pecorini e, con le parole del regista, a un risultato che non accontenta nessuno, né lui né i produttori.

Con un budget molto minore del precedente, dodici milioni di dollari a fronte di novanta, Gilliam e compagnia volano dalla Repubblica Ceca al Canada mentre la postproduzione dei “Grimm” è ancora in corso. Budget minore uguale indipendenza maggiore: cliché, però è così che nasce “Tideland”, paura e delirio nel paese delle meraviglie, inquietante parabola della decenne Jeliza-Rose che passa le giornate a preparare dosi di eroina al padre, rocker nevrastenico con il mito dello Jutland, e a massaggiare le gambe della madre, bipolare drogata di metadone e cioccolato; almeno fintanto che a questa non prende un colpo apoplettico fatale e la bambina si ritrova in viaggio con papà verso la prateria, verso la casa della defunta nonna, fatiscente topaia dove anche l’altro genitore muore subito con l’ultima siringa infilata nel braccio. Fortuna che insieme a Jeliza-Rose ci sono le sue teste di bambola parlanti e la coppia di fratelli Dell (psicotica, nerovestita e orba da un occhio) e Dickens (epilettico lobotomizzato) che vive non lontano: oggetti e personaggi sui quali Gilliam è libero di ricamare i propri argomenti ricorrenti, la labilità della sanità mentale e l’evasione dalla realtà attraverso il suo filtraggio fantastico. Tutto ciò su cui si posano gli occhioni di Jeliza-Rose, stemma finale del film, diventa materia di creazione narrativa, assumendo un doppio significato effettivo e fiabesco: la carcassa arrugginita e rovesciata di un pulmino, i vestiti tarmati della nonna scovati in soffitta, il padre gonfio e verdastro immobile sulla sedia a dondolo in soggiorno, gli scoiattoli che gironzolano nei campi, Dell che a turno è uno spettro, una strega, una piratessa o un vampiro e Dickens, capitano di un sottomarino che naviga in un mare di spighe all’inseguimento di uno squalo gigante.

Al contrario di Tim Burton, che tende a edificare mondi univoci senza ampie scale di profondità dimensionale (“Big Fish” a parte), in Gilliam spesso è netto lo iato fra realtà, quasi sempre grigia e squallida, e fantasia, a volte pacificante altre volte coattiva o ambo le cose; ed è lì in quella voragine che si accendono le comiche tragedie di figure come Parry di “La leggenda del re pescatore” o Sam di “Brazil“. O, appunto, di Jeliza-Rose, i cui meccanismi di autodifesa non possono fare altro che rimpiazzare ciò che sta attorno con ciò che sta oltre, la verità con il feticcio: in una specie di transfert la morte della madre, accolta con apparente disinvoltura, viene spostata sulla perdita di una delle teste di bambola, poi protagonista di una macabra e sognata resurrezione, mentre il padre, imbalsamato da Dell quindi ancora corpo quindi ancora vivo in un’ottica di presenza materiale, resta punto di riferimento confidente, un po’ totem freudiano un po’ orsetto di peluche. Dickens con il suo ritardo mentale invece diventa dapprima l’apertura su una possibilità di amicizia alla pari, ovvero con un altro “bambino” malgrado sia adulto, poi, nelle vesti di principe azzurro, realizzazione del racconto straordinario, indirizzata a quel lieto fine di cui Jeliza-Rose avrebbe disperatamente bisogno per chiudere il libro e sollevare la testa da un incanto che rischia di fagocitarla, ma che potrebbe avere pure l’effetto opposto.

Il film procede di visione in visione, di fiaba in fiaba, fotografato da Nicola Pecorini in modo coloratissimo e sbilenco, per accumulazione di ansie e umori; regna l’impressione che non si vada a parare da nessuna parte e che la storia possa continuare all’infinito, inconcludenza che nel bene e nel male è diventata marchio della filmografia di Gilliam e sostegno di ogni suo detrattore. Jeliza-Rose approfondisce la conoscenza dei suoi vicini di casa fantasticandoli, sedotta e intimorita al contempo, e ogni tanto la realtà affonda una coltellata, innocua sulla superficie dei personaggi ma sofferta dallo spettatore. C’è qualcosa di sbagliato e condizionante nelle reiterate menzogne della bambina e di ancora più sbagliato nei sottotesti sessuali della relazione amorosa fra lei e Dickens, un’aberrazione fuori controllo, ignota nella diegesi ma avvertita al di là dallo schermo, che fa di “Tideland” un concentrato di non detti disturbanti, zavorra sulle percezioni di una decenne che fino adesso ha fatto i conti con numeri fuori dalla sua portata (droga, morte, fuga, solitudine) convertendoli, adattandoli, zuccherandoli. Forse solo l’esplosione della normalità nei suoi risvolti più tragici e accidentali saprà destarla, comunque il risveglio sarà lungo e faticoso.

Anarchico e onirico ma anche doloroso e disgustoso, “Tideland” è visibilmente innamorato della sua piccola protagonista sempre in scena, una Jodelle Ferland brava a camminare sul filo tra l’essere insopportabile e l’essere irresistibile, affiancata da un buon cast dove però a spiccare davvero è Brendan Fletcher, Dickens: nell’interpretare ruoli che prevedano handicap mentali il pericolo frequente è il ridicolo involontario e Fletcher lo evita con naturalezza prodigiosa. Il resto del comparto tecnico è di livello altissimo ed è la base di un complesso dato il quale si rimane allibiti davanti al terrificante fallimento al botteghino. Non il primo e non l’ultimo nella carriera di Gilliam, al quale i compromessi vanno stretti: “Tideland” è uno dei suoi film più sciagurati e personali, uno sguardo sia infantile che sull’infanzia, età cara al regista perché sede principale e irripetibile di quei deragliamenti dell’immaginazione di cui si compone il suo cinema.

23/04/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Tideland
Distribuzione
Officine Ubu
Durata
120'
Produzione
Gabriella Martinelli, Jeremy Thomas
Sceneggiatura
Terry Gilliam, Tony Grisoni
Fotografia
Nicola Pecorini
Scenografie
Jasna Stefanovic
Montaggio
Lesley Walker
Musiche
Mychael e Jeff Danna

Trama

Dopo la morte improvvisa della madre, la decenne Jeliza-Rose e suo padre Noah scappano nella vecchia casa di famiglia, sperduta nella prateria. Lì poco dopo muore anche Noah, tossicomane, e Jeliza-Rose si perde in un mondo immaginario fatto di teste di bambola parlanti, fantasmi, sottomarini e animali impagliati.
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale