L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’uomo che uccise Don Chisciotte


Terry Gilliam

Drammatico, Fantastico | Belgio, Francia, Portogallo, Regno Unito, Spagna
(2018)

Sogni e ossessioni

L’avventura di “L’uomo che uccise Don Chisciotte” ha inizio nel 1989, quando Terry Gilliam pensa a una sceneggiatura con Tony Grisoni che lo porterà a un primo fallito tentativo nel 2000, con protagonisti Jean Rochefort, nella parte di Don Chisciotte, e Johnny Depp in quella di Sancho Panza (come viene raccontato anche nella presentazione a Roma dallo stesso Terry Gilliam). Ma l’aspetto intrigante è come la storia di un’idea di film diventi un’ossessione per un regista, quasi insita nell’opera dello scrittore Miguel De Cervantes che rende pazzi d’amore per un personaggio di per sé già matto, che immagina di essere un cavaliere errante in un’epoca (quella raccontata nel romanzo dello scrittore spagnolo) in cui si narra il passaggio da un periodo storico a un altro e la morte della cavalleria e delle sue vestigia. Ossessione che ha colpito anche un altro regista, Orson Welles, che si portò dietro le bobine del girato del suo “Don Chisciotte” per tutta la vita, senza mai finirlo (un’edizione spuria vide la luce solo dopo la sua morte, con una versione adattata e montata da Jess Franco e aiutato da Oja Kodar, musa e ultima compagna di Welles).

Gilliam è stato più fortunato (e, forse, anche più determinato) del genio americano e alla fine il “suo” Don Chisciotte ha visto il buio dei cinema. L’ideazione, il primo tentativo di realizzazione, l’abortire del lavoro, gli innumerevoli esperimenti di resuscitarlo negli ultimi vent’anni e infine la definitiva rinascita di “L’uomo che uccise Don Chisciotte” ne fanno un’epica in sé che travalica tempo e spazio, cinema e vita, fantasia e realtà, facendone un’opera tautologicamente metacinematografica. Del resto, la prima idea di creare il film, in cui la materia di Cervantes è difficile da portare sullo schermo in tempi moderni (e già lo stesso Welles lo aveva capito), conduce Gilliam a una versione in cui Johnny Depp è un uomo moderno che viene catapultato nel passato e scambiato per Sancho Panza da Don Chisciotte (ispirandosi a  “Un americano alla corte di Re Artù” di Mark Twain), lavorando sui passaggi temporali tra presente e passato, un po’ come aveva già fatto con l’andirivieni temporale de “I banditi del tempo” (1981).

Il cinema come macchina del tempo

Ritornando all’attuale versione di “L’uomo che uccise Don Chisciotte”, proprio la storia personale di Gilliam ha fatto prendere forma all’opera.

Il giovane regista Toby Grisoni (Adam Driver) si trova in Spagna a girare uno spot commerciale con protagonista Don Chisciotte. Toby è tutto preso da se stesso, giovane genio arrogante e donnaiolo, amante della moglie del capo che una sera, per puro caso, ritrova una copia del suo lavoro giovanile, un film su Don Chisciotte da lui girato, nei medesimi luoghi dello spot, dieci anni prima (che lo rese famoso e premiato e di cui aveva dimenticato la bellezza originaria della sua ispirazione). Rapito dai ricordi, cerca i vecchi luoghi e protagonisti: scopre così che il vecchio ciabattino Javier, che interpretò Don Chisciotte (Jonathan Pryce), è rimasto imprigionato nel personaggio credendosi veramente il cavaliere errante della Mancha e riconoscendo Toby come il fedele scudiero che ritorna per liberarlo; e la giovane ragazza Angelica (Joana Ribeiro), attrice di un’ideale Dulcinea, figlia del locandiere del piccolo villaggio Los Suenos a cui lui aveva prospettato una fulgida carriera, la ritrova invece come escort al servizio di un magnate russo della vodka, che – manco a farlo apposta – il suo capo deve incontrare per trattare sulla produzione di un altro lavoro commerciale con Toby come regista.

“L’uomo che uccise Don Chisciotte” si trasforma così in un’avventura barocca, piena di colpi di scena e di svolte narrative, dove il cinema del passato s’innesta materialmente nel cinema contemporaneo, con inquadrature attraverso finestre che sono passaggi temporali tra il passato e il presente di Toby, ma che fungono anche come macchina del tempo, con cui il passato cambia il futuro (presente) continuamente. E se i cittadini di Los Suenos cercano di mettere in scena la Spagna dei cavalieri per “risvegliare” il povero Javier, senza riuscirci, in realtà avviene il contrario: Toby lentamente diventa sempre più legato al nuovo ruolo di Sancho Panza per seguire Don Chisciotte. La metamorfosi continua tra televisione commerciale, cinema d’autore del passato e cinema del presente, che scorre davanti agli occhi dello spettatore, fa di “L’uomo che uccise Don Chisciotte” un’opera magmatica, ricca di significati sulla forza mutante del sogno che modifica continuamente la realtà, erodendone i confini, mischiando gli spazi geografici e i piani temporali, dove l’immaginazione viene svelata e quello che appare non sempre è ciò che sembra, in un gioco dove la scenografia, i costumi e il profilmico sono compenetra(n)ti nella pulsione scopica di Toby, di Gilliam e dello spettatore, in una circolarità visiva che rende la visione della pellicola un tunnel di immagini che turbinano in salti che di lineare non hanno nulla, in una sceneggiatura costruita per quadri che s’intersecano tra di loro come in un tesseratto tridimensionale che ricorda quello di “Interstellar” di Nolan, dove Gilliam gioca con il suo passato e con quello dei personaggi.

