Ghost in the Cell

Ghost in the Cell


Joko Anwar

Horror Commedy, Prison Movie, Thriller | Indonesia
(2026)

Imprescindibile animatore del cinema di genere indonesiano, Joko Anwar è una presenza probabilmente nota a chiunque abbia bazzicato nel corso degli anni il Far East Film Festival di Udine, nonché a coloro che abbiano dedicato attenzione a quella che è divenuta una delle principali industrie cinematografiche asiatiche, particolarmente forte nel cinema di genere. Fra i creatori della risposta indonesiana al Marvel Cinematic Universe, il Bumilangit Cinematic Universe, di cui nel FEFF 2023 si è potuto vedere il secondo instalment “Sri Asih“, e autore di serie che hanno raggiunto diffusione internazionale grazie a Netflix (“Incubi e sogni di Joko Anwar”), il regista di Sumatra si è distinto soprattutto per la regia e la scrittura di alcuni horror di grande successo e di indubbio fascino, come “The Forbidden Door” e il dittico (prossimo a diventare trilogia) “Satan’s Slaves”. È probabilmente all’horror sovrannaturale inserito con convinzione all’interno della storia e della cultura indonesiana rappresentato da quest’ultima saga che il grosso del pubblico che conosce Anwar potrebbe avvicinare “Ghost in the Cell” in seguito a una lettura frettolosa della sinossi, e ciò sembrerebbe confermato dalla sequenza introduttiva che vede un integerrimo giornalista che indaga su traffici illeciti assistere alla morte truculenta e inspiegabile del suo iroso datore di lavoro.

Dalla scena successiva l’ambientazione si sposta però dai grattacieli notturni di Jakarta a una prigione di massima sicurezza nell’entroterra indonesiano, la cui variegata umanità si rivela rapidamente più adeguata a una commedia che a un cupo dramma carcerario. Fra sicari dai comportamenti equivoci, gangster affetti da nanismo e numerosi carcerati che giurano e spergiurano di essere innocenti, i protagonisti di “Ghost in the Cell” (che d’altronde è una parodia fin dal titolo internazionale citazionista) contribuiscono a determinare subito il tono faceto e sopra le righe della dodicesima regia di Anwar. La componente horror del film appare perciò quasi residuale, costretta in una manciata di sequenze tensive, la più efficace delle quali all’inizio, prima che la pellicola abbia rivelato la sua natura ibrida, e nell’accumulo di sequenze splatter, le quali invece cadenzano la narrazione e rappresentano una sorta di conto alla rovescia per i protagonisti che devono riuscire a scoprire le motivazioni della presenza che sta facendo strage nel carcere prima di caderne a loro volta vittime. Tali sequenze si distinguono non solo per l’efferatezza delle uccisioni sovrannaturali e per le abbondanti esplosioni ematiche, ma soprattutto per le modalità iperboliche, sia nell’uso degli effetti speciali sia nelle conseguenze, con cui il classico spirito vendicativo dell’horror del sud-est asiatico trasforma però le uccisioni in opere d’arte, echeggiando l’uso strumentale e spettacolare che “Ghost in the Cell” fa della componente orrorifica.

Un elemento sicuramente peculiare del film di Anwar, che a un’occhiata superficiale potrebbe parere solo un umile, seppur efficace, divertissement, è d’altronde proprio la connotazione creativa/artistica dello spirito omicida che getta scompiglio nel carcere, concretizzando le emozioni negative di cui si nutre in sculture/ready made (di cadaveri). Ciò ha lo scopo non irrilevante di differenziare l’entità sovrannaturale dagli antagonisti umani della pellicola, affaristi senza scrupoli e ufficiali privi di morale a cui sembra manchi ogni capacità creativa, laddove è invece proprio l’inventiva a permettere ai carcerati protagonisti di salvarsi grazie a una vera e propria messinscena congegnata in ogni dettaglio. In fin dei conti, quest’entità pare avere delle motivazioni molto più comprensibili dei villain in carne e ossa, e con cui i personaggi principali arrivano infine quasi a empatizzare, rendendo meno peregrina l’equivalenza che Anwar stabilisce fra l’attività creativa dello spirito e quella artistica del regista. D’altronde, entrambi si servono della violenza più efferata per comunicare un profondo rifiuto nei confronti dello status quo, mettendo in scena una parabola di riscatto sociale tanto violenta (e populista) quanto necessaria e facendo di “Ghost in the Cell” un’opera dalle ambizioni di critica sociale ancora più acclarate di quanto avvenisse nei più seriosi “Satan’s Slaves”.

Il circoscritto ambiente carcerario si fa perciò in modo molto netto immagine di un paese profondamente diseguale e in cui l’ingiustizia pare trionfante (in maniera ovviamente antifrastica, essendo un luogo di detenzione e, in teoria, correzione), in cui solo un elemento catastrofico, e di genere (l’ingresso della mortifera presenza, proveniente dalle foreste del Kalimantan che hanno visto ancora più sopraffazione), può dare inizio alla rigenerazione della società indonesiana (l’arrivo delle guardie non corrotte, alla fine). “Ghost in the Cell” si rivela quindi una delle opere più politiche, se non la più politica, dell’influente cineasta indonesiano, adottando una combinazione di generi improbabile (dramma carcerario, horror sovrannaturale con venature body e commedia), centrifugata con raro trasporto e divertimento, per imbastire una riflessione sulla società del proprio paese natale e sulla condizione dello stato di  diritto, della democrazia e del giornalismo in esso (in Indonesia al momento è in corso un democratic backsliding non indifferente). Un’ulteriore testimonianza del ruolo fondamentale che ha il cinema di genere, e in particolar modo l’horror, nella costruzione dell’affresco della società indonesiana e dei suoi drammatici trascorsi, pieni di zone d’ombra, che è al cuore della pur giocosa produzione di Joko Anwar, in cui un dramma carcerario può deflagrare nella palingenetica, sempre sopra le righe, rivoluzione del proprio paese.

25/04/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Hantu Dalam Sel
Durata
106'
Produzione
Tia Hasibuan
Sceneggiatura
Joko Anwar
Fotografia
Ical Tanjung
Scenografie
Dennis Sutanto
Montaggio
Joko Anwar
Musiche
Aghi Narottama, Tony Merle

Trama

In un carcere di massima sicurezza nel'entroterra indonesiana finisce il giovane giornalista Dimas, accusato del misterioso omicidio del suo datore di lavoro a cui ha assistito senza poter far nulla. Per sfuggire alle angherie dei membri di una gang chiede aiuto al riluttante Anggoro, influente carcerato che ha pessimi rapporti con le guardie del complesso. Presto però uccisioni tanto efferate quanto spettacolari iniziano a mettere in crisi il fragile ordine del carcere, spingendo i detenuti a cercare di unirsi per venirne a capo.
Noi, un po’ meglio
Noi, un po’ meglio

Nel raccontare la genitorialità dei nostri tempi alle prese con nuove filosofie di famiglia e con le possibilità fornite dalla ricerca medica Luchetti non perde mai il contatto con il cuore dei personaggi, facendo di questi il barometro di una grande storia d’amore con gli eccellenti Elio Germano, Maria Chiara Giannetta e Anna Bonaiuto

Wildwood – I segreti del bosco proibito
Wildwood – I segreti del bosco proibito

Il ritorno di Laika dopo sette anni non poteva essere più ambizioso: "Wildwood" di Travis Knight è una maestosa cavalcata attraverso l'immaginario coming of age fantasy contemporaneo, titanica dimostrazione delle capacità della stop motion e dichiarazione d'amore all'animazione tutta

Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale