Il re di Staten Island

Il re di Staten Island


Judd Apatow

Biografico, Commedia | Usa
(2020)

La comicità moderna americana deve molto alla stand-up comedy, in cui il comico in piedi di fronte a un pubblico interpreta monologhi sagaci, sarcastici, pieni di freddure e non sense. Se Woody Allen ne è uno dei maestri riconosciuti, il modello ispiratore dagli anni 70 in poi è stato Lenny Bruce per le gag autobiografiche infarcite di scurrilità e violenza verbale, dove le parole rasentavano la continua presa in giro di se stesso e degli altri arrivando all’offesa.

Dal teatro alla televisione il passo è stato breve, soprattutto grazie al “Saturday Night Live” che dal 1975 in poi è stato una vera e propria fucina di talenti di cui molti sono poi passati sul grande schermo (tanto per citare i nomi dei primi programmi: John Belushi, Dan Aykroyd, Chevy Chase, Bill Murray, Eddy Murphy, Billy Cristal…).

Tra gli ultimi abbiamo il giovanissimo Pete Davidson (nato il 1993) protagonista, co-sceneggiatore e co-produttore de “Il re di Staten Island” di Judd Apatow. L’ultima pellicola del regista americano non mostra però la comicità del giovane attore (e questo è forse il suo grande limite), ma racconta la sua vita (con un taglio biografico). Il personaggio interpretata d Davidson, Scott Carlin, è orfano di un padre pompiere – nel film morto in un incendio per salvare due persone, nella realtà deceduto durante il crollo di una delle Torri Gemelle durante l’attacco terroristico a New York dell’11 settembre 2001. A parte questo dettaglio e alcuni eventi romanzati, “Il re di Staten Island” non si discosta molto dalla biografia di Davidson. Scott Carlin è un ragazzo borderline e disadattato, fumatore di marjuana, che passa il tempo con un gruppo di amici e fa sesso con la sua amica d’infanzia, vive in casa della madre infermiera e si rapporta con una sorella minore che il padre non l’ha mai conosciuto.

Appare strano che un giovane comico – pur molto conosciuto in patria per i suoi spettacoli in teatro e in televisione – e con pochissima esperienza di cinema abbia già un ruolo da protagonista in un film dedicato alla sua vita. Ma se l’elemento biografico nella sceneggiatura si deve al suo contributo, per il resto “Il re di Staten Island” è un film di Apatow che prende in prestito le vicende del ragazzo per mettere in scena una delle sue commedie. Apatow conosce molto bene questo mondo e lo stile è lo stesso di sue opere precedenti. Più che a “40 anni vergine”, dove il lato stralunato era predominante, Apatow continua nei suoi ritratti di famiglie e individui – come in “Funny People” e “Questi sono i 40” – tra il drammatico e la commedia, personaggi in cerca di una strada oppure a compiere i primi bilanci in momenti di svolta.

In “Il re di Staten Island” ciò avviene quando la sorella Claire (Maude Apatow, figlia del regista), diplomatasi, parte per il college e la madre Margie (Marisa Tomei), dopo tanto tempo, intreccia una relazione sentimentale con un uomo, il pompiere Ray Bishop (Bill Burr, altro comico), che si scoprirà poi aver conosciuto il padre. Scott vorrebbe fare il tatuatore e passa a esercitarsi disegnando tatuaggi su se stesso, agli amici, a chiunque gli si offra. Tenta persino di farlo a un bambino, il figlio di Ray, e le violente rimostranze del padre nei confronti di Margie è la causa che li farà incontrare.

Apatow si concentra sul personaggio di Pete Davidson-Scott Carlin, sul suo essere in perenne conflitto con il mondo intero, dissociato per il trauma della perdita del padre e per il lutto mai elaborato. Come tutte le commedie, se si arriva allo scontro verbale e fisico con Ray e alla cacciata di casa attraverso il rifugio nella stazione dei pompieri dove lavora Ray, vedremo un riavvicinamento tra i due e un ritorno dalla madre. Scott è un adolescente mai cresciuto che tramite i compagni del padre – tra cui spicca l’anziano pompiere interpretato da Steve Buscemi – riesce in qualche modo a smussare l’irrisolutezza e immaturità e un po’ come il personaggio di Steve Carrell in “40 anni vergine”, Scott compie un coming of age ritardato, bloccato in uno stadio emotivo infantile dal giorno della perdita della figura paterna.

L’aspetto più interessante di “Il re di Staten Island” è proprio questo continuo miscuglio tra vita reale e finzione, dove il racconto di un microcosmo familiare è un modo per il regista di mettere in scena una way of life minimale e quotidiana, in cui ci si può riconoscere in un mondo ormai globalizzato dove la rappresentazione per sineddoche di Staten Island è quella di un quartiere periferico e provinciale di una qualsiasi metropoli occidentale. “Il re di Staten Island” si rivela un film piacevole, dove sappiamo già che il protagonista avrà successo e si affermerà nella vita (reale), ma che rimane però ancorato a una visione superficiale e divertita senza mai veramente graffiare come la comicità di uno stand up comedian alla Davidson. Comicità che viene sempre citata e preannunciata, ma mai resa visibile.

25/08/2020

Cast e credits

Titolo Originale
The King of Staten Island
Distribuzione
Amazon Prime Video, Chili, Google Play, Rakuten Tv, Tim Vision, Universal
Durata
136'
Produzione
Apatow Productions, Perfect World Pictures, Universal Pictures
Sceneggiatura
Judd Apatow, Pete Davidson, Dave Sirus
Fotografia
Robert Elswit
Scenografie
Kevin Thompson
Montaggio
William Kerr, Brian Scott Olds
Musiche
Michael Andrews
Costumi
Sarah Mae Burton

Trama

Scott Carlin è un giovane disadattato che non ha mai superato la morte del padre pompiere avvenuta quando aveva sette anni. Tra fumate di marjuana con gli amici, sedute di sesso con l’amica d’infanzia e tentativi di lavorare come tatuatore, vive con la madre infermiera e la sorella più piccola. Quando la sorella va al college e la madre inizia una relazione con un pompiere, Scott si trova a un bivio della sua vita e messo alle strette dovrà fare i conti con il passato e iniziare a pensare a un futuro diverso.
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli

Serpenti
Serpenti

Con "Serpenti", presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Roberto De Paolis Maino si confronta con il grottesco e la commedia nera per raccontare una storia che affonda nelle contraddizioni della società italiana. Al centro, un uomo e un commissariato romano diventano gli elementi di un paradosso kafkiano, tra burocrazia, assurdità e violenza di genere

The Invite – Il piacere è tutto nostro
The Invite – Il piacere è tutto nostro

Olivia Wilde costruisce un divertente dramma da camera sulle contraddizioni della coppia contemporanea, affidandosi a un cast perfettamente assortito. The Invite intrattiene e incuriosisce, ma rinuncia alle implicazioni più radicali delle proprie premesse

Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero