Shirkers – Gioventù svogliata

Shirkers – Gioventù svogliata


Sandi Tan

Documentario | Regno Unito, Usa
(2018)

“Spesso penso che la post-verità non sia altro che una menzogna […]. Quanto meno la verità fattuale esiste. A volte è fuori dalla nostra portata, non ne abbiamo accesso, ma esiste”.

(E. Carrère – L’Avversario)

La Singapore degli anni ’90 è una realtà chiusa in se stessa, dove i divieti superano le possibilità, dove non è consentito masticare il chewing-gum per strada, dove l’arte è posta sotto il rigido controllo statale e dove i pochi palazzi di cemento sono divorati da una selvaggia giungla impenetrabile.

Ma in questo isolato angolo di mondo, in cui Sandi Tan vive i suoi 18 anni, l’eco dell’esterno riesce talvolta a insinuarsi sotto le sembianze di qualche pagina di Salinger o di qualche motivo punk. E Tan adora le infiltrazioni esogene che riescono a superare i rigidi controlli censorei. Più di tutto ama il cinema ed è disposta a fare i salti mortali per poter vedere “Blue Velvet” o le opere di Godard. Si lascia catturare da quei mondi immaginari, eppure così reali, così pieni di libertà, di follia, di una spinta centrifuga che è proprio l’opposto rispetto alle coercizioni a cui il suo presente l’ha abituata.

Il cinema diventa lo strumento eletto tramite cui dar voce ai propri sogni, immaginare nuove possibilità, sentirsi vivi. Così Tan si dedicherà mente e corpo ai film fino ad arrivare al punto di volerne fare uno lei stessa.

Appena diciottenne, Tan scrive una sceneggiatura tanto geniale quanto folle, che gli amici cinefili subito identificano come il film destinato a segnare una svolta nel cinema locale. Ma sarà soltanto l’incontro con Georges Cardona a dare un impulso decisivo al progetto. Georges è un personaggio avvolto da mille ombre: un professore di cinema dal passato misterioso. Nessuno si preoccupa, inizialmente, della coltre di fumo che avvolge la vita di Georges; come dice la protagonista: “non mi importava se [le storie che raccontava] fossero vere. Amavo la narrazione. Tempo, spazio e verità diventavano permeabili”. Ma quando, dopo mesi di lavoro e sacrifici economici, Georges sparisce con le bobine del film senza lasciare alcuna traccia, Tan deve affrontare per la prima volta il trauma della realtà.

La prima parte di “Shirkers”, documentario girato dalla stessa Sandi Tan per narrare quei fatti incredibili, è una recherche du temps perdu in cui la cineasta ci riporta al tempo della sua giovinezza per raccontarci, oltre ai fatti relativi a quel film mai nato, lo stato d’animo e l’atmosfera che animava il contesto underground della Singapore del tempo; il desiderio di libertà che si esprimeva soprattutto come ricerca artistica e che si ispirava alle avanguardie occidentali o, per lo meno, al frammento di esse che sopravviveva alla censura.

Il documentario alterna alle scene girate al giorno d’oggi alcune sequenze del film fatidico, le cui pellicole furono poi ritrovate dopo la morte di Georges, ma mutilate per sempre della traccia audio.

Nei frammenti recuperati si respira tutto lo sperimentalismo estetico che dava voce ai desideri libertari delle protagoniste: la saturazione eccessiva della fotografia, il montaggio schizofrenico, gli attori presi dalla strada, l’utilizzo del reverse motion. Sono elementi che richiamano talvolta la Nouvelle Vague, altre volte la scena punk. Lo “Shirkers” originale (il titolo del documentario e del film perduto coincidono) è una pellicola d’atmosfera, caratterizzata da alcuni elementi tipici del cinema moderno: situazioni dispersive in cui i protagonisti vagano senza una meta precisa, legami deboli, cliché narrativi, abbondanza di citazioni, sperimentalismo creativo.

