Diamanti grezzi

Diamanti grezzi


Ben Safdie, Joshua Safdie

Drammatico | Usa
(2019)

diamanti grezzi

Nelle interviste Josh Safdie ha più volte ricordato la folgorazione scaturita dalla visione, ai tempi dell’università, de “Il posto” di Ermanno Olmi, tale da invitare alla lezione successiva anche il fratello Benny (che stava studiando astrofisica): a quel punto il loro destino era già segnato sotto la stella della Settima arte, prima come studenti e presto come autarchici filmmaker di guerrilla movie. I fratelli Safdie sono nati e cresciuti a New York e s’inseriscono nell’ormai gloriosa tradizione di cineasti cinefili e indipendenti indissolubilmente legati alla Grande Mela. Nel 2008 esordiscono con “The Pleasure of Being Robbed” e nel 2010 firmano un’opera autobiografica, “Daddy Longlegs”, ispirata alla loro complicata relazione con il padre. Qui conoscono Ronald Bronstein, che recita il ruolo del protagonista, per poi diventare un loro stretto collaboratore sia in fase di scrittura, sia in cabina di montaggio. In un’intervista dell’epoca al New York Times, i due giovani registi parlavano del loro prossimo titolo, “Uncut Gems”, che avrebbe preso spunto dai racconti del genitore mentre questi lavorava nel Diamond District di Manhattan. Invece, “Uncut Gems” impiega quasi un decennio a vedere la luce e i due riescono nell’impresa solo dopo il discreto successo di “Good Time” (2017).

“Diamanti grezzi” inizia in realtà in Etiopia, quando due minatori estraggono delle pietre preziose e, guardandovi dentro, sembrano penetrare i segreti dell’universo risalendo lungo il colon del nostro protagonista, Howard Ratner, un gioielliere del quartiere dei diamanti che, dopo la visita medica, ritorna subito al suo negozio, trovandovi due bruschi esattori inviati da Arno, un uomo con cui ha un debito di centomila dollari. La gioielleria di Howard è sin dalle prime battute un luogo soffocato dalla presenza di persone, claustrofobia che la regia nervosa amplifica ulteriormente, non lasciando spazio vitale alla figura del protagonista che appare in perenne stato d’assedio. Adam Sandler modula voce, gesti e anche la propria fisicità per interpretare magnificamente questo personaggio, la cui vitalità esorbitante e litigiosa lo costringe a rinegoziare continuamente i parametri entro cui sopravvivere: parametri di natura squisitamente economica, poiché ogni cosa nella vita di Howard è commercio.

Il nostro raggira, vende, impegna, s’indebita, scommette cifre esagerate sulle partite di Nba dopo che Kevin Garnett prende in prestito proprio quell’opale nero che si vedeva nell’incipit, convincendosi sia un amuleto che gli permetterà di esprimere il proprio talento ai massimi livelli. Howard vive al di sopra delle sue reali possibilità, come in un’allucinazione che attraversa impermeabile alle peripezie che gli capitano: se ad esempio gli esattori gli tolgono Rolex, anelli, catene d’oro, nella scena successiva egli li sfoggia nuovamente; se lo spogliano nel tentativo di umiliarlo, egli si riveste. Il personaggio di Sandler prende quindi le mosse dallo schlemiel, figura chiave dell’immaginario ebraico, per dilatarsi in un (anti)eroe larger than life.

I fratelli Safdie propendono per uno stile immersivo à bout de souffle, assimilabile all’esecuzione di “Good Time”: la differenza di timing è però sostanziale all’impegno profuso dai due cineasti, poiché la contrazione in 24 ore del film precedente si estende a circa una settimana, riuscendo nel prodigio di mantenere lo stesso feroce nervosismo, la medesima tensione mozzafiato lungo le due ore e un quarto in cui si sviluppa la narrazione.

