Brazil

Brazil


Terry Gilliam

Fantascienza | Gran Bretagna
(1985)

In una società libera, l’informazione deve penetrare dovunque 

La carriera di Terry Gilliam è sempre stata costellata da intoppi e problemi burocratici. Celebre è il suo rapporto burrascoso con le case di produzione, con quelle major hollywoodiane che hanno sempre cercato di “normalizzare” i suoi film, giudicati troppo lontani dal gusto del pubblico mainstream. Tra fallimenti, rovinose cadute e straordinarie intuizioni, l’ex Monty Python, unico americano nel collettivo comico inglese, non è mai retrocesso di un millimetro dalle sue convinzioni, non ha mai abdicato alla sua missione, quella, cioè, di costruire un cinema che esaltasse il potere dell’immaginazione e della fantasia, che non accettasse compromessi al ribasso sulle sue potenzialità visive o narrative.

Che cosa è “Brazil”

Tutti i suoi lungometraggi più riusciti sono non solo messi in scena in ossequio a tali convinzioni, ma sono loro stessi dei manifesti teorici. “Brazil”, terza opera da regista di Gilliam, è questo e molto altro. È una immensa lezione di talento visionario, un commovente lavoro di satira sulla società contemporanea e un ammonimento sinistro e quanto mai indovinato sui rischi di un futuro non troppo lontano. È una commovente e lacerante storia di amore impossibile, una irraggiungibile avventura che esalta il potere del coraggio e della coerenza. È, insomma, nonostante le critiche e le diffidenze che lo accompagnarono al momento della sua uscita, una delle pietre miliari degli anni 80.

Sam Lowry lavora per il ministero dell’Informazione, “da qualche parte nel ventesimo secolo”, e conduce una vita noiosa e abitudinaria, scandita dalle ambizioni frustrate di sua madre che lo avrebbe voluto vedere far carriera e da una vita parallela fatta di sogni ambientati in mezzo a una natura bucolica, mentre si libra in volo come un novello angelo salvatore alla ricerca fra le nuvole di una donna misteriosa e bellissima, da soccorrere e amare. L’incontro quasi fortuito che avrà nella vita reale proprio con questa ragazza innescherà una serie di eventi che lo porteranno a scontrarsi con l’apparato statale e con le sue assurde regole spersonalizzanti: la burocrazia, infatti, ha preso il sopravvento e tiene la cittadinanza sotto scacco, vittima e ostaggio di un ordinamento sociale austero e implacabile, che ha annullato la creatività e la libertà di pensiero per un mortificante desiderio di ordine totale, di controllo definitivo sulle coscienze e le attività umane.

Il falso modello: George Orwell

Diciamolo con decisione: “1984” di George Orwell non c’entra assolutamente niente, è solo un modello ideale cui Gilliam si è ispirato. Laddove lo scrittore creava un mondo futuro ambientato in una realtà distopica e incentrato sulle conseguenze di una riflessione politica, l’occhio del cineasta americano lascia il profilo sociale a fare da sfondo a una vicenda più intima, più calorosa di quella del romanzo. È la perdita di importanza dell’individuo in quanto persona capace di sognare, decidere e agire che è al centro della narrazione. Dire che il capolavoro di Gilliam è un adattamento mascherato del libro di Orwell è prima di tutto un’ingiustizia nei confronti del film: il binomio burocrazia-spersonalizzazione è originale, sia come scrittura che come messa in scena visiva. L’aspetto sensoriale più immediato del film, in effetti, ha un’importanza fondamentale.

Aiutato dallo scenografo Norman Garwood e dall’arredatrice Maggie Gray, il regista costruisce un futuro metropolitano impossibile da collocare temporalmente. Macchine ed elettronica imperano, certo, ma al tempo stesso le loro sembianze ricordano un passato anni 60, più che un’epoca immaginaria che deve ancora arrivare. Questo cortocircuito schizofrenico è una delle invenzioni più rivoluzionarie del film: ma a questo contribuiscono anche altri aspetti tecnici, dalla fotografia “oscurata” alla scelta dei costumi di scena, che oscillano tra un barocchismo futuristico improbabile e abiti classici che sembrano riciclati da qualche melodramma noir della Hollywood del Dopoguerra.

La distorsione del reale

In questa confusione di elementi, la macchina da presa di Gilliam si muove con una sicurezza sconcertante. Mai nella carriera dell’ex Monty Python la messa in scena raggiungerà simili vette: capace di riprese in grado di distorcere il set quando è la sensazione di disgusto che si vuole trasmettere, l’obiettivo della cinepresa immortala la scena, invece, con stile classico e piano, quando si passa a inquadrature d’insieme o a momenti dialogati dove la narrazione è la vera protagonista.

