Daoine gafa faoi smacht na nGall
Per decenni – per novant’anni, come vedremo nel film – la Palestina è stata oggetto di dominazione, apartheid e periodiche stragi (ad es. l’operazione Piombo Fuso nel 2011, ben raccontato dai testi del compianto Vittorio Arrigoni). Ma solo dal 2023 il governo israeliano ha iniziato una politica apertamente genocidaria, ancora in corso. Da allora la lotta del popolo palestinese è diventata da una delle varie lotte dei popoli oppressi dal colonialismo (come vedremo nel film) alla lotta che le rappresenta tutte. Anche per questo un film come “Palestina 36” è stato girato e distribuito, e per questo merita di essere discusso.
Il sottotitolo della distribuzione italiana – “Quando tutto ebbe inizio” – è al contempo doveroso e didascalico, come un po’ il film. La regista palestinese Anne-Marie Jasir decide di focalizzarsi sulle vicende della rivolta araba 1936-1937 proprio perché vi vede il seme di tutte le vicende seguenti, compresa la situazione attuale. La rivolta araba del 1936 non è direttamente contro i coloni ebrei: è contro la dominazione, pardon il protettorato, inglese. In questo modo l’origine della questione palestinese viene inquadrata molto chiaramente come figlia del colonialismo razzista europeo. I militari britannici tra l’altro citano esplicitamente il pericolo “di una altra Irlanda” facendo riferimento alla guerra di indipendenza irlandese di 15/20 anni prima [1].
Un altro aspetto interessante di “Palestina 36” è il suo focalizzarsi su una famiglia di palestinesi cristiani, dato che la regista stessa appartiene a questa comunità, non solo piccola ma pure sottorappresentata, ma che all’epoca in alcune città della Palestina era maggioritaria. In un momento meta-filmico l’Alto Commissario Britannico censura una foto dei ribelli palestinesi con una croce nella bandiera dicendo che “non è quello che vogliono vedere gli europei”. Più in generale, il luogo comune principale che un’opera come questa sfata agli occhi europei è quello che una società palestinese moderna non esistesse prima della nascita di Israele, mostrandone invece la complessità. Il limite del film, però, è quello di essere in molti passaggi parecchio convenzionale/scolastico per assicurarsi di far passare il messaggio.
La storia corale è gestita bene, e neanche in modo troppo retorico o manicheo: ci sono l’inglese sensibile alle motivazioni arabe e i leader palestinesi corrotti, ma ogni personaggio evolve più o meno come ci si potrebbe aspettare, senza forti emozioni. Il film invece respira più pienamente quando mette al centro la terra di Palestina, il vero oggetto del contendere. Ci sono le scene di strada in 4:3 (apparentemente filmati d’epoca ricolorati), e degli stacchi più lunghi del solito sui campi e sulle colline che sarebbero stati riempitivi in ogni altro film ma qui silenziosamente ci mostrano il cuore della faccenda per i palestinesi e per i coloni. In questo modo, osservando il mondo attraverso i loro occhi, le storie degli abitanti di quel villaggio acquistano significato.
[1] Curioso come ovviamente i cattivissimi inglesi siano interpretati da attori apertamente pro-Palestina nella vita reale, come Jeremy Irons o Liam Cunningham (che è pure irlandese).
27/09/2026