Noise

Noise


Ryūichi Hiroki

Black Comedy, Drammatico, Thriller | Giappone
(2022)

È una storia di periferia
è una storia da una botta e via
è una storia sconclusionata
una storia sbagliata

Fabrizio De André, “Una storia sbagliata

Difficile considerare casuale la scelta degli organizzatori del Far East Film Festival di far proiettare l’uno dopo l’altro il film che ha lanciato la carriera di Fujiwara Tatsuya e il suo ultimo lavoro, soprattutto considerando i punti di contatto fra le due pellicole. Da una parte abbiamo difatti il cult testamentario di Fukasaku Kinji, il recentemente restaurato “Battle Royale“, in cui Fujiwara interpretava il protagonista Nanahara Shuya, dall’altra l’ultimo film dell’estremamente prolifico ed eclettico Hiroki Ryūichi, l’anomalo e anodino thriller-comedy-drama (?) “Noise”. Come trait d’union abbiamo sia un setting, l’isola ridente e soleggiata che si trova a rappresentare l’apparente calma e sicurezza di una comunità conchiusa (e dell’intero Giappone, ovviamente, sempre più una “comunità morente”, per usare le parole del film) che nasconde un oceano di violenza repressa, di rancori e di desideri mai realizzati, sia una missione, quella di proteggere qualcuno, a tutti i costi. Oggi come allora, il protagonista interpretato da Fujiwara si fa paladino di chi gli sta più a cuore, arrivando a compiere le azioni più terribili per restare fedele alla propria promessa, forse in un riecheggiamento delle ambigue implicazioni del proverbiale senso del dovere nipponico, capace di compromettere la lucidità di ragionamento e un più generale senso di humanitas se questo può mettere a rischio la propria missione e la sopravvivenza del proprio in-group.

Si può capire a questo punto che “Noise” presenti fin da subito vari spunti di riflessione molto interessanti, così come che la sua lunga durata (più di due ore) sia adoperata per espandere questi nuclei tematici e cercare di portarli a lenta maturazione, come avviene con gli esotici fichi neri che sono al centro della trama. Va allo stesso modo ammesso fin da subito che l’ex maestro dei pinku eiga Hiroki Ryūichi si dimostra un “coltivatore” della sceneggiatura di Kataoka Shō e delle varie riflessioni che ne germogliano molto meno zelante del contadino Keita interpretato da Fujiwara. Difatti, dopo le riuscitissime sequenze iniziali che vedono lo svolgersi parallelo delle attività banali degli isolani e l’arrivo nell’isola dell’assassino Komisaka fino ad arrivare al primo turning point, il film prende una strada fin troppo imperscrutabile, attraversando sotto-trame di varia (ir)rilevanza, cambi stilistici e colpi di scena a tratti fin troppo prevedibili. Hiroki pare quasi bearsi dell’abbondanza di registri narrativi e convenzioni stilistiche di cui si serve per costruire una storia di (negato) riscatto sociale e omertà rurale invero piuttosto banale, inizialmente sviluppata proprio a partire da questa notevole ricchezza ma destinata progressivamente a invilupparsi, prigioniera di un gioco affascinante ma irresoluto.

La considerevole durata, applicata a una trama crime che in altre mani non avrebbe richiesto più di 90-100 minuti, pare a questo punto divenire un’altra arma a doppio taglio nelle mani del regista, similmente ai vari oggetti di uso quotidiano che più volte nella pellicola passano da strumenti da lavoro ad armi fin troppo velocemente. Ciò permette un più completo sviluppo dei personaggi e dei rapporti fra loro (più importanti di quanto tendano ad essere di solito nel genere), così come l’avanzare compassato del racconto e dei vari cliché narrativi e stilemi cinematografici di cui Hiroki decide di servirsi, ma conduce anche vari spunti narrativi allo stallo. Sono solo i colpi di scena, pur costruiti a dovere, in certi casi pure troppo, a far progredire la trama nel suo ultimo terzo, trasformando infine la black comedy in salsa sociologica inserita all’interno di una trama da giallo, o meglio, da noir (con tanto di inflessibile ispettore vestito con un lungo cappotto), in una pellicola drammatica tout court, dando ulteriore peso alla dimensione relazionale e ai flashback del passato dei protagonisti che ogni tanto fanno capolino nel minutaggio. Questo ultimo, e sempre più netto, cambio di (macro)genere porta all’abbandono del reame delle gag e delle indagini fatte di interrogatori e ricerche, e non di improvvise rivelazioni, fino al rispecchiamento, emotivamente carico fino al limite della sopportabilità, o della stucchevolezza, dell’incipit con un ricordo di una piacevole giornata in famiglia che si trasforma in un momento di struggimento.

Un movimento di macchina che ricorre più volte nel corso della pellicola e che forse risulta foriero di significato è il carrello laterale, spesso diretto a comprendere nell’inquadratura diversi soggetti o a cambiare focus della ripresa senza servirsi di uno stacco. Questo movimento orizzontale si fa difatti piuttosto facilmente immagine della volontà di Hiroki di avvicinare i molteplici elementi dell’irresoluta pellicola e pareggiarne le differenze. Il rischio prevedibile è quello di tagliare qualcosa fuori dall’inquadratura perdendosi dei dettagli o di comprimere troppi elementi, e troppo diversi, facendone della ricchezza e varietà di “Noise” un inatteso punto debole (come la generosità e la dedizione dello sfortunato protagonista, verrebbe da aggiungere). Difficilmente si può negare che il film di Hiroki Ryūichi sia un gioco cinematografico coi cliché dei generi che attraversa e con le convenzioni del cinema di genere e che quindi la sua irresolutezza sia almeno in parte perseguita, forse per dare paradossalmente un aspetto più autentico all’inverosimile storia che narra o forse semplicemente per esibire il proprio indubbio talento registico. La repentinità degli sviluppi finali fa però pensare a un tentativo sommariamente riuscito di portare a conclusione una storia che si è dipanata per troppo tempo e in maniera fin troppo ondivaga per poter condurre a un epilogo degno di questo nome, un altro tentativo di allargare il quadro per rimettere in equilibrio il focus e farci stare più elementi possibile, con il risultato però dell’esplosione narrativa della pellicola negli ultimi 30 minuti.

Ed è così che Keita, capro espiatorio del villaggio come un re sacro di frazeriana memoria (e come in “Battle Royale” i ragazzini lo erano per le volontà di controllo sociale per gli autocrati, quantomeno nel romanzo), si immola non solo per cercare di salvare i progetti di rinascita della piccola comunità isolana ma anche lo sviluppo narrativo della pellicola di cui è protagonista in un’ennesima allusione metalinguistica. Quest’ultima componente è quindi il rumore di fondo di “Noise”, il costante non detto che fa da contraltare ai tanti avvenimenti e personaggi che rendono la pellicola di Hiroki un anodino, pur affascinante, divertissement e che forse permette di dare più dignità ai personaggi di quanto la trama del film riesca a fare.

25/04/2022

Cast e credits

Titolo Originale
Noizu
Distribuzione
Warner Bros. Pictures Japan
Durata
128'
Produzione
Kitajima Naoaki
Sceneggiatura
Kataoka Sho
Musiche
Otomo Yoshihide

Trama

In una piccola isola del Giappone la fiorente coltivazione di fichi neri da parte del giovane imprenditore locale Izumi Keita sta per portare un grosso contributo statale, che tutti sperano possa risollevare le sorti della comunità. La venuta di un misterioso straniero e gli omicidi che ne seguono rischiano di complicare la cosa, mentre il succitato eroe locale e i suoi amici sembrano nascondere un segreto fin troppo pesante.
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