The Greatest Showman

The Greatest Showman


Michael Gracey

Biografico, Drammatico, Musicale | Usa
(2017)
Nel 1952 Cecil B. DeMille utilizzò tendoni, attrezzature e personale del Ringling Bros. e Barnum & Bailey Circus per girare “Il più grande spettacolo del mondo”, pellicola che omaggiava le acrobazie, gli amori, la magia del mondo circense, con l’usuale stile magniloquente e retorico del regista dei “Dieci Comandamenti”. Il titolo è il medesimo dello spettacolo, per l’epoca ambizioso e stupefacente, creato nel 1871 da P.T. Barnum e rimasto in vita fino al 2017, quando, dopo 146 anni di attività, è stato costretto a chiudere i battenti, tra vendite colate a picco, proteste della PETA e la concorrenza del Cirque du Soleil. “The Greatest Showman” si ispira esplicitamente alla vita di Phineas Taylor Barnum ed è stato un progetto dalla lunga gestazione che Hugh Jackman ha seguito (e inseguito) fin dal 2009, deciso a esserne il protagonista. La sceneggiatura è stata più volte riscritta poiché la produzione considerava troppo alti i rischi di investire in quello che sarebbe stato primo musical con canzoni originali dopo più di due decenni ma, nell’autunno del 2016, grazie forse anche all’acclamazione prima di critica e poi di pubblico di “La La Land“, le riprese sono iniziate, coronando il desiderio del divo di portare la sua attitudine di performer brillante e versatile anche sul grande schermo (dopo aver calcato per anni e con successo i palchi di Broadway).
La storia di Barnum, uomo di umili origini che diventa uno showman e un uomo d’affari ricco e potente (fece anche politica), rappresenta una delle pietre angolari della narrativa con cui gli americani amano raccontarsi, ossia la parabola del self-made man. La prima parte del film, segnata essenzialmente dalla canzone “A Million Dreams”, che viene reiterata in più punti e ripresa dai vari personaggi, racconta l’infanzia povera del ragazzo, l’amore precoce per Charity (Michelle Williams), figlia di un gentiluomo di New York, la loro vita modesta fino al licenziamento che costringe Barnum a reinventarsi. Inizia così la scalata al successo di questo sognatore che in maniera spregiudicata ottiene un prestito bancario per comperare l’edificio che avrebbe ospitato prima il suo museo delle stranezze, poi il suo circo. Barnum fu un pioniere nelle strategie pubblicitarie, di marketing e nell’abilità di volgere a suo favore anche le critiche negative dei giornali e quest’aspetto, seppur rapidamente, è trattato anche dal film di Gracey, benché il giovane filmmaker si preoccupi davvero poco di riflettere sulla nascita dello showbusiness e della società dello spettacolo. Non che tali disamine fossero d’obbligo, però, essendo talmente strutturali alla storia, il privarsene impoverisce un racconto già di per sé non condotto con mano ferma, che procede per episodi giustapposti in modo rabberciato. “The Greatest Showman” soffre di una scrittura programmaticamente desueta, che non si cura delle psicologie dei personaggi fermandosi a una tipizzazione che persino molti decenni fa, ai tempi di Cecil B. DeMille, sarebbe parsa semplicistica. In sostanza, si corre a perdifiato per 105 minuti (a quanto pare frutto di un rimontaggio a partire dagli iniziali 139), senza alcuna pausa che non sia una scena sentimentale e sdolcinata, non riuscendo mai a trovare l’equilibrio tra gli eterogenei ingredienti del musical; e se alcune sequenze possono dirsi riuscite, come, ad esempio, la carrellata che segue una delle figlie di Barnum dal salotto della nuova casa al palco di un teatro in cui esegue un saggio di danza, oppure, il duetto di Jackman e Zac Efron davanti al bancone di un bar, altre sono macro-sequenze prolisse e prive di ritmo, in una messa in scena di stereotipi che Gracey non pare avere la minima voglia (o possibilità) di rielaborare. In tal modo, la storia potenzialmente controversa di un pioniere astuto e spregiudicato diviene l’ennesima variazione sul tema del successo individuale, frutto di ingegno e duro lavoro, e dell’America quale terra delle opportunità. In particolare, “The Greatest Showman” più volte lambisce la corda dell’eguaglianza: Barnum raccoglie e utilizza per il suo circo nani, donne barbute, uomini tatuati, altissimi e grassissimi, trapezisti di colore, freak e fenomeni da baraccone a cui fornisce l’agognata “seconda possibilità”, quella di diventare per una volta nella vita dei protagonisti (sebbene del suo show). L’uomo, però, si macchierà di una colpa quando abbandonerà vecchia e nuova famiglia a causa dell’infatuazione per la soprano Jenny Lind, l””usignolo svedese”. Quest’atto di hybris ricade sull’impresario rovinandolo: l’arco narrativo, già poco brillante, crolla dunque sotto il peso di questa retorica moralista secondo la quale il protagonista, seppur tentato dall’infedeltà, si salva dal peccato in extremis e, dopo aver pagato dazio, riesce a redimersi grazie all’amicizia e ai buoni sentimenti di cui è stato portatore.
E il musical? Se, come accennato, un paio di sequenze sono azzeccate, gran parte di “The Greatest Showman” è il risultato di una regia basilare e di un montaggio privo di idee: nonostante Gracey guardi al connazionale Baz Luhrmann, manca totalmente del suo genio visivo e anche della sfrontatezza kitsch che accompagnano le sue opere. L’abbondanza di CGI, le coreografie di gruppo che replicano sempre il medesimo schema mostrano l’anima di plastica di questa ricostruzione. I personaggi, soprattutto i freak, non emergono mai dallo statico disegno di gruppo: sono una folla di volti e stranezze a cui non è dedicata nemmeno una scena, fatta eccezione per la bella trapezista Anne (Zendaya), ma soltanto perché ha la fortuna di divenire l’innamorata di Carlyle, il giovane socio di Barnum a cui presta il volto Zac Efron. Le canzoni musicalmente molto simili battono nei testi sui medesimi tasti: la fame di successo, la voglia di emergere, i sogni da realizzare, fino ad arrivare a “This is Me”, l’inno di riscossa cantato dalla donna barbuta. Al netto di questa rielaborazione che affoga nella melassa ogni spunto problematico o controverso, il proscenio rimane quasi sempre per i non-freak, specialmente per un Jackman scintillante che, però, avrebbe meritato un musical più effervescente e di maggior forza visiva. 