La moltiplicazione dei Don Chisciotte

Il personaggio di Don Chisciotte è la metafora della ricchezza della fantasia contro il cinismo della realtà, la potenza dell’immaginazione è l’alabarda con cui il cavaliere combatte contro i mulini a vento che lui vede come dei pericolosi giganti. È oltretutto significativo che nelle prime sequenze del film Toby giri il suo spot commerciale con un finto Don Chisciotte all’interno di un campo eolico, dove le pale del vecchio mulino, ricostruito per il set, sono circondate dalle pale eoliche che girano vorticosamente, in un affiancamento visivo tra passato e presente, tra finzione e realtà, tra artigianato e tecnologia, che diventa anche la cifra stilistica dell’opera di Gilliam. Ma non esiste, appunto, un solo Don Chisciotte. Tutti noi lo siamo e la sua moltiplicazione sullo schermo è una metafora di un’icona che sopravvive a se stessa. Abbiamo quindi il primo durante la ripresa dello spot con cui inizia “L’uomo che uccise Don Chisciotte”; il secondo durante il film con lo stesso titolo, girato dal giovane Toby, con intere sequenze in bianco e nero che s’incistano nel corpo dell’opera di Gilliam; il terzo, protagonista del film di Gilliam, Javier, che crede di esserlo e di vivere nel passato (o in un presente alternativo); infine, un quarto, lo stesso Toby che, dopo aver ucciso per errore il vecchio Javier, impazzisce di dolore e diviene egli stesso Don Chisciotte.

Fin qui, è ciò che si vede sullo schermo. Ma al di là della messa in quadro, l’aspetto metacinematografico che mette in scena Gilliam lo trasforma in un altro Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento delle avversità della produzione cinematografica, rapito dalla realizzazione di un sogno, così come molti protagonisti della troupe, composta da altri don chisciotte e sancho panza (dal direttore della fotografia, l’italiano Nicola Pecorini, al co-sceneggiatore Tony Grisoni, che lo hanno seguito nell’avventura in tutti questi anni fin dall’inizio). La moltiplicazione della figura di Don Chisciotte diviene così la metafora dell’immortalità di un personaggio che materializza in corpo e volto la voglia di sognare di ogni uomo in cerca di libertà, di creare un mondo a sua immagine e somiglianza.

Dal suo capolavoro “Brazil“, passando per “La leggenda del Re pescatore”, “L’esercito delle 12 scimmie” e “Tideland“, Gilliam, nelle opere migliori, lavora sempre partendo da un presente reale per narrare la ricerca di un mondo che si nutre di fantasia e di immaginazione, mischiando l’alto e il basso, la teatralità della macchina scenografica con la tecnologia della ripresa, il barocchismo dei costumi con la semplicità umana dei personaggi. E se con “The Zero Theorem” rifaceva in tono minore il suo cinema del passato, con “L’uomo che uccise Don Chisciotte” ripete la magia di nuovo creando un’opera cinematografica che diventa l’ultimo tassello di uno sregolato, geniale, costruttore di mondi pieni di realtà e fantasia.

29/09/2018

Cast e credits

Titolo Originale
The Man Who Killed Don Quixote
Distribuzione
M2 Pictures
Durata
132'
Produzione
Alacran Pictures, Amazon Studios, Entre chien et loup, Eurimages, Movistar, Proximus TV, RPC, T, TVE
Sceneggiatura
Terry Gilliam, Tony Grisoni
Fotografia
Nicola Pecorini
Scenografie
Benjamín Fernández
Montaggio
Lesley Walker, Teresa Font
Musiche
Roque Baños
Costumi
Lena Mossum

Trama

Javier, dopo aver girato un film, impazzisce e si convince di essere Don Chisciotte. Il regista Toby, tornado a girare uno spot pubblicitario, lo incontra e viene scambiato per il suo fedele scudiero Sancho Panza. I due s’imbarcano in un viaggio straordinario e allucinato, sospeso tra i giorni nostri e un magico passato, alla ricerca del senso dell’arte, della creazione artistica, dove il sogno si mischia con la realtà, fino al finale dove Toby si trasforma in una nuova versione di un Don Chisciotte che girovaga all’inseguimento dei propri sogni.
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