In un contesto socio-politico chiuso e soffocante, la convinzione delle giovani protagoniste è che la realtà sia un qualcosa di superabile attraveso la fantasia, che si possa arrivare alla verità tramite l’immaginazione.

Ma è nel momento della scomparsa di George e nel tentativo di ricostruire il suo passato che il film prende una nuova direzione e che diventa veramente interessante.

È difficile dire a cosa assomigli “Shirkers” e il suo parente più prossimo va forse cercato nell’autonarrazione romanzata dei libri di Carrère, nell’abilità di mescolare la fiction alla non-fiction o, meglio, di rendere un fatto reale un perfetto soggetto narrativo.

D’altra parte Georges Cardona, che ha costruito la sua intera vita sulla finzione, sembra narrativamente molto vicino al Jean-Claude Romand de “L’Avversario”, nonostante qui i risvolti drammatici siano decisamente meno violenti.

Nella sua seconda parte il film si trasforma dunque in un potente racconto di formazione che ha come suo centro una profonda riflessione esistenziale.

Le parole con cui si apre l’opera si rivelano fondamentali in tal senso: “Quando avevo 18 anni, ormai molto tempo fa, pensavo che la libertà si trovasse immaginando nuovi mondi. Che si dovesse tornare indietro per poter andare avanti”. Immaginare mondi per Tan è il segreto tramite cui ottenere la libertà; ma Georges rivelerà alla protagonista il lato oscuro di questo immaginare mondi, il potere distruttivo della menzogna.

Il viaggio che la protagonista intraprende per indagare il passato di Georges, non ha allora l’intento di portarne in luce la malvagità del proprio Adversaire, quanto quello di sconfiggerlo per sempre e dunque di riscoprire il valore della verità: una riscoperta che la porterà, infine, ad abbandonare il terreno della fiction per abbracciare l’idea di raccontare la propria storia attraverso il documentario, genere più di ogni altro radicato nella fattualità.

Tan scava nel proprio passato, “torna indietro per poter andare avanti”, per superare quel trauma che ne aveva, alla fine, condizionato l’esistenza (dopo l’esperienza con Georges aveva abbandonato del tutto il cinema per darsi alla letteratura). Il risultato di questo viaggio è una disillusione che ha in sé il sapore di un farmaco curativo.

Il tema della menzogna come forma di violenza attraversa però su piani diversi la narrazione, passando dal livello narrativo della vicenda particolare di Tan, al piano socio-politico in cui a perpetuare l’inganno è il potere coercitivo della politica e della censura, che eliminando frammenti di realtà, ne altera inevitabilmente la struttura.

Infine la riflessione coinvolge il piano meta-cinematografico: non è infatti il cinema stesso un mezzo per costruire illusioni? Non era lo stesso Shirkers un modo per alterare la realtà tramite manipolazioni estetiche e artistiche?

Il cinema però si salva e, anzi, diventa lo strumento di redenzione tramite cui raccontare e superare il trauma. Perché il cinema è anche e soprattutto il mezzo tramite cui interpretare, decifrare, ricostruire una realtà che talvolta è fuori dalla nostra portata. Una realtà a cui spesso non abbiamo altro accesso al di fuori dell’arte.

24/01/2022

Cast e credits

Titolo Originale
Shirkers
Distribuzione
Netflix
Durata
96'
Sceneggiatura
Sandi Tan
Fotografia
Iris Ng
Montaggio
Sandi Tan, Lucas Celler, Kimberley Hassett
Musiche
Ishai Adar

Trama

Nella Singapore di inizio anni Novanta, la giovane Sandi Tan decide di realizzare un film sperimentale e rivoluzionario, coadiuvata da Georges Cardona: un professore di cinema dal passato misterioso.
Ma quando Georges scompare, portando con sé le bobine, il progetto naufraga e viene dimenticato. Venticinque anni dopo, Sandi Tan decidere di girare un documentario per fare pace con il proprio passato e per fare luce su quella sparizione misteriosa.
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