Woman Unknown

Woman Unknown


May el-Toukhy

Drammatico, Storico | Danimarca, Lettonia, Svezia
(2026)

Non sorprende che l’unico film in concorso diretto in solitaria da una donna (May el-Toukhy) sia tutto incentrato su una sofferta esperienza femminile, e considerando questa sua amara unicità non gli si può biasimare una certa mancanza di ottimismo. Siamo in Danimarca ed è appena finita la Seconda Guerra Mondiale, ma l’atmosfera è ancora grigia e opprimente, la quotidianità ancora non risanata dal trauma dell’occupazione nazista. La protagonista Marie (Mathilde Arcel) fa la domestica e bambinaia, ma è fidanzata con il padrone di casa, un vedovo, e il matrimonio promette un’emancipazione, quantomeno dal lavoro. All’inizio sembra che l’interesse sia nello strano rapporto di potere e imbarazzo tra Marie, le altre domestiche e il promesso sposo. Ma le cose si complicano quando si imbatte in un vecchio conoscente che minaccia di disturbare la sua nuova vita: i danesi infatti sono ferocemente a caccia di “delatori” da punire e Marie nasconde un passato compromettente.

Non è neanche chiaro in che città si svolga la storia, le scene in esterna sono pochissime, e anche quando ci sono corpi e personaggi occupano spazi limitati, forse non si vede mai nemmeno il cielo. Il senso di soffocamento di Marie è sottolineato fino allo sfinimento: è sempre incorniciata, stretta tra muri, porte, specchi e finestre. C’è in tutto un rigore molto nordico, con una luce sempre naturale e spenta, movimenti della macchina da presa ridotti al minimo. Il punto è evidentemente la frustrante impotenza della protagonista, il cui futuro difeso con tutte le sue forze prevede al massimo una vita da moglie e matrigna dipendente dal freddo imprenditore Christian. In realtà la freddezza è condivisa da tutti, abitanti impassibili (perfino nei muscoli facciali) di un mondo deprimente, se pur con buona ragione. Un’eccezione fugace è rappresentata dalla vicina di casa, madre single che anche nei vestiti non sembra negli anni ’40 come gli altri. La vita “moderna” della vicina è quella che Marie non può avere, e perciò non può che finire male.

Tra i colori spenti spicca solo il rosso, che ricorre nei vestiti della protagonista, nella bandiera danese, il sangue, e soprattutto quella svastica, una “lettera scarlatta” impressa sul portone di casa e sui corpi delle donne accusate di favoreggiamento ai nazisti. E alla fine è anche il colore del sangue esito inevitabile di una caccia alle streghe nata come reazione alla barbarie nazista e diventata strumento di repressione, noncurante dell’ipocrisia dei benpensanti industriali. Ma grazie a un certo tatto non sono i singoli Christian e Karl a essere “cattivi”, perché a perpretare il male è un sistema del tutto impersonale (non vediamo nemmeno i volti degli aguzzini), basato su una concezione distorta del decoro e del rinnovamento sociale. Non è solo il desiderio femminile ma ogni espressione libera del corpo a essere punita, con umiliazioni osservate da uno sguardo che finalmente sembra farsi più partecipe. Infatti a un certo punto il rigore comincia a essere eccessivo, l’abisso si fa troppo profondo. L’unica possibilità di redenzione è stroncata sul nascere, perché “queste cose succedono solo nelle fiabe”. “Woman Unknown” è quindi un anti-fiaba sulla castrazione femminile in cui il negativo permea ogni elemento, finendo per deumanizzare sia i carnefici che le vittime nel tentativo di sottolineare una stortura evidente, che diventa sempre meno comprensibile.

08/09/2026

Cast e credits

Produzione
Film i Väst, Nordisk Film Production
Sceneggiatura
Maren Louise Käehne, May el-Toukhy
Fotografia
Jasper Spanning
Scenografie
Sabine Hviid
Montaggio
Rasmus Stensgaard Madsen
Musiche
Mikkel Hess
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Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

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