Waiting for the Barbarians

Waiting for the Barbarians


Ciro Guerra

Drammatico | Italia, Usa
(2019)

Waiting for the Barbarians

Più che alla Fortezza Bastiani de “Il deserto dei tartari”, l’avamposto in cui i soldati imperiali rimangono in trepidante “attesa dei barbari” nell’ultimo film di Ciro Guerra, assomiglia al Fort Apache di John Ford. Non è tanto un luogo metafisico, né una parabola sul tempo, né un’attesa beckettiana quella messa in scena dal regista colombiano assieme allo scrittore premio Nobel John M. Coetzee, quanto piuttosto un dramma antropologico che più che a Buzzati fa l’occhiolino ai saggi di Montaigne, in particolare a quelli inaugurali la stagione del relativismo culturale.

Così come nel film di Ford il saggio tenente York, portavoce di una posizione conciliante nei confronti dei nativi, si scontrava con il giovane e spavaldo colonnello Turner, che ricercava la gloria tramite la guerra; anche qui il magistrato impersonato da Mark Rylance è un uomo di cultura convinto – per dirla con le parole del savio di Bordeaux – che “Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi”. A lui si oppone il grottesco colonnello Joll (Johnny Depp), la cui impenetrabilità viene accentuata dal perenne utilizzo di lenti da sole, pronto a disfare in un soffio quanto il saggio magistrato (di cui non si fa mai il nome) aveva costruito in anni di pacifica convivenza con i nomadi oltre il confine.     

Guerra torna ad approfondire il tema dell’incontro tra civiltà e tra culture, già esplorato in “El Abrazo de la Serpiente” e in altri suoi lavori, mostrando che la barbarie si cela spesso dal lato opposto rispetto a quello che le apparenze parrebbero indicare. Autunno, Inverno, Primavera, Estate… e ancora Autunno (per parafrasare un titolo di Kim Ki-duk) sono le stagioni che si susseguono e che racchiudono questa lotta tra incontro amorevole e tirannica oppressione in una cornice ciclica, richiamata anche dalle scelte della fotografia, che va dagli interni caravaggeschi delle stagioni fredde alle cavalcate nelle grandi pianure e nei deserti aridi dell’estate.

Paesaggi ripresi in campi lunghissimi che richiamano le praterie americane (anche se qui siamo in un altro angolo del mondo) e che non sono l’unico riferimento alla tradizione western: lo scontro tra tame e wilderness, l’ambientazione di confine, il forte presieduto dai militari alla costante ricerca di una minaccia indigena, la giovane ragazza nativa da salvare dai coloni (all’opposto di “Sentieri selvaggi“, dove era la giovane colona a dover essere salvata dai nativi) e infine la stessa caratterizzazione dei personaggi, come abbiamo visto, richiamano i luoghi comuni del celebre genere hollywoodiano. Non a caso forse, dal momento che “Waiting for the Barbarians” è la prima opera in lingua inglese del regista, che sceglie di mettere in scena una vicenda il cui messaggio va al di là di ogni possibile collocazione geografica.        

Eppure, in questo tentativo di valicare i propri confini (per utilizzare una metafora in tema con la pellicola), il cinema di Guerra fa una marcia indietro rispetto al passato. Si badi: non stiamo parlando di un film mal riuscito, ma rispetto alla potenza visiva a cui ci aveva abituati, il cineasta sudamericano sembra qui concedere meno spazio alla sua poetica per venire incontro alle esigenze e ai gusti del pubblico hollywoodiano. In particolare la necessità di sottolineare l’immagine tramite la parola, di marcare con il dialogo tutto ciò che poteva essere lasciato alla potenza implicita del non-detto, costituisce, a parere di chi scrive, un netto punto di debolezza. Manca l’onirismo del già citato “Abrazo de la Serpiente“, mancano le grandi scene che scandivano la narrazione di “Oro verde” descrivendo i ritmi e i rituali quotidiani delle popolazioni indigene. Qui, l’ottima fotografia di Chris Menges, così come la regia di Guerra, seppur capace di regalarci splendide inquadrature, rimane tuttavia asservita alla necessità di spiegare quanto sta accadendo, rendendo fin troppo chiaro allo spettatore ciò su cui egli è chiamato a interrogarsi e riducendo, di conseguenza, l’ampiezza della narrazione e corrodendo così l’intenzione originale.

Rimangono molti elementi positivi, dall’interpretazione di Rylance alla sceneggiatura di Coetzee che, adattando per il grande schermo un suo romanzo omonimo, racconta una storia di resistenza contro l’oppressione del potere capace di farci riflettere sulla barbarie dell’Occidente; resta però un retrogusto amaro e la speranza che Guerra torni presto alla sua Colombia e alla grandezza visiva del passato.

26/09/2020

Cast e credits

Distribuzione
Iervolino Entertainment
Durata
112'
Produzione
Iervolino Entertainment
Sceneggiatura
J. M. Coetzee
Fotografia
Chris Menges
Scenografie
Crispian Sallis, Domenico Sica
Montaggio
Jacopo Quadri
Musiche
Giampiero Ambrosi
Costumi
Carlo Poggioli

Trama

In uno sperduto avamposto militare situato al confine dell'impero, un magistrato prossimo alla pensione mantiene un rapporto di cordialità con le popolazioni nomadi al di là del confine. Ma quando il potente colonnello Joll arriverà al confine convinto che i barbari rappresentino una minaccia, distruggerà in pochissimo tempo tutto ciò che il vecchio magistrato aveva costruito.
The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia

Coyote vs. Acme
Coyote vs. Acme

Destinato inizialmente a venire distribuito nel 2023, "Coyote vs. Acme" è invece una delle soprese di questo 2026, capace di suscitare riflessioni che vanno ben oltre la confezione apparentemente superficiale nella quale è stata impacchettata la sua distribuzione

Arrested Memory
Arrested Memory

VENEZIA 83 - Arriva al Lido l'apprezzato regista giapponese SABU con la co-produzione con Taiwan "Arrested Memory", un efficace pastiche fra heroic bloodshed, commedia e poliziesco che ribadisce la continua capacità di reinventarsi di un autore (e di un'industria)