L’ultimo yakuza

L’ultimo yakuza


Takashi Miike

Commedia, Drammatico, Noir, Yakuza Eiga | Giappone, Regno Unito
(2019)

l’ultimo yakuza

Nell’edizione 72 del Festival di Cannes era stato presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateur uno degli ultimi lavori di Takashi Miike, “L’ultimo yakuza” (“Hatsukoi” in giapponese, “First Love” nel più corretto titolo internazionale), distribuito in Italia dalla Eagle Pictures sulle principali piattafome di streaming nel marzo 2021.

Durata contenuta (108′), solido compartimento produttivo in cui spicca il nome del veterano Jeremy Thomas, le consuete maestranze tecniche e artistiche tirate a lucido, “L’ultimo yakuza” non esula dal percorso mainstream intrapreso dal cinema di Miike nell’ultimo decennio. Eppure, resta affascinante scoprire quali idee il regista nipponico tiri fuori per far deragliare il plot oppure per spiazzare i propri personaggi calati nel suo universo filmico. La prima immagine con una testa decapitata che rotola sulla strada ricorda varie intuizioni weird del passato, come in “Fudoh: The New Generation” (1996) o “Deadly Outlaw: Rekka” (2002). È quasi la firma in epigrafe a sancire che questo è comunque un film di Takashi Miike e, pertanto, bisogna essere pronti a (vedere di) tutto. 

Il racconto è scandito in due parti, secondo un procedimento di scarto e progressione caro al regista di “13 assassini” e de “Il canone del male“. Nella prima conosciamo i protagonisti e le pedine vengono disposte in campo: Leo Katsuragi, una giovane promessa della boxe, scopre dopo una sconfitta sul ring di avere un tumore terminale al cervello; Monica è una giovane tossicodipendente venduta dal padre a una gang perché si prostituisca così da ripianare i debiti; Kase, un giovane affiliato della yakuza, decide di tradire il proprio clan mettendosi d’accordo con un poliziotto corrotto. Nella seconda parte, mentre l’elaborato piano di Kase inizia a confrontarsi con più di un inconveniente, Monica si scontra per strada con Leo, il quale si sente in dovere di aiutarla e viene trascinato in una corsa notturna finendo per essere immischiato in una vera e propria faida.

L’inventario del cinema di Miike viene calato in un quadro romantico apparentabile al bellissimo e sottostimato “For Love’s Sake” (Ai to Makoto, 2012). I due protagonisti sono entrambi degli outcast soli e privi di radici, che inconsciamente tentano di salvarsi a vicenda: Leo, sentendo di non aver più nulla da perdere, decide di lottare per una buona causa, proteggendo la ragazza sia da nemici visibili che invisibili (uno degli elementi più disturbanti è l’allucinazione del padre in mutande che la insegue). La traiettoria narrativa dei due protagonisti si interseca alla classica trama dello lotta tra gangster, più volte trattata con l’usuale piglio iconoclasta dall’autore, come se le folli peripezie vissute equivalessero alle prove necessarie per il raggiungimento della maturità in un coming of age che ha i tempi compressi del noir metropolitano. Ed è forse inevitabile che siano i personaggi secondari, appartenenti al sottobosco criminale di Tokyo, a fare da catalizzatore nel momento in cui la faida divampa, una lotta che vede contrapporsi un clan yakuza a uno cinese. Miike dà fondo a quell’umorismo in cui il macabro e il perverso si confondono col demenziale, attraverso gli irresistibili personaggi di Kase, che vede sfaldare il proprio machievellico piano trasformandosi in un criminale isterico e fuori di testa, e di Julie che, armata di qualsiasi corpo contundente, è una iconica e inarrestabile macchina da guerra decisa a vendicare il proprio fidanzato. Ma è probabilmente sul versante cinefilo che regala più soddisfazioni: il maestro di Osaka infatti omaggia sia l’immaginario degli yakuza eiga, sia quello dei wuxiapian  nel momento in cui i leader delle due gang si fronteggiano: da una parte il giapponese Gondo e dall’altra il cinese Wang Do. Se Gondo rimanda al mitico Ken Takakura (per altro citato nel corso del film), è difficile non vedere in Wang, che spara e duella con un braccio solo (l’altro gli è stato amputato durante una guerra precedente), un ammiccamento all’eroico “One-armed Swordsman” di molte pellicole dello Shaw Brothers Studio.