La dissonanza tragicomica fra sogno e realtà, aspirazioni e frustrazioni del protagonista, interpretato da un mai più così bravo Jonathan Pryce, è sublimata dalla scelta del motivetto ricorrente, “Aquarela do Brasil”, la canzone popolare brasiliana di Ary Barroso riplasmata per l’occasione in decine di variazioni dal compositore Michael Kamen, che ne ha fatto lo scheletro della colonna sonora. La sceneggiatura, invece, è una sorta di contrappeso allo sbilanciamento aggressivo dell’aspetto visivo. Laddove le immagini sono folli, indisciplinate e ricche di trovate che ipnotizzano lo spettatore, lo script tenta di dare una regolamentazione più ordinata all’insieme. E in questo va sottolineato il rilievo del lavoro in sede di scrittura di un grande autore come Tom Stoppard, futuro Leone d’oro a Venezia e premio Oscar, in un’altra era cinematografica, con “Shakespeare in Love”. Le voci di corridoio narrano di un perenne litigio in sede di stesura fra Gilliam e Stoppard. Il primo voleva un copione che assecondasse pedissequamente le sue aspirazioni immaginifiche, l’altro cercava di tenerlo con i piedi per terra, invitandolo a “pulire e limare” i fogli in modo da rendere più comprensibile la storia. Il risultato fu felice, proprio per un punto d’incontro trovato anche grazie all’intervento di un terzo sceneggiatore, Charles McKeown, ingaggiato in un secondo momento dal regista proprio per fare da anello di congiunzione fra le due idee contrapposte che stavano tenendo in stallo la lavorazione.

Il cast, arma vincente

Gilliam è anche un grande direttore di attori. Lo vedremo forse meglio negli anni 90, quando lavorerà con più continuità con le stelle di Hollywood, ma in “Brazil” è davvero azzeccata la scelta di affidare a un volto così ordinario come quello di Pryce le fattezze di Sam. Con la sua voce flebile e gli occhi perennemente proiettati in una dimensione onirica, l’attore britannico incarna perfettamente, anima e corpo, il senso stesso del cinema gilliamiano. Diversa invece la storia di Robert De Niro e del suo elettricista-terrorista Harry Tuttle. Il già due volte premio Oscar voleva interpretare Jack Lint, poi affidato a Michael Palin, fu invece Gilliam a dirottarlo in un ruolo che, se per durata risulta poco più che un cameo, da un punto di vista simbolico è l’essenza stessa dell’opera: Tuttle è un ribelle che fa arrabbiare il regime operando nell’ombra in concorrenza con i dipendenti statali. Banditi moduli e ricevute, entra nelle case altrui e ripara i guasti senza chiedere autorizzazioni e farsi pagare. Fino a scomparire, in una delle ultime scorribande in sogno di Sam, sommerso dalle carte bollate.

Cresciuto nell’immaginario collettivo nel corso degli anni, “Brazil” fu addirittura sul punto di non vedere mai un cinema. La Universal ne tentò di rimontare il finale, tagliandone la durata e modificando in corsa la colonna sonora. Ma le poche copie in cui venne distribuito in anteprima in Europa cominciarono a diffondere un passaparola sulla portata dirompente di questo film di fantascienza, indefinibile e fuori da ogni inquadramento. Così, alla fine, la pellicola uscì regolarmente e il mondo si accorse di che cosa il cinema era capace di mettere in scena, di quanta potenza ci fosse nelle immagini riprese da una cinepresa e quanto fossero illimitate le possibilità che la Settima arte concedeva ai registi davvero coraggiosi.

Il capolavoro sfortunato

La carriera seguente di Gilliam continuò ad essere sofferente, caratterizzata da insuccessi commerciali e ambizioni disattese. E, forse, il futuro immaginato da “Brazil”, così tecnologico eppure così vintage, non si è ancora palesato a chiedere il conto. Può essere proprio per questo motivo, allora, che il capolavoro del 1985 ci sembra ancora attuale e inimitabile.

13/01/2014

Cast e credits

Durata
132'
Produzione
Arnon Milchan
Sceneggiatura
Terry Gilliam, Charles McKeown, Tom Stoppard
Fotografia
Roger Pratt
Scenografie
Norman Garwood
Montaggio
Julián Doyle
Musiche
Michael Kamen, Kate Bush, Ray Cooper

Trama

Sam Lawry è addetto agli sterminati archivi di una megalopoli, capitale di un non identificato Paese, in cui la fanno da padrone il Potere e la Burocrazia. Nulla sfugge al sistema computerrizzato del Dipartimento Informazioni. Nella città da qualche tempo hanno preso ad agire gruppi di terroristi, che seminano il terrore pur di smuovere qualcosa. Sam, dal canto suo, oppone al grigiore della routine la sua possibilità di evadere nel sogno. Un giorno, però...
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