Gimme Danger

Gimme Danger


Jim Jarmusch

Documentario | Usa
(2016)

Dal placido Paterson al turbolento Osterberg. Jim Jarmusch è tornato nelle sale – solo per due giorni, ahimè, il 21 e 22 febbraio – con “Gimme Danger”, il documentario sugli Stooges (“la più grande rock band di ogni tempo”) che aveva già sedotto la platea di Cannes. Non è una novità, del resto, la passione del cineasta di Akron per la musica. Dalle tessiture western elettrificate di Neil Young in “Dead Man” alle spettrali vertigini psych-goth di Jozef Van Wissem/ Sqürl in “Only Lovers Left Alive“, le colonne sonore hanno sempre avuto un ruolo centrale nella sua produzione. È una novità, invece, vederlo nei panni del fan, ossequioso e divertito, dietro la macchina da presa per un atto d’amore verso i propri idoli, come accade in questo documentario, che inizia proprio così, con il regista ai piedi (nudi) di sua maestà l’Iguana, all’anagrafe James Osterberg. Addirittura seduto su un trono dorato, con teschi al suo fianco, oppure più naturalmente in ciabatte, in una specie di retrobottega. Si tratta di un collage di materiali per lo più inediti “che voleva essere emozionante, divertente, pop e caotico”. Anche se la ricerca non è stata rapida, perché “non sono uno che conserva le cose – aveva spiegato il cantante – e quindi sono dovuto andare a cercarle presso amici e conoscenti, inclusi i nostri spacciatori”.

Non è la prima volta neanche per Iggy Pop in un lavoro di Jarmusch: apparve proprio in “Dead Man” al fianco di Johnny Depp (1995) e intrattenne dieci minuti di dialogo surreale con Tom Waits in “Coffee and Cigarettes” (2003). Forse anche per questo, si respira intimità, confidenza, nelle straordinarie interviste, che coinvolgono, oltre al buon Osterberg, il suo fidato batterista Scott Asheton (scomparso, purtroppo, nel 2014, cinque anni dopo il fratello Ron), la sorella Kathy Asheton, il chitarrista James Williamson, il manager Danny Fields. Attraverso i loro ricordi, Jarmusch costruisce un favoloso affresco sull’avventura della rock-band di Ann Arbor (Michigan), che prese il nome da un celebre trio comico del cinema (The Three Stooges) e vomitò sesso, follia e rock’n’roll tra il 1967 e il 1973, segnando la strada a moltitudini di gruppi successivi, dai Ramones ai Sonic Youth.

Apprendiamo così che l’infanzia di Iggy è stata segnata dagli insegnamenti di star televisive come il cowboy Buffalo Bob o l’inquietante clown Clarabell del programma Howdy Doody, colui che chiedeva ai bambini di inviargli lettere di non più di 25 parole (da qui l’essenzialità della sua scrittura: “Non sono mica Bob Dylan blah blah blah”!). Scopriamo perfino il lato tenero dell’Iguana, che mostra al mondo la sua cameretta nella roulotte gialla dove viveva con i genitori (per scelta, non per povertà) e racconta di quando “stufi di trovarlo in salone a suonare la batteria, gli lasciarono la loro stanza da letto”, concludendo che “è stato bello stare così stretti e vicini, mi ha aiutato a capirli”. Poi, gli inizi sul palco, dietro alla batteria, presto abbandonata perché “stanco di vedere solo culi”, e la conoscenza con i fratelli Asheton (Ron e Scott) e Dave Alexander. I primi sconvolgenti concerti di spalla ai fratelli maggiori MC5 sotto il marchio Psychedelic Stooges e la scoperta delle sue doti animalesche di performer, oltraggioso e grottesco, nel suo voler emulare i faraoni del cinema mostrandosi a petto nudo ma con quel collare da cane eternamente addosso.

