L’amore che resta

L’amore che resta


Gus Van Sant

Drammatico | Usa
(2011)

L’amore al cinema è stato ormai declinato in tutte le sue possibili forme. Preso sul serio (sul tragico) o irriso, masticato e rimodellato. L’amore si presta però a letture infinite, fonte inesauribile da qui all’eternità del cinema. olto più difficile donare varianti al tema della morte, troppo tragico per essere coniugato a spiragli proiettati in una sfera di ottimismo nel presente e di speranza futura. Restless” si serve dell’amore per raccontare il tema della morte con leggerezza o, a preferenza, gira intorno alla morte per cavare i residui amorosi sparpagliati lungo una vita (breve o lunga che sia) in fase terminale o appena conclusa.

Ma che Van Sant è quello che si/ci introduce in un’atmosfera tanto arrischiata? Un universo che richiede di stabilirsi perennemente in uno status in bilico tra dramma e commedia, su una corda emotiva tesa e sempre sul punto di spezzarsi. Il cineasta di Louisville nel corso del decennio da poco concluso ha sapientemente alternato una narrativa classica, obbedendo più o meno fedelmente a canoni estetici hollywoodiani (tradendoli qua e là) e una visione del cinema sperimentale, con i proverbiali silenzi, i piani sequenza, le asettiche carrellate.

Il Van Sant di “Restless” trova una terza via, non una sintesi delle sue due recenti anime, e forse nemmeno una vera ricongiunzione a sue vecchie opere (“Drugstore Cowboy”, “Belli e dannati”), seppur le più accomunabili al suo ultimo film. Un anti-melodramma dell’anima.

La poesia nasce dalle piccole cose, dai colori autunnali (il clima, dentro e fuori i personaggi era, è e resterà autunnale), dagli uccellini che cinguettano sui rami di alberi spogli, da sorrisi abbozzati.

Se i ragazzi d’oggi vogliono tutto e subito, i giovani Enoch e Annabel aspettano. Il tempo stringe, ma attendono con pazienza le palpitazioni amorose, lo scorrere delle mani sulle guance dell’altro, un delicato bacio, una lacrima di gioia, un’altra dell’inevitabile dolore finale. I due protagonisti vanno in controtendenza, in simbiosi con il film stesso che abitano. Non urlano, sussurrano. Non ricattano, sfiorano. Hanno un codice di dignità che, nonostante la vita possa intraprendere le strade più buie, provano a portare a compimento.

Enoch e Annabel rappresentano anche due solitudini che, incrociandosi restano forse tali, ma rafforzate dall’esperienza di coppia possono affrontare la vita che resta, piuttosto che cadere nella negazione dei giorni ultimi. Resta un dubbio: ma Enoch riuscirà ad amare la sua vita futura? A tal proposito è lecito avere dei dubbi.

Impregnato di malinconia, di piccole emozioni che sanno farsi grandi come gli imponenti temi trattati, “L’amore che resta” è un film forse programmaticamente commovente, una macchina sincera ma, al contempo, probabilmente studiata, forse ripetitiva e con il fiato appena un po’ corto. Ma l’adesione dei due protagonisti (se Henry Hopper, figlio di Dennis, è praticamente un esordiente, la graziosissima Mia Wasikowska è una conferma) e il tocco anti-retorico di Van Sant ne fanno comunque un’occasione da affrontare a cuore aperto.

07/10/2011

Cast e credits

Titolo Originale
Restless
Distribuzione
Warner Bros
Durata
91'
Produzione
Imagine Entertainment; Columbia Pictures; 360 Pictures
Sceneggiatura
Jason Lew
Fotografia
Harris Savides
Scenografie
Anne Ross
Montaggio
Elliot Graham
Musiche
Danny Elfman
Costumi
Danny Glicker

Trama

Annabel Cotton è una bella e dolce malata terminale di cancro che ama intensamente la vita e il mondo della natura. Enoch Brae è un ragazzo che si è isolato dal mondo da quando ha perso i genitori in un incidente. Quando i due si incontrano a una cerimonia funebre, scoprono di condividere molto nella loro personale esperienza del mondo. Per Enoch, comprende il suo miglior amico, Hiroshi, fantasma di un pilota kamikaze giapponese. Per Annabel, la sconfinata ammirazione per Charles Darwin e l'interesse per come vivono le altre creature. Quando Enoch scopre che ad Annabel resta poco da vivere, si offre di aiutarla ad affrontare gli ultimi giorni con irriverente abbandono, sfidando il destino, la tradizione e la morte stessa.
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