Il diavolo veste Prada 2

Il diavolo veste Prada 2


David Frankel

Commedia Romantica | Usa
(2025)

Avevamo davvero bisogno di un sequel del “Diavolo veste Prada”? Nell’era post-moderna, quella dei continui remake, reboot, spin-off, quella in cui nessuna storia finisce mai davvero, un film iconico come “Il diavolo veste Prada” era il candidato perfetto da disseppellire. Certo l’eredità era pesante, ça va sans dire, perché il nuovo capitolo discende da un antenato diventato culto, una commedia romantica che seguiva con diligenza ogni cliché del proprio genere trasformandosi però in un vero e proprio fenomeno di costume, sigillandosi saldamente nell’immaginario collettivo. Il merito va prima di ogni cosa ai suoi interpreti, inesauribili fonti di meme ancora oggi viralissimi, che hanno dato ai personaggi una tridimensionalità inedita per i canoni delle rom-com.

Non c’è da stupirsi allora se “Il diavolo veste Prada 2” era salutato dai più come il blockbuster più atteso della primavera, a vent’anni esatti dal film precedente. Un periodo di tempo relativamente breve in termini assoluti ma mai come in passato investito da cambiamenti radicali, traducibili su schermo non senza rischi. Perché è facile gettare in pasto allo spettatore la realtà infarcita di neologismi, in cui a dominare è la dittatura dell’algoritmo e tutto si consuma nel tempo di un reel, senza dare sostanza a quel che si racconta.
Il risultato è che il capitolo due delle avventure luccicanti di Andy Sachs (Hathaway) e Miranda Priestly (Streep), con la giostra di personaggi più o meno caratterizzati che orbita loro intorno, non è brillante e sfacciato come il precedente ma pare un cocktail diluito con molta acqua. A partire, dispiace ammetterlo, proprio da Miranda Priestly: politicamente corretta, Miranda non taccia di obesità nessuna taglia 42 e non fa planare nessun cappotto sulla scrivania delle sue assistenti. La vediamo appendere goffamente un soprabito alla gruccia e proviamo subito un forte smarrimento: dov’è il cinismo, dov’è l’impudenza, dove sono le nostre offese verbali?

Il mondo è cambiato, si diceva, dilaga la crisi dell’editoria e anche “Runway” ne risente. Miranda la dirige con zelo ma il magazine perde lettori e sopravvive grazie agli inserzionisti, di cui le tocca esaudire ogni richiesta. Una domanda silenziosa rimbalza tra le scrivanie: le riviste servono ancora a qualcosa? A salvare la situazione arriva Andy, ex stagista di Miranda con una fulgida carriera di giornalista d’inchiesta, che ha appena perso il lavoro a causa dei tagli all’editoria. A “Runway” ritrova anche Nigel (Stanley Tucci) l’adorabile braccio destro di Miranda, vero comic relief della vicenda, a cui la sceneggiatura riserva le battute più brillanti. Il mondo è cambiato, si diceva, e i nuovi assistenti di Miranda sono una giovane di origine tamil (la meravigliosa Simone Ashley) e il paffuto e sorridente Charlie (Caleb Hearon). Chiude il cerchio l’ambiziosa Emily (Emily Blunt) ex collega di Andy ora direttrice retail di Dior. La vecchia squadra torna a dominare il jet-set newyorchese, provando con ogni mezzo a riportare “Runway” ai fasti di un tempo. Ma la narrazione è pasticciata e ripetitiva e le vicende non coinvolgono mai davvero.
David Frankel apre e chiude linee narrative con approssimazione, introduce personaggi così poco sviluppati che paiono di cartapesta. Uno su tutti l’ineffabile Peter (Patrick Brammal), interesse amoroso di cui a fatica ci si ricorda il nome, con cui Andy intreccia una relazione casta e impersonale che si consuma in tre sole scene – si prendono, si lasciano e si riprendono, con un unico bacio a suggello.

Azzerata la tensione narrativa, l’occhio si concentra sul glamour: Molly Rogers fa un lavoro incredibile su costumi e accessori e si occupa di centinaia di cambi d’abito, gestendo diverse sequenze in cui gli attori sfoggiano look differenti a ogni stacco di montaggio. Sono tutti impeccabli, raffinati e scintillanti, ancora più sofisticati del primo film. E se questo è una festa per lo sguardo, lo spettatore è ancora meno coinvolto. “Il diavolo veste Prada” funzionava così bene anche perché era facile proiettarsi in Andy Sachs, la neolaureata piena di sogni che veniva fagocitata da un sistema spietato ma attraente. Nel secondo capitolo non si empatizza con nessuno, dominano il lusso e lo sfarzo, si guarda a quel che accade con discreto distacco. È l’effetto “Sex and the city” (set su cui, non a caso, David Frankel ha mosso i primi passi) prima brillante e vivace, poi sempre più eccessivo ed escludente.

Stanley Tucci, Emily Blunt e Anne Hathaway scivolano nuovamente nei loro ruoli come in un abito su misura, ma il film è troppo diluito e appannato da salvarsi con le loro interpretazioni, manca di quel graffio e quella ferocia che hanno reso il primo capitolo così originale.
Non c’era davvero bisogno di un sequel del “Diavolo veste Prada”.

30/04/2026

Cast e credits

Titolo Originale
The devil wears Prada 2
Distribuzione
20th Century Studios
Durata
119'
Produzione
Wendy Finerman productions
Sceneggiatura
Aline Brosh McKenna
Fotografia
Florian Ballhaus
Scenografie
Jess Gonchor
Montaggio
Andrew Marcus
Musiche
Theodore Shapiro
Costumi
Molly Rogers

Trama

Sono passati vent'anni da quando "Runway" era la più prestigiosa rivista di moda e Miranda Priestly la sua più autorevole direttrice, e il mondo dell'editoria cartacea è completamente cambiato. Per riparare a un danno d'immagine torna in redazione Andy Sachs, ex stagista di Miranda ora brillante giornalista d'inchiesta.
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