Il montaggio serrato di immagini, video amatoriali e foto storiche, inframezzato da buffe animazioni, asseconda una narrazione che non risparmia gli aneddoti più curiosi. Come quel primo (forse in assoluto, nella storia del rock) stage diving, nato per caso: “Vidi due ragazze stese a terra – racconta Pop – mi ci buttai sopra, pensando che mi avrebbero preso, invece si scansarono e mi ruppi gli incisivi”. Oppure il racconto dello storico schianto del furgone della band in autostrada (“Per colpa dell’eroina ci siamo comportati in maniera molto poco professionale”, chiosa Iggy). O quell’improbabile visione di John Wayne che stava per investirlo a un incrocio di Santa Monica. E poi il primo incontro con Nico e John Cale, che “sembravano Morticia e Gomez della famiglia Addams” e la folgorazione amorosa per la musa tedesca di Andy Warhol (“sapeva di tutto di arte, era bellissima, persi la testa per lei”). E a proposito del padre della pop-art, non manca un’esilarante imitazione di quando propose a Iggy di “scrivere una canzone con gli articoli del giornale”.

Ma non è certo sul gossip e sul divisimo che indulge Jarmusch. Da buon musicofilo, sa dare spazio alla pietanza principale: il forsennato proto-punk degli Stooges, celebrato attraverso i riff immortali delle varie “No Fun”, “1969”, “I Wanna Be Your Dog” e “Search And Destroy” (oltre alla stessa “Gimme Danger” che dà il titolo al film), ma anche attraverso i momenti più eterodossi, come quel clamoroso mantra di oltre 10 minuti di nome “We Will Fall”, nato da un’intuizione di Dave Alexander (usare un canto indiano come liturgia rock) che “cambiò per sempre la nostra musica”, come gli riconosce un commovente Scott Asheton, immortalato con un filo di voce, negli ultimi anni della sua vita.

Emerge anche tutta la filosofia nichilista della band che seppellì il flower-power degli anni 60 sotto una montagna di cocci di bottiglie. “Quei cinque anni di Summer of Love erano pianificati, mi puzzavano all’epoca e mi puzzano oggi”, teorizza convinto Iggy, che trovava “ridicoli” anche i Black Panther, ma professava un “comunismo” molto pratico: dividere tutto in quote pari tra i membri della band. E così avrebbe fatto anche in occasione della fatidica reunion degli Stooges al Coachella Festival nel 2003, ottenendo un ingaggio triplicato rispetto alla proposta iniziale.

Dello storico sodalizio con David Bowie, inaugurato dalla co-produzione di “Raw Power” (il terzo album degli Stooges), emerge l’ammirazione per l’uomo e il musicista, ma forse anche un pizzico di diffidenza per il suo entourage, che Iggy, da grezzo rock’n’roll animal, vedeva troppo vicino al music business. Così quando il manager del Duca Bianco, Tony Defries, gli propose di fare un musical a Broadway su Peter Pan, gli replicò che sarebbe stato più adatto alla parte di Charles Manson… Del resto, James Osterberg è sempre stato così, prendere o lasciare: “Non voglio essere patinato, punk o alternativo, voglio solo essere!”, scandisce con il suo sguardo penetrante e la sua lunga chioma mechata. È sempre una questione di “lust for life”, che anni di droghe, psichedelia ed eccessi non hanno mai scalfito.

“Gimme Danger” è il ritratto amorevole di una grande storia, disegnato da Jarmusch con mano ferma e discreta, all’insegna del suo stile minimalista. Resterà deluso chi si attende di trovarvi trionfalismi rock hollywoodiani o sceneggiate grandguignolesche da palcoscenico (che pure, nel caso degli Stooges, non sono mancate). Apprezzeranno, invece, tutti gli altri.

23/02/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Gimme Danger
Distribuzione
Nexo Digital
Durata
110'
Produzione
Low Mind Films
Sceneggiatura
Jim Jarmusch
Fotografia
Tom Krueger
Montaggio
Affonso Gonçalves, Adam Kurnitz
Musiche
The Stooges

Trama

L'epopea di Iggy Pop & The Stooges in un documentario firmato da Jim Jarmusch, tra interviste, testimonianze, aneddoti e filmati d'epoca
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