Tunnels: Sun in the Dark

Tunnels: Sun in the Dark


Bùi Thạc Chuyên

War Movie | Vietnam
(2025)

Nel corso di 27 edizioni del Far East Film Festival solo una decina di pellicole provenienti dal Vietnam, comprese quelle all’interno di retrospettive, era giunta a Udine, forse per via delle dimensioni ancora marginali di quell’industria cinematografica, incapace di distinguersi anche nei contesti più accoglienti, a eccezione di alcune opere di rilievo. Ma nel corso degli ultimi anni la marea è mutata, e ora il cinema vietnamita si sta rapidamente affermando come uno dei più floridi del Sud-est asiatico. Non stupisce quindi che alla ventottesima edizione della kermesse udinese ben quattro pellicole prodotte in Vietnam siano state inserite in concorso, con il gradevole remake del cult “One Cut of the Dead” di Ueda Shinichirō (la cui ascesa a pellicola di culto iniziò proprio al FEFF nel 2018), “Blood Moon Rite 8” di  Phan Gia Nhat Linh, a fare da film di chiusura alla presente edizione. Tra questi quattro film quello che si è distinto maggiormente è però il war movie “Tunnels: Sun in the Dark” dell’esperto Bùi Thạc Chuyên, in patria campione d’incassi e a Udine vincitore del Premio per la miglior sceneggiatura e del Gelso di cristallo (seppur quest’ultimo premio in ex aequo). Non male, come prima volta in cui dal paese arriva una selezione di pellicole più nutrita.

Sebbene l’eccezionalità della vittoria di “Tunnels” meriti sicuramente menzione, a chi legge potrebbe parere discutibile dedicare così tanto spazio al contesto che ha portato il film di Bùi a simili risultati a discapito dell’analisi della pellicola stessa. Va detto che quest’ultima ha delle indubbie particolarità che rendono quasi altrettanto interessante approfondire il contesto in cui è stata realizzata e proposta, dato che si parla di un’opera di grande successo commerciale realizzata col fine manifesto di proporre una diversa narrazione sulla guerra in Vietnam, mostrando la prospettiva nordvietnamita di una guerra di liberazione dall’influenza imperialista statunitense. In realtà, fra anni 70 e 80 varie pellicole riguardo al conflitto furono realizzate col sostegno del governo del Vietnam del Nord e poi di quello del paese unito sotto la direzione del Partito comunista del Vietnam, ma il venir meno della contrapposizione fra socialismo e capitalismo e il conseguente inserimento del paese nell’ordine neoliberista mondiale ha messo in secondo piano le motivazioni per tornare a quella guerra, che invece ha continuato a popolare la produzione cinematografica statunitense per decenni. Negli ultimi anni qualcosa pare essere cambiato (non solo le dimensioni dell’industria cinematografica vietnamita) e così nel 2025, cinquantesimo anniversario della fine del conflitto, due pellicole sulla guerra in Vietnam sono state distribuite nel mercato domestico, “Red Rain” e, appunto, “Tunnels”.

Diretto da un cineasta che finora si era distinto soprattutto per drammi e film d’autore, “Tunnels: Sun in the Dark” inizia e si conclude come ogni war movie che si rispetti, prima inserendo il film nel suo preciso contesto storico tramite alcune didascalie e poi accompagnando i titoli di coda con materiali d’archivio e interviste ai veri protagonisti dei fatti storici appena messi in scena, sottolineando l’accuratezza e l’autenticità della propria ricostruzione del passato. Quello che sta in mezzo, cioè due ore cariche di azione, colpi di scena e (molto) dramma interpersonale, si rifà in modo palese ai moderni blockbuster cinesi di ambientazione storica, di cui riprende non solo la grande enfasi sulla spettacolarità degli scontri e lo scarso approfondimento delle motivazioni ideologiche e materiali dei personaggi, ma anche tutta una serie di tipi e cliché narrativi (il comandante severo ma in fondo simpatico, la combattente spietata ma dal cuore d’oro, il membro del gruppo che lo danneggia ma tenta poi di riscattarsi morendo, il nuovo arrivato misterioso che si rivela fondamentale per la lotta, la necessità della sconfitta tattica per conseguire una vittoria di ampio respiro). L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ribadendo quanto il film di Bùi non si distingua certo per la sua originalità, ma semmai per come reinterpreta il magistero del war movie politico cinese all’interno del contesto vietnamita, quindi in un sistema produttivo gioco forza meno solido.