29/12/2017

Cast e credits

Titolo Originale
The Greatest Showman
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
105'
Produzione
Chernin Entertainment; Seed Productions; Laurence Mark Productions; TSG Entertainment
Sceneggiatura
Bill Condon, Jenny Bicks
Fotografia
Seamus McGarvey
Scenografie
Nathan Crowley
Montaggio
Spencer Susser, Michael McCusker, Robert Duffy, Jon Poll, Joe Hutshing, Tom Cross
Musiche
John Debney, Joseph Trapanese, Benj Pasek, Justin Paul
Costumi
Ellen Mirojnick

Trama

L'astuto impresario circense, entrato in affari col giovane Phillip (Zac Efron), ha per le mani il rivoluzionario progetto di un enorme circo a tre piste, con quattro palcoscenici e ventimila posti a sedere. Gli ambiziosi uomini d'affari si lanciano con entusiasmo nella realizzazione del sontuoso spettacolo, che porta in scena nuove acrobazie e fenomeni da baraccone mai visti prima, finché entrambi non si infatuano di due giovani stelle del palcoscenico. Phillip si perde tra i volteggi e le giravolte della sensuale trapezista Anne (Zendaya), mentre Barnum viene stregato dal dolce canto dell'artista Jenny Lind (Rebecca Ferguson), la timida soprano nota al pubblico come "usignolo svedese", per la voce cristallina che arriva dritta al cuore.
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