Faust

Faust


Aleksandr Sokurov

Drammatico, Fantastico | Russia
(2011)

«Oh, cara! Credi, quel che è detto intelligenza

spesso è piuttosto vanità, limitatezza.»

(J.W.Goethe, Faust)

Liberamente ispirata al “Faust” di Goethe, scritta e diretta dal regista russo Aleksandr Nikolaevic Sokurov con l’intenzione di portare a completa fioritura ciò che tra le pagine dello scrittore tedesco germogliava, l’omonima pellicola presentata alla 68.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia conduce a compimento la tetralogia dedicata al potere che aveva già visto Hitler (“Moloch”), Lenin (“Toro”) e Hirohito (“Il Sole“) come protagonisti dei tre precedenti film. Dopo tre figure storiche, tutte incarnazioni malate di un’idea di potere che in diverse declinazioni collassa su se stessa, ora il regista ci presenta un personaggio mitico-letterario che in modo archetipico ricollezioni i tratti essenziali degli altri e ne rappresenti l’ideale cifra umana e simbolica al contempo.
 
La materia non è semplice e il compito pretenzioso. Il confronto con una storia tanto conosciuta può essere opera del folle o del megalomane. Chiedo perdono: del folle, del megalomane o del genio. Probabilmente Sokurov è tutte e tre le cose al contempo (già il piano-sequenza lungo un ora e mezza chiamato “Arca Russa” avrebbe potuto farcelo sospettare) nella incredibile dedizione al cinema che porta sempre alle sue estreme conseguenze.
 
“Faust” è prima di tutto una storia umana (troppo umana), di un uomo e di un’intera umanità che il regista seppellisce sotto una fotografia verde d’un verde putrido, fangoso, marcescente e condanna subito ad essere cadaveri, carni in decomposizione delle quali è quasi avvertibile l’odore. Gli uomini già morti nel loro destino di morte si interrogano sul “poi”, l’aldilà, sull’anima e Dio, sul principio di ogni cosa che alla fine dei conti è la stessa cosa. Cosa è il verbo che tutto principia? Parola? Senso? Azione? In un violento flusso verbale che travolge e annichilisce lo spettatore “Faust” non concede nulla, ma pretende molto: innanzitutto, l’essere seguito in ragionamenti filosofici attorno alle cose prime ed ultime in un intreccio di dialoghi serrati, un ginepraio inestricabile di argomenti che scavano il dato sensibile, il quotidiano mondo delle cose a portata di mano per ricercarne una radice profondamente conficcata nel terreno o saldamente avvinta in un qualche iperuranio. È difficile restare a galla se immersi in questa marea. Tra le continue ondate di corpi e voci, nell’andirivieni di corpi che -danzanti o quasi- si attorcigliano l’un l’altro sinfonici, simmotili e com-moventi. È il tripudio ed il requiem di un’umanità e di un uomo immersi nello sporco, nel maleodorante, nello sfacelo, nel degradato, nel deforme. Sokurov mostra ogni declinazione del brutto con una inarrivabile raffinatezza che immediatamente genera lo scandalo tra l’oggetto mostrato e il gesto del mostrare.
 
D’altro canto un’impareggiabile altalena fende l’intera pellicola: un’opera terrena e ultramondana al contempo. L’alto ed il basso, l’esterno e l’interno, ecco in quale equilibrio si muove il film, come nella sequenza iniziale dove la macchina da presa partendo da una ripresa a volo d’aquila taglia le nubi (tra le quali troviamo l’allegorica raffigurazione di uno specchio legato ad una catena) e precipita sul tavolo del dottor Faust che sta dissezionando un cadavere. Così, in uno speculare movimento, mentre Faust affonda le sue mani nelle viscere umane con la sua mente cerca di scrutare oltre la volta celeste. Tracotanza, hybris che lo rende piccolo ed insulso nel suo voler dominare lo scibile e l’inconoscibile e in questo stretto ad un’umanità torbida anch’essa, avida, iraconda, ma alla quale si avvinghia in una continua danza dei corpi, tutti insulsi e piccoli, ammassati come le anime dannate della penna di Dante o del pennello di Bosch stavolta però rinchiuse in quella prigione che è uno schermo ridotto a 4/3. La composizione delle immagini è ricercata e incornicia il continuo conflitto che Faust intraprende con il mondo circostante che cerca di dominare attraverso l’intelletto che dialetticamente ed ellitticamente si confronta con sé e gli altri, con l’emozione e l’azione in una brama di sopraffazione che non trova pari, ma che è destinata a soccombere collassando su se stessa ed infine rivelarsi un ennesimo vanitas vanitatum.
 
Faust è dottore di medicina, filosofia, diritto, nulla dello scibile gli è estraneo, domina la terra con la conoscenza e trova solo in un Mefistofele, dalle semi-umane sembianze, l’unico valido interlocutore che dialetticamente lo porta ad accrescere il suo sapere, l’unico valido interlocutore con cui condividere la propria crescente ossessione per Margarete. Ogni possibile felicità svanisce affogata dal dubbio intellettuale, dalla brama amorosa e sessuale, dalla necessità monetaria. Infelice, insoddisfatto, sempre bisognoso di qualcosa che per sua natura non potrà mai raggiungere, Faust ed il suo diabolico compagno (l’uno romanticamente intellettuale, strettamente retorico l’altro) si muovono in un mondo deforme e deformato dallo sguardo del regista, virato nei colori, nelle luci e nelle forme che si accordano agli stati emotivi del protagonista, il delirio d’onnipotenza faustiano si impossessa anche dello sguardo del regista. Inizia un volo che conclude l’odissea faustina nell’inferno terreste, inizia un volo che precipita fino all’ultima follia di un Faust che crede di poter annullare il contratto sanguignamente siglato col demonio, lapidandolo e tumulandolo in un avello di pietre, e così si incammina nel suo delirio d’onnipotenza verso un oltre che è un puro oltrepassare.
 
La pellicola si decompone, come il mondo tutto, ponendo termine a questo film profondo ed inventivo ad ogni livello e nel rileggere/riscrivere l’opera di Goethe pretenzioso e sfacciato. Pittorico nel ricostruire ambientazioni e nell’architettura delle immagini, teatrale nelle movenze attoriali. In ogni momento sublime e viscerale. Ci sono opere d’arte belle d’una tale disarmante bellezza da sembrare il frutto d’un patto siglato con il demonio, il “Faust” di Sokurov è una di queste.

10/09/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Faust
Distribuzione
Archibald Film
Durata
134'
Produzione
Andrey Sigle
Sceneggiatura
Aleksandr Sokurov
Fotografia
Bruno Delbonnel
Montaggio
Jörg Hauschild
Musiche
Alexander Zlamal

Trama

La libera interpretazione del mito di Faust che vendette l'anima al diavolo per la regia del maestro russo Aleksandr Sokurov
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