La sequenza dell’inseguimento automobilistico che sballotta la macchina da presa segna – insieme all’esplosione in primo piano delle composizioni di Koji Endo – il punto di partenza per uno spericolato showdown finale durante il quale Miike si sente finalmente libero di sbizzarrirsi in scene di violenza e spruzzi gore. I personaggi vengono disposti all’interno di un grande magazzino di ferramenta e la regia, giocando con lo spazio scenico e il montaggio, li fa incrociare tra le corsie scatenando conflitti a fuoco o assalti all’arma bianca. I continui rivolgimenti di segno nelle sorti dei personaggi rende “First Love” apparentabile all’ormai estinto filone pulp ma, come spesso accade nelle sue opere, i suoi protagonisti hanno un alone cinematografico denso anche quando la caratterizzazione rasenta l’inconsistenza. E alla fine di questa cavalcata divertente e iper-cinematografica, Miike si concede un’ultima inquadratura in campo lunghissimo che conferma l’etica e il romanticismo del proprio sguardo. 

22/03/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Hatsukoi
Distribuzione
Eagle Pictures
Durata
108'
Produzione
OLM, Recorded Picture Company
Sceneggiatura
Masaru Nakamura
Fotografia
Nobuyashu Kita
Scenografie
Takeshi Shimizu
Montaggio
Akira Kamiya
Musiche
Koji Endo

Trama

Tokyo, all’apparenza una notte qualunque. Leo è un pugile pieno di sé che, finito k.o. nell’incontro appena disputato, vede una fanciulla nei guai inseguita da un tipo poco raccomandabile. Il giovane stende il malvivente con un solo pugno ma non sa che la ragazza, Monica, è una giovane squillo immischiata in un giro di droga. Né tantomeno che i loro destini si intrecceranno con quelli di poliziotti corrotti, della Yakuza e della Triade cinese. Boxe, inseguimenti, sparatorie e colpi di spada: una notte così sarà difficile da dimenticare.
Woman Unknown
Woman Unknown

VENEZIA 83 - May el-Toukhy, unica regista donna in concorso, racconta con estremo rigore nordico il dopoguerra danese e gli effetti del trauma storico sui corpi delle donne. Non rimane nessuna speranza

Primetime
Primetime

VENEZIA 83 - Esordio di finzione dell'apprezzato documentarista Lance Oppenheim, "Primetime" si distingue per la sarabanda di tecniche e trovate stilistiche, le quali si rivelano alla lunga però l'unico elemento convincente di un'opera confusa e impulsiva quanto il suo protagonista

Wild Horse Nine
Wild Horse Nine

VENEZIA 83 - McDonagh torna alla Mostra dopo il successo de "Gli spiriti dell'Isola", e sembra ancora una volta trovare la formula perfetta per la sua messa in scena tragicomica, tra il golpe cileno del 1973 e i Moai dell'Isola di Pasqua, il tutto condito da un duetto tra John Malkovic e Sam Rockwell a tratti irresistibile

Succederà questa notte
Succederà questa notte

VENEZIA 83 - Nonostante qualche tocco di colore resta un film stanco, che coinvolge solo quando si ritorna agli stilemi che hanno reso Moretti famoso. Per il resto si sguazza nei cliché di un dramma borghese

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine

"The Dog Stars" è un'opera emblematica per inquadrare la figura di Scott come regista, sempre a cavallo tra autorialità e mestiere. Un'opera imperfetta e piena di lacune ma quanto mai vitalistica e piena di speranza

Too Much Sugar
Too Much Sugar

VENEZIA 83 - Presentato nella sezione Orizzonti "Too Much Sugar" offre una visione senza sconti sull'America marginale, ma soprattutto un documentario che diventa terapia per i soggetti, che si fanno autori. E il film è pieno di energia come loro

Mr. Nelson, Did You Kill People?
Mr. Nelson, Did You Kill People?

VENEZIA 83 - Ritorna al Lido, stavolta in concorso, l'habitué Tsukamoto Shinya con un altro (post-)war movie, nonché sua prima produzione internazionale, "Mr. Nelson, Did You Kill People?". Il risultato è sempre di grande efficacia, ma la forza espressiva pare ingabbiata fra le spire del Vietnam movie

Bucking Fastard
Bucking Fastard

VENEZIA 83 - Dopo quasi sette anni, il maestro tedesco torna alla fiction, con una pellicola in bilico tra parossismo e realismo, tra grottesco e mito, sulle tracce della storia delle sorelle Champlin e della loro capacità di rispondere sempre all'unisono