Good Luck, Have Fun, Don’t Die

Good Luck, Have Fun, Don’t Die


Gore Verbinski, Gore Verbinski

Azione, Commedia, Fantascienza | Germania, Usa
(2025)

Forse non sembra ma è passato quasi un decennio da quando Gore Verbinski presentò al mondo “La cura dal benessere“, smisurato pastiche che giocava con decenni di cinema, e audiovisivi in generale, per proporre uno strano thriller fra fiaba, satira e body horror: fu un bagno di sangue (non solo dentro il film) e la pellicola non convinse né pubblico né critica (a eccezione del sottoscritto e pochi altri), tenendo il suo regista lontano dalla macchina da presa per quasi un decennio, complice anche il fallimento, prima ancora di entrare in produzione, di altri progetti (come il supereroistico “Gambit”). D’altronde, non è così facile notare la differenza, quando a distanza di dieci anni gli Stati Uniti si trovano ancora in balia delle politiche incostanti e sempre più autoritarie di Donald Trump, del crescente strapotere dei social media e delle compagnie che li possiedono, della diffusione inarrestabile della violenza con armi da fuoco e di cambiamenti sociali e tecnologici sempre più repentini.

Tutto ciò per dire che “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” prende spunto da circostanze storiche e socio-culturali molto simili a quelle del film precedente per creare anche in questo caso un miscuglio di generi, registri e immaginari che ha pochi eguali nel panorama hollywoodiano contemporaneo per ricchezza e vastità. Certo, i generi fra cui il film di Verbinski si barcamena sono in buona parte diversi da quelli de “La cura dal benessere”. L’elemento action quasi assente nella pellicola precedente e quello fantascientifico lì subordinato alla cornice fiabesca e agli sviluppi horror sono in effetti preminenti in “Good Luck, Have Fun, Don’t Die”, dove combattimenti con ogni genere di armi abbondano (ben rappresentati dalla sequenza pre-finale da home invasion), così come incisi di commedia che rendono la pellicola più variegata per quanto concerne il tono, avvicinandola a quelle che sono tuttora le opere più celebri di Verbinski, ovvero trilogia originale di “Pirati dei Caraibi“. Non è un film che difetta certo di citazioni, né tratte dai lavori precedenti del regista né da altre pellicole, parte anche in questo caso di un accumulo intertestuale che ha pochi eguali anche nella parassitaria cultura popolare contemporanea.

Che sia l’horror surreale di ispirazione lovecraftiana à la “The Void“, l’immancabile zombie movie o la satira fantascientifica resa nuovamente popolare da “The Substance“, i generi, i filoni e i registri più frequentati dal cinema hollywoodiano degli ultimi decenni fanno capolino in un modo o nell’altro in questo, ennesimo, fragoroso pastiche diretto da Gore Verbinski. Sebbene il film abbia raggiunto le sale statunitensi solo in questi giorni, contemporaneamente alla sua partecipazione fuori concorso alla Berlinale, l’accoglienza si sta rivelando per il momento migliore di quella del film precedente, quanto meno da un punto di vista critico, a riprova forse del fatto che il regista del Tennessee ha riconquistato un buon rapporto con la stampa e forse anche col pubblico. Lo stile più frizzante e il ricorso a un costante flusso di gag e scambi brillanti (o presunti tali) contribuiscono d’altronde ad avvicinare “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” a quella che potrebbero definire la koinè del film pop contemporaneo più di quanto facessero il ritmo compassato e le parentesi oniriche del film del 2016, la cui seriosità fu una delle ragioni principali della sua cattiva ricezione, bandita dai blockbuster in particolar modo nell’epoca di massima espansione dei cinecomic Marvel.

