Baby Driver – Il genio della fuga

Baby Driver – Il genio della fuga


Edgar Wright

Azione, Commedia, Musicale | Gran Bretagna, Usa
(2017)
Era solo questione di tempo, prima che Edgar Wright dedicasse un intero lungometraggio alla sua passione per gli inseguimenti automobilistici. Già a partire dal fulminante esordio con “L’alba dei morti dementi” e ancora di più con il successivo “Hot Fuzz”, il regista inglese aveva dimostrato una dote straordinaria nella direzione delle scene d’azione su quattro ruote: mai appunto come in queste sequenze, il celeberrimo montaggio velocissimo tipico del suo cinema – coadiuvato da virtuosistici movimenti di macchina quali panoramiche a schiaffo e zoomate – trovava un perfetto sfogo. “Baby Driver” è, in fondo, il film che Wright ha sempre fatto, in bilico tra parodia ed eterodossa fedeltà a un immaginario consolidato e codificato: in “Shaun of the Dead” veniva preso di mira lo zombie movie di stampo romeriano, in “Hot Fuzz” l’action-poliziesco adrenalinico di Bay e della Bigelow, in “The World’s End” la fantascienza di Siegel, in “Scott Pilgrim vs. the World“, infine, veniva assorbita tutta la cultura pop videoludica e fumettistica. Seppur in modo meno programmatico di quanto compiuto nella “Trilogia del cornetto”, nemmeno l’ultima fatica del regista sfugge a questa logica, offrendo la propria visione del “Driver – L’imprendibile” di Walter Hill già riprodotto, secondo i canoni e la sensibilità del nuovo millennio, da Nicolas Winding Refn in “Drive“.

Il protagonista del sesto lungometraggio dell’autore inglese è un novello Scott Pilgrim (nei lineamenti morbidi e nel volto sbarbato di Ansel Elgort sembra quasi di rivedere Michael Cera), Baby, asso al volante e costretto a fare da pilota per ripagare un debito con Doc (Kevin Spacey). Nel classico incipit alla “Driver”/”Drive“, dove Baby riesce a portare in salvo i rapinatori con cui lavora seminando la polizia, abbiamo già la cifra stilistica dell’opera: in “Baby Driver” la musica risulta parte integrante dell’universo a cui il protagonista appartiene. Baby infatti copre un ronzio che sente perennemente nelle orecchie – causato da un incidente avuto da bambino – con l’utilizzo, continuo e ritmato, di una soundtrack minuziosamente scelta: attraverso questo espediente, Wright immerge il film in un costante susseguirsi di brani musicali che scandiscono l’intero incedere narrativo, regalandoci, nuovamente, una magistrale lezione di montaggio (grazie anche all’aiuto di Jonathan Amos e Paul Machliss, che già avevano lavorato con il regista per “Scott Pilgrim vs. the World“). “Baby Driver” presenta diversi punti in comune con i recenti “La La Land” di Damien Chazelle e “Guardiani della galassia vol. 2” di James Gunn: con il primo condivide la forte impronta musicale (e il film in diversi momenti si addentra nei territori del musical, ma basta anche confrontare il piano sequenza nei titoli di testa di “Baby Driver” con quelli, eccessivamente numerosi, di “La La Land“); con il secondo, invece, condivide il tono ironico della narrazione, la gestione enfatica di una colonna sonora nostalgicamente rétro e, soprattutto, l’assimilazione di un immaginario – e dunque di un cinema – ormai perduto (gli anni ’80 e la fantascienza per Gunn, l’heist movie e l’action anni ’70 per Wright).

“Baby Driver”, come già affermato, è però in fondo un tassello purissimo di cinema in pieno stile Wright: il regista inglese non abbandona mai le coordinate personali del sua visione cinematografica, pur immergendo la pellicola in una struttura più prevedibile che in passato. Dopo infatti la scheggia impazzita rappresentata da “Scott Pilgrim vs. the World“, solo (molto) parzialmente riuscita, con cui aveva catarticamente sublimato tutta la propria carica anarchica, qui Wright ritorna con una narrazione più semplice e lineare, come in effetti era accaduto pure in “La fine del mondo“. “Baby Driver” ribadisce anche alcuni limiti dell’autore in qualità di sceneggiatore solitario, già evidenziati proprio in “Scott Pilgrim vs. the World“: senza il genio di Simon Pegg alla scrittura, mancano un po’ il brio e le geniali trovate comiche in grado di elevare la “Trilogia del cornetto” a cult indiscusso del nuovo millennio. E se l’assenza di Pegg poteva lecitamente far sperare in una maggiore libertà da un punto di vista prettamente visivo, bisogna constatare come i classici virtuosismi dell’autore vengano riproposti in maniera meno originale che nelle opere precedenti.