Lo stato d’assedio a Howard è posto innanzitutto dai due cineasti che lo pedinano, gli costruiscono intorno un fitto reticolo di corpi, volti e voci che si avvicendano e si sovrappongono di continuo: le inquadrature sono sempre sporcate dalla presenza di elementi eccentrici, presenze secondarie (o loro porzioni) che circondano il protagonista, la fotografia granulosa forgiata dall’esperto Darius Khondji e l’illuminazione bagnata delle scene notturne immergono la pellicola in un’atmosfera vischiosa, che chiama in causa l’iperrealismo iperbolico dei grandi maestri della New Hollywood.

La regia dei Safdie alterna brevi tracking shot alla macchina a spalla, il montaggio interviene segmentando il movimento dei personaggi in scatti nervosi e, insieme alle pulsazioni elettroniche della colonna sonora di Daniel Lopatin, produce un ritmo perennemente extrasistolico.

Il vociare è perpetuo e onnipresente: quando non contratta con qualcuno faccia a faccia, il protagonista si barcamena in querule chiamate telefoniche, e l’impasto sonoro creato dall’overlapping dei dialoghi, dal diluvio sonoro della musica e dai rumori di sottofondo è una presenza senza soluzione di continuità che forgia quell’illusione di una realtà esaustiva ricercata da Robert Altman – al cui “California Split” può rimandare il tema del gioco d’azzardo. Sugli scommettitori patologici il cinema indipendente newyorkese ha una discreta tradizione, a partire da “The Gambler” di Karel Reisz, dove un professore universitario gioca di continuo assommando un debito dopo l’altro, fino a “Il cattivo tenente” di Abel Ferrara delle cui mean streets affollate e grevi i fratelli Safdie conservano sicuramente una buona memoria.

Se l’Axel di “The Gambler” analizza obiettivamente l’eccitazione iniettata dall’azzardo di scommettere avendo un’alta probabilità di perdere e il tenente di Ferrara precipita in una spirale autodistruttiva, è interessante pensare Howard in relazione a Cosmo Vitelli, antieroe protagonista de “L’assassinio di un allibratore cinese” di John Cassavetes. Cosmo si muove di sala in sala, Howard è trasportato da un luogo a un altro da un raccordo di montaggio: in entrambi i casi la fotografia (modernissima quella dell’opera di Cassavetes, cruda, piena di lens flare e di accesi viraggi) dipinge una realtà in cui i protagonisti divagano in un’erranza che permette loro di tessere incautamente la trama del proprio destino. Lungo un percorso a tappe costituito dalle scommesse compulsive, dai debiti contratti, dalle interazioni con gli allibratori, coi creditori, con gli amici e i nemici sia Cosmo che Howard realizzano il sogno della loro vita divenendo virtuali alter ego dei registi, poiché le loro azioni allestiscono la realtà.

Per approfondire: speciale Traiettorie sul film.

17/02/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Uncut Gems
Distribuzione
Netflix
Durata
135'
Produzione
Elara Pictures; IAC Films; Sikelia Productions
Sceneggiatura
Ben Safdie, Joshua Safdie, Ronald Bronstein
Fotografia
Darius Khondji
Montaggio
Ben Safdie, Ronald Bronstein
Musiche
Daniel Lopatin

Trama

Nel 2012, dopo aver corrotto con 100mila dollari due minatori falascia sottopagati, il gioielliere ebreo newyorkese Howard Ratner mette le mani su un opale nero allo stato grezzo contrabbandato dall'Etiopia. Avendo stimato il suo valore attorno a un milione di dollari, ha intenzione di metterlo all'asta per saldare il debito di 100mila dollari che ha col cognato Arno. Howard infatti è uno scommettitore incallito, la cui continua ricerca di puntate sempre più rischiose condiziona una vita già di per sé complicata; in procinto di divorziare dalla moglie con cui ha tre figli, ha una relazione segreta con la sua dipendente Julia, che sfrutta la cosa per non presentarsi quasi mai al lavoro, avendo passato la notte a fare festa; inoltre, uno spazientito Arno gli ha messo alle calcagna Phil e Nico, due personaggi legati al mondo della malavita.
Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia