I segreti di Wind River

I segreti di Wind River


Taylor Sheridan

Drammatico, Thriller | Canada, Regno Unito, Usa
(2017)

Ci sono opposti che si fanno evidenti durante la visione di “Wind River”. La contrapposizione centrale, oltre quella cromatica (neve-sangue), inerisce i rapporti di forza e debolezza fra individui. Cosa rende forti e cosa deboli? È forte un uomo che per rispondere a un ideale di virilità stupra una ragazza? È debole una ragazza che percorre sei miglia a piedi nudi nella neve, a meno venti gradi, per fuggire allo stupro? La detection che ha inizio al ritrovamento del cadavere di una diciottenne pellerossa ai piedi dei monti del Wyoming, ai margini di una riserva indiana, pone la questione così come pone in antitesi legge giuridica e legge morale, fortuna e sfortuna. “I lupi non uccidono i cervi sfortunati; uccidono i più deboli”, si dice verso l’epilogo, chiudendo un cerchio che si era aperto con la prima scena del film, dopo una corsa notturna disperata. Prede e predatori barcollano su un confine etico e pratico labile nell’opera seconda di Taylor Sheridan, perciò il lupo che punta la mandria di pecore è ucciso dal cacciatore Cory Lambert, e la storia si replica fino alla fine, tra conflitti a fuoco, cadaveri che sbucano dalla neve, l’identità opaca di una comunità che non avendo molte buone ragioni per vivere neanche ne ha molte per morire.

“Wind River” affronta lateralmente il complesso di colpa che gli Stati Uniti si trascinano dietro da un secolo per il genocidio e la ghettizzazione dei nativi americani, cancellati dalle mappe antropologiche, segregati in riserve dove in preda alla confusione e all’oblio i giovani, pur di qualificarsi, scimmiottano gerghi e matrici gangsta-rap, considerano la prigione un rito di passaggio e guardano sottecchi i bianchi, con alcune eccezioni arbitrarie.

In una riserva l’agente Fbi Jane Banner viene spedita da Las Vegas a occuparsi delle indagini sull’omicidio di Natalie, violentata e morta assiderata. Un’altra donna poliziotto tosta e vulnerabile sul modello Starling, alla stregua della Kate di Emily Blunt, protagonista di “Sicario“. Pur non avendo un dossier caratteriale approfondito, Elizabeth Olsen è notevole nel donare al personaggio la fragilità di qualcuno che pian piano si rende conto di essere capitato in una situazione più grande e ingestibile dello specifico poliziesco, mentre non deve forzare il ruolo Jeremy Renner, oggetto di una rifinitura più completa. Il suo stolido cowboy moderno, Cory, è precipitato nell’inferno dell’esperienza ripetuta (sua figlia sedicenne, avuta da un matrimonio con una nativa, è morta allo stesso modo di Natalie) e incarna il pessimismo sotteso di una vicenda che sposta incessante gli equilibri dal thriller all’introspezione, senza avere la pietà di conferire un senso di giustizia terrena equamente a luoghi, animali, persone.

La frontiera americana oggi, terra desolata, sede di estreme condizioni esistenziali e perciò di estreme misure alla cattività, coabita nell’inquadratura insieme alle figure umane, tormentandole con le sue vastità grandangolari, con bufere repentine, schiarite ingannatrici, fotografate dal Ben Richardson di “Re della terra selvaggia“. Cory e il desiderio di catarsi punitiva che lo rode, nella coscienza di una sostanziale iniquità, sono il bandolo di un intreccio che lascia poco alle agnizioni e allo spettacolo, e procede nel rigore anche durante le esplosioni di violenza e negli aspetti più canonici, come di questi tempi fanno Jeremy Saulnier e John Hillcoat, in un solco di comune disillusione.

L’ossessione della caccia di Cory, l’acquattarsi e il pazientare all’infinito in attesa di premere il grilletto al momento opportuno ha origine da un bisogno di vendetta personale e tuttavia prende forma in un’autodisciplina filosofica vicina all’ascetismo (o all’autismo) del commissario Matthäi di Dürrenmatt. Ne “La promessa” la casualità governava l’universo; “Wind River” non trascura moventi sociali ma anch’essi vanno ad alimentare un’atmosfera che fa il paio con quella meteorologica: di caos sospeso, incontrollabile, pronto a deflagrare proprio nella casualità.

Terzo tassello della trilogia che Sheridan, prima solo in fase di scrittura e adesso anche alla regia, ha dedicato al tema del confine, dopo il citato “Sicario” e “Hell or High Water”. Spoglio, cupo, gelido come un inverno perenne, “Wind River” non compiace lo spettatore e non perdona nessuno dei suoi personaggi. Mette in scena un’umanità soffocata dalla pressione di un mondo sul quale non ha alcuna giurisdizione, dove ogni decisione è quella sbagliata e anche dipingersi il lutto sul viso non porta pace, e allora non rimane altro che stare seduti in silenzio a guardare l’orizzonte.

28/11/2017

Cast e credits

Titolo Originale
Wind River
Distribuzione
Eagle Pictures, Leone Film Group
Durata
111'
Produzione
Insiders Mad River, The Weinstein Company, Voltage Pictures
Sceneggiatura
Taylor Sheridan
Fotografia
Ben Richardson
Scenografie
Neil Spisak
Montaggio
Gary Roach
Musiche
Nick Cave, Warren Ellis
Costumi
Keri Perkins

Trama

Fra le nevi di una riserva indiana in Wyoming viene ritrovato il cadavere di una diciottenne nativa americana, morta assiderata dopo essere fuggita a uno stupro. L'agente dell'FBI Jane Banner arriva da Las Vegas per indagare sul caso e in loco riceve l'aiuto del cacciatore Cory Lambert, vittima anni prima di un caso di cronaca simile in cui ha perso la figlia. Durante l'indagine emerge agli occhi della giovane agente federale una realtà fitta di tensioni sociali, dettata da condizioni di vita estremamente dure.
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