Nel 2026, in definitiva, forse alcune cose sono davvero cambiate rispetto al 2016, eppure Verbinski ha dovuto moderare le eccentricità de “La cura dal benessere”, suo opus magnum e sorta di anti-blockbuster hollywoodiano per questo quasi pre-destinato al fallimento, per proporre un’opera più addomesticata. O almeno così sembrerebbe. Se questo viaggio ipercinetico compiuto dalla scalcagnata compagnia di eroi improvvisati al seguito di un uomo che dice di venire dal futuro ma che sembra piuttosto un senzatetto (interpretato da un Sam Rockwell istrionico come non mai) culmina infatti in una sorta di lieto fine, questo in realtà si rivela rapidamente illusorio, mentre un personaggio sogghigna in camera come il ghignante Dane DeHaan del film precedente, ribadendo il carattere aperto e non consolatorio del cinema di Verbinski dietro la sua patina di giocoso ibrido di generi. D’altronde quella dell’uomo del futuro è una missione sempre aperta, prona a venire ripetuta perché qualcosa va storto o, ancora meglio, perché non torna.

La dimensione ricorsiva del racconto e la concezione che vi sia sempre un elemento discordante in ogni ripetizione sono non a caso elementi presenti nella produzione di Verbinski fin dall’iperbolico crescendo che è il suo esordio “Un topolino sotto sfratto”, ma sono stati nettamente enfatizzati dalle pellicole più recenti, in primis ne “La cura del benessere”. Non a caso fu quel film a evidenziare in maniera più esplicita l’influenza che l’adattamento del videogioco “BioShock”, effettivamente mai girato dal regista statunitense, ha avuto sulla sua filmografia, influenza che è tutt’altro che assente anche in “Good Luck, Have Fun, Don’t Die”. L’ultima opera di Verbinski propone in effetti la lotta di un piccolo manipolo di outsider contro il mondo intero, lotta invischiata in una serie di ripetizioni che rimarcano la necessità della coazione a ripetere come base del gesto creativo (anche di mondi), non mancando di inserire anche in questo caso modelli di genitorialità anomali e le conseguenti riflessioni sull’influenza che le figure genitoriali hanno su figli e figlie, all’interno di un’altra pellicola ossessionata dal tema della riproduzione, intesa in termini tanto tecnologici quanto biologici.

Laddove “La cura del benessere” rifletteva sull’ossessione contemporanea per la salute e la performance, presente soprattutto fra le classi più agiate, e sulla commercializzabilità di ogni cosa, “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” si focalizza sul crescente ruolo della tecnologia nella nostra società e sulla sua progressiva atomizzazione, come evidenzia con forza la sequenza introduttiva (e conclusiva, ovviamente) del diner. La società sembra essere divenuta thatcherianamente inesistente in questo universo narrativo, in cui i continui fallimentari tentativi dell’uomo del futuro di creare una squadra per portare avanti la sua missione sono destinati a essere vanificati dai problemi comunicativi interni al gruppo. Naturalmente, essendo questo un film di Gore Verbinski, questa riflessione avviene attraverso l’accumulo di citazioni centrifugate in un pastiche che sembra ancora più confus(ionari)o del solito, per quanto capace comunque di mantenere l’attenzione di chi guarda, complice la gestione efficace del ritmo indiavolato della pellicola. Vacuo in apparenza come il suo titolo, “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” mostra ancora una volta la coerenza del cinema di Verbinski, la cui foga ricombinatoria non sembra essersi arrestata in questo decennio, ma essersi solo fatta ancora più esplosiva. Forza, Gore, “good luck, have fun, don’t die”!

15/02/2026

Cast e credits

Durata
134'
Produzione
3 Arts Entertainment, Blind Wink Productions, Constantin Film
Sceneggiatura
Matthew Robinson
Fotografia
James Whitaker
Scenografie
David Brisbin
Montaggio
Craig Wood
Musiche
Geoff Zanelli
Costumi
Neil McClean

Trama

Stati Uniti d'America, oggi. In un tranquillo diner, in una tranquilla sera, arriva un uomo vestito in maniera strana che dice di venire dal futuro. Un po' con minacce, un po' con la persuasione, convince sette estranei a seguirlo in una missione che a suo dire dovrebbe salvare il mondo dall'affermarsi di un'intelligenza artificiale generale. La situazione, già incredibile, è presto destinata (?) a complicarsi ulteriormente.
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