Se però da una parte Wright rende alcuni tratti distintivi del proprio cinema più canonici, allo stesso tempo esaspera alcune peculiarità che da sempre lo hanno contraddistinto. “Baby Driver” è il musical di Wright e l’opera più intima del regista inglese (come dimostrano i flashback sul passato di Baby, il bianco e nero nella rappresentazione delle fantasie, il rapporto tra il protagonista e il personaggio di CJ Jones) e, in questo senso, rappresenta un punto di rottura con le antecedenti prove dietro la macchina da presa. Esattamente come “La La Land“, “Baby Driver” narra di una semplice love story, di una coppia di giovani innamorati costretti a dover fare i conti con la crudele logica della realtà. Una realtà filtrata, però, con la lente deformante di due registi cresciuti in pieno postmodernismo: per questo non mancano caratterizzazioni meravigliosamente macchiettistiche dei personaggi, su cui spiccano quelle di Jamie Foxx e della coppia Jon Hamm/Eiza González, sopra le righe e pienamente convincenti (valga la scena nella tavola calda come paradigmatica testimonianza).

Lo svolgimento lineare del racconto si interrompe, tuttavia, in un colpo di scena in perfetto stile Wright, con cui il film deraglia verso territori che richiamano alla memoria quelli della seconda parte di “Hot Fuzz”: un turbinio di scontri, sparatorie e delitti che riportano la pellicola su altissimi standard qualitativi. L’autore inglese però cade, ancora una volta, proprio sul finale, confermando i problemi manifestati soprattutto con i due precedenti lungometraggi, inanellando diverse conclusioni e procedendo per ellissi forzate e ingombranti (oltre che prive della necessaria contestualizzazione). Sono difetti di fronte ai quali comunque si chiude volentieri un occhio: “Baby Driver” – nonostante un intreccio tutto sommato canonico e privo di particolari guizzi, nonostante le sue lungaggini e le sue leggere cadute – è intrattenimento genuino che, pur forse non raggiungendo i fasti delle prime due opere del regista, nel suo incedere altalenante e schizofrenico cela un’anima incredibilmente dolce e sensibile. E fornisce la prova, l’ennesima, di un talento che, ancora, deve mostrarci pienamente cosa è in grado di offrire.

Nota doverosa per una colonna sonora elettrizzante, vera protagonista, insieme a Baby e ai suoi auricolari, dell’intera pellicola, e che mette insieme Jon Spencer Blues Explosion, Beck, Queen, Beach Boys, Simon & Garfunkel, Blur, Barry White, T.Rex e Commodores. Segnaliamo purtroppo anche alcuni problemi nella traduzione italiana di certe battute, soprattutto quelle vertenti sul nome del personaggio di Ansel Elgort (ma questa non è una novità nell’opera di Wright, basti pensare alle analoghe difficoltà a cui andò incontro “Hot Fuzz”). 

07/08/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Baby Driver
Distribuzione
Warner Bros.
Durata
112'
Produzione
Big Talk Productions, Double Negative, Media Rights Capital, TriStar Pictures, Working Title Films
Sceneggiatura
Edgar Wright
Fotografia
Bill Pope
Scenografie
Marcus Rowland
Montaggio
Jonathan Amos, Paul Machliss
Musiche
Steven Price
Costumi
Courtney Hoffman

Trama

Il premio Oscar® Jamie Foxx torna protagonista di un’esilarante commedia che mescola crimine ed inseguimenti in auto, condita da una musica elettrizzante. Un giovane pilota si presta a fughe criminali, affidandosi nella guida al ritmo incalzante della sua musica preferita, per essere il migliore nel campo. Costretto a lavorare per un boss, metterà a rischio la vita, la libertà ed il suo amore a causa di una rapina destinata al fallimento.
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