Io e Annie

Io e Annie


Woody Allen

Commedia | Usa
(1977)

“Io non vorrei mai appartenere a un club che contasse tra i suoi membri uno come me”. Sguardo dritto nella macchina da presa, Alvy Singer si presenta così, aprendo il sipario sulla più incantevole delle commedie alleniane. Ma se la citazione di Groucho Marx è solo la prima di un’infinita serie di battute irresistibili, si può senz’altro definire “Io & Annie” il primo film non-comico di Woody Allen. L’espediente del monologo rivolto al pubblico (più un Lamento di Portnoy che il numero di un cabarettista) prelude infatti a un nuovo genere di dramma mascherato da commedia. Una nervous romance. E sarà la prima di una lunga serie, tutta rigorosamente a sfondo newyorkese.

Nel 1977 Woody Allen è già l’indiscusso re della risata intelligente (“Prendi i soldi e scappa”, “Bananas”, “Provaci ancora Sam”, “Amore e guerra” etc.). Ma l’amore per il cinema di Ingmar Bergman lo spinge più in là, nei dirupi della psiche e dei rapporti di coppia, seppur sempre sdrammatizzati da una implacabile ironia jewish. Affiancato da Marshall Brickman, parte da un giallo-rosa (si concretizzerà 16 anni dopo in “Misterioso omicidio a Manhattan”?) per approdare a una storia sentimentale e autobiografica. Cambia anche il titolo: all’inizio è “Anedonia” (in greco, “l’impossibilità di provare piacere”), poi diventa “Annie Hall”, dal diminutivo e dal vero cognome di Diane Keaton. Tutto il film, in realtà, è un’ode alla deliziosa Diane, in forma straripante con le sue gag, i suoi sorrisi, le sue improvvisazioni e il suo look da Mary Poppins (sono realmente suoi tutti gli abiti di scena). Nessun altra musa di Allen saprà mai eguagliarne fascino e verve.

Ma dietro l’omaggio alla compagna di quegli anni, si cela l’egocentrismo di Allen: è lui il vero protagonista, il paziente sul lettino dello psicoanalista (“ci vado da 15 anni… gli do un altro anno, poi vado a Lourdes!”). Un artificio “bifronte” che lo vede alternarsi dentro al film e al suo esterno, insieme protagonista e osservatore. Il legame con le pellicole precedenti sta nella struttura frammentata e nella libertà della costruzione narrativa: un flusso di situazioni che si susseguono in un continuo andirivieni tra presente e passato che pare abbia fatto disperare il povero Ralph Rosemblum in fase di montaggio (il materiale originario era di 4 ore!).

Ecco allora la “confessione” di Alvy: bambino dal precoce appetito sessuale, cresciuto in una litigiosa famiglia ebrea, con le montagne russe sopra il tetto di casa (!) e soggetto a qualche depressione “per i timori di espansione dell’universo”. Divenuto adulto, è un comico di successo, con due matrimoni falliti alle spalle e una collezione rara di ossessioni. Tuttavia ha un discreto ascendente sulle donne: riduce la saputella Allison Portchnik a “stereotipo culturale”, s’infila nel letto della mistica Pat, cronista di Rolling Stone. Poi, durante una partita di tennis, incontra Annie, ragazza svitata di famiglia wasp, con velleità da cantante. Sembra quasi il suo alter ego: impacciata e confusa, tenta di ingannare le insicurezze con buffe interiezioni (“la-di-da”), marijuana prima del sesso e folli scorribande su una vecchia Volkswagen.

La love-story sboccia in una scena da cineteca: i due balbettano una surreale conversazione sul senso dell’estetica, mentre i sottotitoli ne svelano i pensieri reali a sfondo sessuale. Alvy avvia Annie alla psicoanalisi, la incoraggia a nuove letture e la trascina a vedere i film di Bergman (esilarante la scena della fila al cinema, con il vero Marshall McLuhan che si materializza per zittire lo sproloquio di uno pseudo-intellettuale). Ma sarà proprio la psicoanalisi a emancipare Annie, spingendola a caccia di gloria in quella odiata California che l’anti-hollywoodiano Allen ha elevato a simulacro di tutti gli orrori (il cibo macrobiotico, l’architettura kitsch, i riti satanici, il jet-set, la macchina per gli applausi). Il finale riserverà nuovi incontri e un commovente amarcord.

