Kuso

Kuso


Steven Ellison

Fantastico | Usa
(2017)

Se agli albori il giovane David Lynch avesse girato al posto di “Eraserhead” un episodio del Monty Python’s Flying Circus, il risultato non sarebbe stato molto diverso da “Kuso”. L’opera prima di uno dei nomi più rilevanti della musica elettronica contemporanea, Steven Ellison aka Flying Lotus (spalleggiato dal David Firth di “Salad Fingers”), si può fregiare dell’abusato attributo lynchiano ma non solo, avendo radunato sotto un’ala di fisime sessuali e scatologiche tutti gli autori che negli ultimi quarant’anni hanno sviluppato o sono partiti da una poetica che Gianni Canova, descrivendo Cronenberg, indica come “dell’unto e del sudato, dell’appiccicaticcio e del vischioso, dell’umido e del carnoso”. La malattia, il virus, la degenerazione dell’organismo, i fluidi corporei, spesso utilizzati come tropi psicologici o sociali, in “Kuso” perdono i tratti di complessità allegorica e stanno a sé, esondando i bordi di ogni decenza, confluendo in un estremismo forse non gratuito ma il cui unico riferimento tematico extradiegetico parrebbe il dominio delle immagini insignificanti, formalizzato attraverso l’adozione di una rapsodia visiva nevrotica e teoricamente incoerente come uno zapping televisivo.

Storie grottesche e lisergiche si interrompono, si accavallano e proseguono senza soluzione di continuità, come un album pieno di glitch targato Warp Records, ambientate in una Los Angeles terremotata sull’orlo dell’apocalisse, introdotte da un brano free jazz e da uno spoken word (di Busdriver) i cui ritmi spezzati sono preludio perfetto al cut-up di visioni a seguire. Mentre bubboni pestilenziali dilagano sulla pelle della popolazione losangelina, una coppia si eccita strozzandosi e aspergendosi di pus finché sul collo di lei nasce una versione perversa del Kuato di “Atto di forza”; una rapper teledipendente fuma bong in compagnia di due creature pelose col viso a forma di schermo, poi resta incinta e si fuma pure il feto; un uomo ha la fobia delle tette e si fa curare dall’essere insettoide-escrementizio che abita il retto di George Clinton, nonché da una procace infermiera butterata; un bambino-vecchio coltiva un enorme fiore anale-vaginale con le proprie feci, fino allo sbocciare di una testa. Bisogna continuare?

Fra onnipresenti secrezioni, pornografia aliena, idm, comicità grezza e surreale, si intromettono inserti animati realizzati con tecniche diverse, dalla CGI alla stop-motion, e raccapezzarsi diventa impossibile nella congerie di stili, sorgenti grafiche, stimoli audiovisuali. Come in Lynch, non assistiamo mai a un incubo o a un’allucinazione ma a una realtà effettiva, nei meandri della quale “Kuso” riesuma la contaminazione di organico e inorganico, tecnologico e corporale, conscio e subconscio, maltrattando la lucidità analitica di “Videodrome“, passandola al tritatutto di “Tetsuo”, poi defecandoci e vomitandoci sopra, letteralmente. Nel delirio di immagini e corpi impazziti, superata la coltre del montaggio alogico, sul fondo si intravvede un essenza inespressa, implicita, pure abbastanza chiara, volendo. Ed è perciò esatto a metà parlare di montaggio alogico, dato che la frammentazione, casuale o meno, è assurta a prassi della (mass)medialità del nuovo millennio, assillata dal multitasking, dall’ipertestualità, dal declino della proprietà semantica dei segni, dalla mortalità rapidissima delle informazioni trasmesse – sempre che vengano decifrate. In questa prospettiva “Kuso” è un viaggio oltre le soglie dell’attenzione, non più riflessivo o immersivo bensì vacuo, velleitario. In un’epoca in cui l’anatomia cerebrale e i processi neurologici subiscono giornalmente mutazioni darwiniane per adattarsi agli smartphone, le sue sconcezze in totale discontinuità potrebbero ancora apparire oltraggiose, disgustose o inafferrabili da un profilo culturale. Invece, sul piano tecnico, l’unico seriamente meditabile, non soltanto combaciano con le dinamiche comunicative post-verbali che legittimano la globalità moderna (con tutti i paradossi e le criticità del caso); neppure sembrano così insensate. Se al cospetto di “Kuso” siamo allora relativamente fuori dagli schemi cinematografici, per cui lo stesso Ellison intervistato si vanta della presunta unicità del proprio lavoro, fuori dagli schermi cinematografici siamo appieno dentro le nostre convenzioni mediali quotidiane. E ciò rappresenta il valore (storico) e il limite (artistico) del film. Ma d’altronde l’arte è spazzatura.

26/11/2017

Cast e credits

Durata
105'
Produzione
Eddie Alcazar
Sceneggiatura
Steven Ellison, David Firth, Zack Fox
Fotografia
Norm Li, Danny Hiele, Benjamin Goodman
Scenografie
Philip Duffin, Calder Greenwood, Paul Rice
Montaggio
Luke Lynch
Musiche
Aphex Twin, Flying Lotus, Akira Yamaoka, Thundercat

Trama

Cronache da una Los Angeles apocalittica e settica: coppie amanti del sesso estremo, uomini in preda a fobie assurde, esseri mutanti erotomani, rapper sballate, madri psicotiche, in un mondo che ha assorbito nella realtà le caratteristiche dell'allucinazione e si presenta come un grande palinsesto televisivo.
Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi