The Nest – Il nido

The Nest – Il nido


Roberto De Feo

Horror, Thriller | Italia
(2019)

In un’antica tenuta nobiliare immersa nei boschi e isolata dal mondo esterno, Samuel – giovane ragazzino costretto sin dalla tenera età in sedia a rotelle – trascorre le sue giornate sotto la severa egida della madre, che dirige la casa con ossequiosa diligenza, coadiuvata da un lugubre medico e da una ristretta servitù, alla quale è imposta un’unica regola: mai e per nessun motivo è consentito parlare del mondo al di fuori della villa, del passato o del futuro della famiglia. L’unica cosa che deve esistere per Samuel è l’idilliaco presente, la società nuova e perfetta che la madre ha scelto di costruire per il figlio. Ma l’arrivo inaspettato dell’adolescente Denise scardinerà questo equilibrio e instillerà nel ragazzo il terribile dubbio sulla bontà dell’operato materno, trascinando lo spettatore in un thriller-horror che gioca sul mistero e sul colpo di scena: già dall’inquietante sequenza iniziale l’opera fa trasparire infatti il sospetto, la malvagità che si cela sotto all’apprensività della madre, e il piacere della visione consiste così proprio nello sforzo di mettere assieme, tassello dopo tassello, l’imperscrutabile puzzle finale.

Già al suo esordio al lungometraggio – dopo il corto splatter “Ice Cream” del 2013 – Roberto De Feo decide di svelare e di ripagare i suoi debiti cinematografici: dallo Shyamalan di “The Village” recupera la location isolata dal mondo e il divieto di varcare i confini naturali nonché la tematica socio-politica che sta dietro al plot, da “The Others” la centralità della casa e della location, che diviene qui co-protagonista delle vicende; e se i loschi guardiani della villa sembrano presi direttamente dal “Non aprite quella porta” di Hooper, l’angosciante medico interpretato da un eccezionale Maurizio Lombardi sembra più volte rispecchiare lo psicopatico Chigurh di “Non è un paese per vecchi”.

Ma il debito più grande in termini di suggestioni cinematografiche sembra arrivare da due grandi maestri della Settima Arte quali Dario Argento e Stanley Kubrick: dal primo De Feo impara a utilizzare luci, ombre, rumori, a servirsi dei colori in maniera semantica, a delineare personaggi spettrali. Dal secondo arriva la cura del dettaglio, l’ossessione per la simmetria dell’inquadratura, il contrasto tra musica ed emozione.

Da tutto ciò deriva una grande cura per l’aspetto tecnico-stilistico, con una fotografia in cui domina il verde – sin dai tempi di “Rosemary’s baby” simbolo di una malvagità nascosta – unito a qualche tocco di rosso suspiriano; con una scenografia che mette in risalto ogni anfratto della sinistra location, soddisfacendo il voyeurismo dello spettatore, ma prestando attenzione a non rivelare il limite, ciò che sta oltre e che finirebbe con lo svelare il mistero della villa; con una regia alla ricerca dell’angolo di ripresa più adatto, dell’inquadratura più efficace; con una cura dell’aspetto sonoro e della musica sia in termini diegetici che extradiegetici.

Questo pot-pourri di rimembranze e omaggi si fonde assieme abbastanza bene e regala all’opera un proprio stile, il cui unico limite è probabilmente quello di essere un po’ troppo marcato, troppo ricercato, a tratti privo di spontaneità e manierista.

È inoltre evidente come il regista nasconda dietro alla trama una lettura socio-politica e come sia alla ricerca della metafora più che dell’orrore puro e dello spavento fine a se stesso: il suo è un horror simbolico, che si svela sempre più man mano che ci si avvicina al finale del film.

De Feo critica la possibilità di un arrocco autarchico come risposta alla crisi sociale, mostra come l’utopia della società perfetta possa facilmente degenerare e trasformarsi in una terrificante infelicità, in una fantasia nella quale non credono più nemmeno i suoi stessi autori (come esemplifica la scena della madre che, davanti allo specchio, si scioglie i capelli e si mette il rossetto, per poi toglierlo rabbiosamente, sfogando i propri sentimenti in un pianto liberatorio). Per vivere bene non basta insomma “seguire il programma”: servono intraprendenza, capacità di adattamento e un pizzico di follia: doti che irrompono sulla scena assieme al personaggio di Denise, che non a caso si pone come il più importante ostacolo nei confronti dei piani materni, ma anche come la sola persona che riuscirà ad aprire gli occhi a Samuel sulla propria condizione.

“The Nest” è un esordio piacevole e coinvolgente, che promette bene sulla futura carriera del cineasta barese, coraggioso tra l’altro nel voler portare sul grande schermo un’opera appartenente a un genere – l’horror – ormai poco frequentato dal cinema italiano, nonostante la fama dei grandi nomi del passato: da Argento a Bava, da Fulci ad Avati.

Per rendere la pellicola ancora più apprezzabile, però, si sarebbe dovuto puntare su un maggior coraggio nello sfondare i limiti di quel buon senso e di quel perbenismo che da sempre sono nel mirino dei grandi capolavori del cinema dell’orrore.

Ciò in cui “Il nido” tradisce una certa carenza è proprio questa grinta, questa risolutezza nel mostrare ciò che non si deve mostrare, nel dire ciò che non si deve dire, nel denunciare ciò che a tutti appare come intoccabile.

Al di là di questo, riteniamo comunque che questo tipo di cinema non possa che far bene alle nostre sale e alla nostra cinefilia.

18/08/2019

Cast e credits

Distribuzione
Vision Distribution
Durata
103'
Produzione
Colorado Film Production
Sceneggiatura
Margherita Ferri, Roberto De Feo, Lucio Besana
Fotografia
Emanuele Pasquet
Scenografie
Francesca Bocca
Montaggio
Luca Gasparini
Musiche
Teho Teardo
Costumi
Cristina Audisio

Trama

In un’antica tenuta nobiliare immersa nei boschi e isolata dal mondo esterno, Samuel - giovane ragazzino costretto sin dalla tenera età in sedia a rotelle - trascorre le sue giornate sotto la severa egida della madre, che dirige la casa con ossequiosa diligenza, coadiuvata da un lugubre medico e da una ristretta servitù, alla quale è imposta un’unica regola: mai e per nessun motivo è consentito parlare del mondo al di fuori della villa, del passato o del futuro della famiglia. L’unica cosa che esiste è l’idilliaco presente, la società nuova e perfetta che la madre ha scelto di costruire per il figlio. Ma l’arrivo inaspettato dell’adolescente Denise scardinerà questo equilibrio e instillerà in Samuel il terribile dubbio sulla bontà dell’operato materno.
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