Hanna

Hanna


Joe Wright

Thriller | Usa
(2011)

Thriller in bilico tra spionaggio e fantascienza o fiaba dal profondo livello semiotico? “Hanna” è il quarto lavoro in sei anni del britannico Joe Wright, emerso alle luci della ribalta per gli esordi letterari (e pluripremiati) di “Orgoglio e pregiudizio” ed “Espiazione”, pellicole in cui le tendenze contenutistiche, funzionali e pragmatiche proprie del testo letterario vengono associate al virtuosismo e all’estro formale del giovane regista. Nel 2009 dirige “Il solista”, in cui si manifestano le prime forme di scissione dall’adattamento romanzesco in favore di una libertà narrativa più accentuata.

Ma è soprattutto in “Hanna” che questa libertà prende il sopravvento. La violenza primitiva e primordiale dell’incipit assume da subito i connotati del genere d’azione, in particolare il modello del soldato umanoide pronto al combattimento ricorda per certi versi la trilogia di “The Bourne Identity”. Nella sequenza immediatamente successiva, con l’entrata in scena della CIA e del carattere sci-fi, la pellicola trova ulteriori punti di aggancio con altre opere di recentissima data: la scatoletta con tanto di pulsante rammenta l’unico spunto positivo del regista Richard Kelly nel suo ultimo “The Box” (secondo i concetti dominanti di libero arbitrio e destino) mentre la disposizione claustrofobica della messa in scena (soprattutto la fuga iniziale) e il tema della missione top-secret non può che rievocare l’ultimo di Duncan Jones, “Source Code”.

Cresciuta ed addestrata in totale isolamento, disposta in modo innato alla lotta fisica e alla strategia di combattimento, Hanna fa il suo approccio con la civiltà solamente in età adolescenziale. Tv, telefono ed elettricità la mandano subito in crisi ma ben presto assaporerà anche il gusto dell’amicizia e dell’amore, andrà alla ricerca in modo concreto di tutto ciò che il padre le ha enciclopedicamente descritto alla rinfusa (la musica, le balene azzurre, le stelle, la storia della povera cagnetta Laika lanciata nello spazio) rimanendo inebriata, ad esempio, alla vista e all’ascolto di un ballo in terra spagnola. Troppo facile, poi, creare un raffronto tra l’amica Sophie e la protagonista. La prima incarnazione della società contemporanea americana, la seconda incontaminata da qualsiasi (dis)valore di fondo come gli usi e i costumi della stessa società.

È nella seconda parte che il film getta a terra la maschera. Il lungo viaggio intrapreso da Hanna (dalla neve dei paesi baltici, alle terre aride di Marocco e Spagna sino alla conclusiva Germania) sembra infatti perdere progressivamente il contatto con la realtà e, per contro, assumere le fattezze del fantastico: la casa dei fratelli Grimm, lo strano tizio dotato di poteri magici, i dinosauri, il finale rivelatore ambientato nel parco giochi e l’incontro tra protagonista ed antagonista nei pressi della bocca del lupo… Da questo punto di vista tutto sembra chiaro, la fiaba moderna di “Hanna” (camuffata da più generi cinematografici come il thriller o la fantascienza) si rifà ad una struttura semio-narrativa che trova le sue radici in Propp e Lèvi-Strauss ma soprattutto nella grammatica narrativa di Greimas, in quello schema canonico articolato in quattro fasi: la “manipolazione” persuasiva attuata dal padre, la “competenza” della ragazza nei suoi poteri e nel desiderio di scoprire la verità, la “performanza” ovvero la trasformazione del programma narrativo, avvenuta nel momento stesso in cui Hanna spinge il già citato pulsante innescando un mutamento tra gli stati di cose, infine la “sanzione” che decreta la realizzazione e la gloria di Hanna e al contempo la disfatta del rivale, creando un ritorno allo stato iniziale (“Ti ho mancato il cuore”).

Pur esposta ad evidenti lacune di sceneggiatura e a diverse imperfezioni, la favola di Joe Wright collima del tutto con la teoria greimasiana, modellando una sua morale. Il regista, dal canto suo, inanella dal punto di vista tecnico più prelibatezze frutto del suo talento visivo: la cura maniacale dei dettagli (le scarpe della Blanchett), il piano-sequenza su Eric Bana, lo stile videoclip musicale (materia in cui si è già cimentato in passato) dove il montaggio sembra incastonarsi alla perfezione con i riverberi e con le dissonanze della bellissima colonna sonora composta dai Chemical Brothers. Gran parte del merito va anche alla diciassettenne Saoirse Ronan, così in palla e così aggressiva da mettere in ombra la spietatezza della Blanchett. Come dicevamo, “Hanna” è un film di distacco, che esplode in una libertà narrativa e semiologica spiazzante e che eleva Wright tra i più ambiziosi e geniali registi degli ultimi anni.

18/08/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Hanna
Distribuzione
Warner Bros. Italia
Durata
102'
Produzione
Marty Adelstein Productions
Sceneggiatura
Joe Wright, Joe Penhall, David Farr, Seth Lochhead
Fotografia
Alwin H. Kuchler
Montaggio
Paul Tothill
Musiche
Chemical Brothers

Trama

Hanna è solo un'adolescente, ma ha la forza, le energie e le capacità di un soldato. E' stata cresciuta così dal padre, un ex agente della Cia, nei luoghi più estremi della Svezia. Vivendo come nessun altra coetanea, la sua educazione e il suo addestramento sono stati una cosa sola, mirati al trasformarla in un'assassina perfetta.
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