Dio è donna e si chiama Petrunya

Dio è donna e si chiama Petrunya


Teona Strugar Mitevska

Commedia | Belgio, Cr, Francia, Repubblica di Macedonia del Nord
(2019)

Anche se in certi casi è difficile parlare in termini assoluti, si può affermare che la fortuna (anche critica) di certi film sia talvolta determinata dall’argomento trattato ancor più che dai pregi artistici. La commedia satirica “Dio è donna e si chiama Petrunya”, che a Berlino è stato segnalato dalla giuria ecumenica e di recente ha ricevuto dal parlamento europeo il Premio LUX (due riconoscimenti che segnalano i valori morali e sociali per i quali l’opera si distingue), ne è un buon esempio. Satira ambientata in Macedonia del Nord che parte da uno spunto che potrebbe essere ritenuto adatto per molte realtà dell’Europa orientale (e non solo), il film è al tempo stesso una critica verso le società più bigotte, spesso incubatrici di pessimi umori, ma anche un inno all’emancipazione femminile, e in questo quindi molto accostabile alle battaglie che hanno caratterizzato il dibattito sociale a livello internazionale di recente. 

Teona Strugar Mitevska, regista al suo quarto film (con “I’m from Titov Veles” nel 2008 rappresentò il suo paese nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero), realizza un’opera molto in linea, per atmosfere e disegno dei personaggi, con molto cinema dell’est europeo. Dimenticate il surrealismo scoppiettante di molti autori balcanici, perché qui l’atmosfera è piuttosto cupa e serve a caratterizzare al meglio un quadro di ambiente piuttosto gramo, nel quale l’eroina eponima e la sua singolare battaglia rappresentano, a modo loro, se non proprio una ventata di freschezza un’inattesa voce fuori dal coro. Petrunya sembra una sorta di cugina alla lontana di certe eroine anticonformiste del cinema di qualche tempo fa (la Sweetie dell’opera prima di Jane Campion o la Muriel/Mariel del film di P.J Hogan sono solo due esempi che possono venire alla mente). La regista (che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Elma Tataragic) però non la descrive come disadattata quasi inconsapevole. Petrunya infatti è una  trentenne colta che ha studiato all’università, ma nel luogo in cui vive (una piccola cittadina di provincia) il suo titolo di studio non le assicura un posto di lavoro (in altre circostanze probabilmente non sarebbe difficile immaginarla fra i cosiddetti cervelli in fuga che cercano fortuna all’estero). Non va meglio in ambito familiare, visto che la donna vive ancora coi genitori e ha un rapporto piuttosto conflittuale con la madre ipercritica (quasi fino alla crudeltà) e anaffettiva, quindi non c’è da stupirsi se si presenta come una persona triste, scontrosa e anche un po’ bacchettona.

Dopo un colloquio di lavoro (non è difficile immaginare che sia l’ennesimo) in una sartoria non andato a buon fine (oltre a delle avances deve pure subire commenti sgradevoli sul suo aspetto e la sua età), tornando a casa sconsolata, Petrunya si imbatte in una cerimonia religiosa. Un gruppo di uomini gareggiano per prendere una croce di legno benedetta lanciata nel fiume dal patriarca della zona. La protagonista, un po’ per rivalsa, un po’ per istinto, forse anche per sfogarsi, si unisce alla “competizione” tuffandosi in acqua vestita di tutto punto (una sua amica le aveva prestato un abito a fiori per il colloquio) e neanche a farlo apposta, riesce ad afferrare l’ambita croce. C’è però un problema: le donne non prendono parte a queste cerimonie, quindi, che una ragazza si sia affermata su una compagnia maschile può scatenare reazioni a dir poco vivaci, oltre che inattese.

Se inizialmente le autorità ci tengono a riconoscere la vittoria di Petrunya (anche perché una giornalista televisiva d’assalto ha fatto riprendere tutto dal suo cameraman), vista la reazione smodata da parte dei maschi gareggianti, sia la polizia sia il patriarca tentano di convincere la ragazza a restituire la croce. Petrunya, che non ha nessuna intenzione di rinunciare all’ambito trofeo (un portafortuna per chi lo conquista), si becca improperi e critiche pur non avendo fatto assolutamente niente di cui debba sentirsi in colpa e viene portata in centrale. Nonostante la presenza di un poliziotto giovane e gentile, per la protagonista (alla quale l’esordiente Zorica Nusheva regala la giusta dose di energia) si preparano ore molto tese, ma lei si rivelerà un osso molto duro, anche quando i fanatici che si sono visti soffiare il primato irromperanno nel locale per un confronto alquanto impari.

Come si diceva è facile solidarizzare con un personaggio come Petrunya, una donna (quasi) sola contro tutti, apparentemente sconfitta ma in grado di farsi valere. Purtroppo il film (fotografato dalla belga Virginie Saint-Martine) che racconta le sue gesta è abbastanza convenzionale, pur descrivendo con una certa efficacia la realtà desolante che ti lascia addosso una certa amarezza che neanche la forza della protagonista riesce a riscattare del tutto, nonostante una conclusione all’insegna della positività (c’è pure la possibilità di una riconciliazione familiare). Resta però la sensazione che l’analisi sociologica di questa cittadina emblematica, nella quale i valori religiosi e le tradizioni hanno la priorità anche di fronte a questioni importanti come la disoccupazione giovanile (cosa che alcuni personaggi non mancano di sottolineare), avrebbe potuto essere ancora più approfondita. 

16/12/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Gospod postoi, imeto i' e Petrunija
Distribuzione
Teodora Film
Durata
100'
Produzione
Deuxième Ligne Films
Sceneggiatura
Teona Strugar Mitevska, Elma Tataragic
Fotografia
Virginie Saint-Martin
Scenografie
Vuk Mitevski
Montaggio
Marie-Hélène Dozo
Musiche
Olivier Samouillan
Costumi
Monika Lorber

Trama

Una donna macedone decide di partecipare a una cerimonia religiosa tradizionalmente riservata solo agli uomini. La sua affermazione scatenerà reazioni molto forti.
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