“Io e Annie” non è solo l’archetipo (e la migliore) di tutte le commedie di Woody Allen. È l’essenza della sua arte del contrasto uomo/donna, dell’eterna incapacità di capirsi, dell’anedonia dei rapporti sentimentali. È l’incanto – rinnovato poi nella rapsodia di “Manhattan” – di una “New York dell’anima” opposta titanicamente al resto del mondo. La prospettiva è solo apparentemente individuale. Perché l’inadeguatezza di Alvy è anche il prezzo di un decennio che ha bruciato gli ideali romantici dei 60, inseguendo nuovi miti: il successo, la libertà sessuale, la vita da single, l’emancipazione femminile.

Ci sono tutti gli ingredienti indispensabili a una commedia: dialoghi scoppiettanti, humour, ritmo, leggerezza, intelligenza, malinconia. Ma il gusto si annida anche nei tanti, memorabili dettagli: le aragoste che guizzano tra le mani, il sapone nero, il copricapo spaziale contro il sole, l’auto-scontro, il santone alla toilette, il ragno enorme e le racchette Dunlop. Il tutto reso attraverso un uso geniale del mezzo cinematografico, tra apparizioni improvvise, split-screen (memorabili i paralleli tra le due sedute psicoanalitiche di Alvy e Annie e tra le rispettive famiglie), piani sequenza, flashback, inserti d’animazione e camera look. Anche la fotografia – a cura dell’ottimo Gordon Willis (“Il Padrino I e II”) – è multiforme: grigiastra per gli esterni di New York, abbagliante per la California e dorata per i ricordi dell’infanzia.

Alla debordante coppia protagonista si aggiungono la fidata “spalla” Tony Roberts e una parata di star, del presente e del futuro: Christopher Walken e Jeff Goldblum in età quasi adolescenziale, Shelley Duvall (“Shining”), Paul Simon (nei panni del bieco produttore Tony Lacy), Beverly D’Angelo (“Hair”) e una quasi-esordiente Sigourney Weaver, oltre al sopracitato McLuhan.

Paradossalmente, a rendere omaggio all’opera che ha inventato il “mal di Los Angeles” sarà proprio Hollywood, con quattro Oscar: film, regia, sceneggiatura, attrice protagonista (Diane Keaton).

La-di-da…

…Dopodiché si fece molto tardi, dovevamo scappare tutt’e due. Ma era stato grandioso rivedere Annie, no? Mi resi conto che donna fantastica era – e di quanto fosse divertente solo conoscerla… e io pensai a quella vecchia barzelletta, sapete… quella dove uno va da uno psichiatra e dice: “Dottore, mio fratello è pazzo. Crede di essere una gallina.” E il dottore gli dice: “Perché non lo interna?” E quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?” Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali e pazzi e assurdi e… ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

(Alvy/Woody Allen)

21/10/2008

Cast e credits

Titolo Originale
Annie Hall
Distribuzione
MGM
Durata
94'
Produzione
Charles H. Joffe, Jack Rollins
Sceneggiatura
Woody Allen, Marshall Brickman
Fotografia
Gordon Willis
Scenografie
Mel Bourne
Montaggio
Wendy Greene Bricmont, Ralph Rosenblum
Musiche
Isham Jones, Gus Kahn, John Jacob Loeb, Carmen Lombardo
Costumi
Ralph Lauren, Ruth Morley

Trama

Alvy Singer è un comico di successo, con due matrimoni falliti alle spalle. Durante una partita di tennis insieme all'amico Bob, conosce Annie Hall, ragazza timida e svitata, con qualche ambizione da cantante. Tra i due nasce una intensa love-story, che deve però fare i conti con differenze sociali, incomprensioni e psicoanalisi...
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