Poiché non può eguagliare i propri modelli per quanto concerne la spettacolarità, mettendo d’altronde in scena una guerriglia e non un conflitto con battaglie campali come quelle solitamente al centro dei film bellici della Repubblica popolare, Bùi Thạc Chuyên confeziona una pellicola carica di lunghe attese, fondamentali per dare spazio al ricco cast della pellicola, e di isolati momenti esplosivi, che diventano sempre più frequenti col procedere della pellicola e con l’avanzare delle truppe statunitensi una volta scoperta la rete di tunnel in cui la maggior parte del film si svolge. “Tunnels” rende giustamente omaggio al proprio nome concentrando l’azione all’interno dei cunicoli costruiti dai vietcong (e ricostruiti nel minimo dettaglio per le riprese), tanto che la seconda metà della pellicola, quella della battaglia, è ambientata quasi interamente dentro essi, rendendo con efficacia la crescente claustrofobia dei combattenti vietnamiti mentre lo spazio in cui muoversi si riduce via via che il conflitto si fa più efferato. Invece che un war movie di esplosioni colossali e di scontri a fuoco in campo aperto (che pure non mancano), il film di Bùi è un lento incedere di inseguimenti, fughe, trappole e attacchi a sorpresa, rispecchiando dal punto di vista audiovisivo il modus pugnandi della guerriglia comunista.

Girato con un formato panoramico molto largo (2,76:1), “Tunnels” utilizza l’ampiezza della proprie immagini per espandere il piccolo mondo sotterraneo in cui i vietcong vivono, combattono e muoiono, rendendo inoltre più leggibile la complessa geografia dei cunicoli (le cui mappe d’altronde abbondano nella pellicola, visualizzando questa tensione alla leggibilità), ma anche riservando più spazio possibile nell’inquadratura all’ampio cast. Per quanto vi siano alcuni personaggi che possano essere definiti principali (l’outsider Tu Dap, la stoica Ba Huong, il comandante Bay Theo), è indubbio che il film di Bùi possa essere definito corale, presentando un’eterogenea umanità unita da un obiettivo comune, non importa quanto in opposizione siano le azioni individuali (e fra stupri, contrasti con la misteriosa squadra “medica” appena giunta nei cunicoli e i dubbi su come comportarsi con Tu Dap le ragioni per scontrarsi sicuramente non mancano). Questo non solo risulta coerente con l’indirizzo ideologico della pellicola (la guerra di liberazione socialista è ovviamente uno sforzo collettivo in cui non sono ammessi personalismi), ma serve anche a rendere più efficace la claustrofobica e ripetitiva seconda parte della pellicola, con l’eroica resistenza della compagnia e la sua distruzione che non viene ridotta a una sterile carneficina di comprimari grazie alla riuscita caratterizzazione della maggioranza di questi.

Il merito di ciò va principalmente alla sceneggiatura di Bùi Thạc Chuyên e Nguyễn Thị Minh Ngọc, facendo di “Tunnels” forse una delle pellicole più meritevoli del Premio alla miglior sceneggiatura vinto al FEFF negli ultimi anni (che spesso è difatti andato a opere di discutibile qualità), sebbene non si possa certo parlare di un film di scrittura. In equilibrio fra ricerca di spettacolarità e retorica nazionalista (che è il principale motivo per cui il tema della guerra in Vietnam pare tornato al centro della produzione nazionale, come già è avvenuto nei decenni scorsi in Cina), il film di Bùi riesce a non indulgere nella prima accettando di rappresentare la guerriglia sotterranea dei vietcong come un conflitto occulto, raramente spettacolare, così come nella seconda, sottolineando la dimensione ideale della guerra di liberazione nazionale. Non che manchino sezioni meno convincenti e momenti carichi di patetismo (uno fra tutti il salvataggio finale del soldato statunitense ferito nel tunnel), a riprova dell’adesione di “Tunnels” ai cliché del war movie contemporaneo (asiatico e non). Nonostante il finale che omaggia i cieli al tramonto solcati da elicotteri di “Apocalypse Now“, qui si è ancora lontani da un capolavoro nativo sulla guerra in Vietnam. A 50 anni dalla fine del conflitto tuttavia ciò pare marginale: è giunto il momento per il popolo vietnamita di raccontare questa storia e non spetta a nessun altro dire come ciò vada fatto.

05/05/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Địa Đạo: Mặt Trời Trong Bóng Tối
Durata
126'
Produzione
Galaxy Studio, HKFilm
Sceneggiatura
Bùi Thạc Chuyên, Nguyễn Thị Minh Ngọc
Fotografia
Nguyễn K’Linh
Scenografie
Lê Văn Thanh
Montaggio
Julie Beziau, Thân Thị Thu Hằng
Musiche
Clovis Schneider

Trama

Distretto di Củ Chi, Vietnam, 1967. In un momento topico della guerra contro gli Stati uniti, un gruppo di combattenti nordvietnamiti deve difendere uno snodo della rete di tunnel in modo che una serie di comunicazioni importanti per lo svolgimento del conflitto vengano inviate in tempo.
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