Il mistero scorre sul fiume

Il mistero scorre sul fiume


Wei Shujun

Drammatico, Giallo, Poliziesco | Cina
(2022)

Il thriller di maggior successo del 2023 in Cina approda anche sul grande schermo in Occidente dopo essere passato per Cannes LXXVI nella sezione Un Certain Regard: “Il mistero scorre sul fiume”, terzo lungometraggio di Shujun Wei, si configura come un noir la cui visione suscita non pochi spunti di riflessione. Innanzitutto, rispetto al soggetto, ovvero il racconto breve “Errore in riva al fiume” (1992), tratto da una raccolta del conterraneo Yu Hua, uno dei più prolifici e affermati scrittori cinesi, il regista introduce nella sua opera la riflessione metacinematografica; la figura del protagonista è inoltre molto più sfaccettata; e infine il milieu culturale e sociale della Cina rurale conferisce uno sfondo più vivido alla vicenda e dà al film una maggiore rotondità artistica.

Mentre nel racconto di Hua il commissariato di polizia è un luogo anonimo e ridotto a fondale stilizzato, nel film assume uno spessore semantico determinante. Subito dopo l’incipit, infatti, si dice che la nuova sede dell’unità investigativa sarà un cinema dismesso. In tal modo accade che mentre i personaggi principali agiscono all’interno di un ex cinema, agli spettatori viene tacitamente suggerita l’artificiosità del racconto cinematografico e l’aleatorietà del giudizio che si può esprimere su di esso. La vecchia cabina di proiezione nella quale giacciono abbandonate le pellicole è diventato infatti l’ufficio del protagonista, il capitano Ma Zhe; sovente, quando l’ispettore superiore deve parlare ai suoi sottoposti, essi prendono posto in quelle che erano state le poltroncine per il pubblico; quando la porta del commissariato si apre, perfino dall’esterno si nota il graffito parietale di una macchina da presa. All’insistenza sulla dimensione finzionale del racconto in interni si contrappone, in esterni, la grande cura scenografica e fotografica che punta invece sul realismo: la presenza di un luogo fisico (il fiume) dove si ripetono una serie di delitti, la frequenza della pioggia, della nebbia e di una ambientazione brumosa che accentua l’adesione al codice noir e thriller.

Lo spessore del protagonista Ma Zhe è ottenuto grazie alla linea narrativa secondaria che rendiconta il suo difficile rapporto con la moglie, ulteriore clichè del noir, aspetto del tutto assente nel racconto di Yu. Zhe è un personaggio meditabondo, non si accontenta delle apparenze e la sua calma e il suo scrupolo lo contrappongono all’ispettore capo, un freddo burocrate, desideroso di chiudere in fretta un caso per il buon nome del partito, non importa se a discapito della verità. Nel racconto di Yu il grande assente è il contesto storico-sociale: una piccola città dalla quale emergano emblematicamente le sacche di arretratezza proprie della Cina rurale. Al contrario, la sceneggiatura del film risulta efficace in una duplice prospettiva, perché i particolari apparentemente trascurabili permettono agli investigatori di avvicinarsi alla verità e allo spettatore di scoperchiare il velo delle piccole ipocrisie sociali tenute insieme da vergogna e segretezza.

“Il mistero scorre sul fiume”, tuttavia, non è tanto un thriller frenetico che incalza verso la soluzione, quanto un omaggio al genere, e per quanto detto ricorda “Chinatown” (1973) di Roman Polanski, “I senza nome” (1970) di Jean Pierre Melville, come anche “Memorie di un assassino” (2003) di Bong Joon-ho e “Fuochi d’artificio in pieno giorno” (2014) di Yinian Diao. Per il disvelamento del contesto socio-culturale rurale nel corso dell’indagine di polizia, il film di Shujun Wei ricorda “C’era una volta in Anatolia” (2011). Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, la fotografia di Chengma Zhiyuan, il medesimo di “Fuoco nella pianura” (2021), grazie all’utilizzo della fotocamera digitale e al materiale girato in 16 mm, assume un’estetica granulosa che amplifica la sofferenza del protagonista. Ritratto nella locandina originaria con un’iconografia che ricorda “L’urlo” di Munch, il capitano Zhe è sempre più insicuro a mano a mano che diventa preda di visioni oniriche, con la conseguente confusione tra realtà e immaginazione. Le scene con regime narrativo debole sono segnalate musicalmente dal “Chiaro di luna” di Beethoven. Uno dei pregi del film sono le inquadrature pregnanti nelle quali il singolo si contrappone al gruppo, come quando Zhe siede in disparte pensieroso, mentre i suoi colleghi giocano a ping-pong.

Nella catena di delitti che coinvolgono gli abitanti della piccola città di Banpo, l’unico testimone a sapere tutto ma che non può parlare è il fiume, un po’ come il “Mystic River” (2003) di Clint Eastwood. Il suo lento scorrere e la sua consistenza liquida sono emblema della mutevolezza delle impressioni e della labilità del giudizio umano. Inoltre, quando gli inquirenti si muovono a piedi lungo le acque fluviali per cercare indizi utili, viene rievocata l’antica tradizione sinica del richiamo della pioggia che, come detto, è l’altro elemento naturale ripetutamente presente nel film. L’intera pellicola è permeata del senso di liquidità e mutevolezza del reale. La piccola città è alle soglie di un mutamento epocale: la ruspa che demolisce i vecchi edifici nell’incipit prelude alla fine di un mondo in cui il vecchio, come ad esempio il ritrovamento di un’audiocassetta o il ricorso alle carni animali per saggiare la tipologia dell’arma del delitto, sembra sul punto di scomparire per sempre. Sotto questo aspetto, il parallelo cinematografico più immediato da fare è con “Still Life” (2006).   

22/07/2024

Cast e credits

Titolo Originale
He bian de cuo wu
Distribuzione
Wanted Cinema
Durata
101'
Produzione
Dangdang Film, Hangzhou, KXKH Film
Sceneggiatura
Wei Shujun, Yu Hua, Chunlei Kang
Fotografia
Chengma Zhiyuan
Scenografie
Chang Menglun
Montaggio
Matthieu Laclau
Costumi
Chao Su

Trama

Una catena di delitti sconvolge la vita di una sonnolenta comunità rurale della regione cinese del Jangong. Il capitano Ma Zhe, nonostante i modi spicci e frettolosi del suo superiore, è convinto che il colpevole non sia "il matto" che tutti vanno ricercando.    
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.