La mia vita con John F. Donovan

La mia vita con John F. Donovan


Xavier Dolan

Drammatico | Canada, Regno Unito
(2018)

la mia vita con john f. donovan

Il caso “John F. Donovan” 

Prima di procedere all’analisi occorre forse ripercorrere brevemente la travagliata produzione de “La mia vita con John F. Donovan”, insipido adattamento del ben più altisonante “The Death and Life of John F. Donovan”. All’indomani della presentazione del suo titolo più sottostimato, “È solo la fine del mondo“, che pure gli fece guadagnare il Grand Prix al Festival di Cannes, il ventisettenne regista inizia subito a girare il suo primo film in lingua inglese, ampiamente anticipato dalla lunga sequenza di attori che vi avrebbero preso parte: Kit Harington, Jessica Chastain, Kathy Bates, Natalie Portman, Susan Sarandon, tanto per fare i nomi più famosi. Le riprese si concludono nella primavera del 2017 e Dolan passa alla post-produzione che, per gli standard di un autore che aveva all’attivo sei film in sette anni, dura un’eternità e si rivela particolarmente complessa. Infatti, quasi un anno dopo annuncia a malincuore di aver tagliato integralmente il personaggio di Jessica Chastain e prima dell’inizio del Festival di Cannes, dove la sua opera era data per certa, afferma di sentire di dover ancora perfezionare il montaggio. Si arriva dunque a settembre, alla presentazione al Festival di Toronto, nella cui cornice si compie il massacro: la critica internazionale (in particolare quella anglosassone) attendeva “The Death and Life of John F. Donovan” coi fucili spianati e mai un film di Dolan, che ha sempre ispirato eguale ammirazione e antipatia, era stato trattato in modo così impietoso. Il lavoro scompare dai radar della distribuzione e, al momento, è uscito solo in Francia e in Italia. Quasi a conferma della disaffezione di Xavier verso il suo progetto anglofono, il regista si è affrettato a tornare in Québec dove in tempi record (il tournage è iniziato ad agosto 2018) ha girato e montato il più intimo “Matthias & Maxime“, portato in concorso all’ultimo Festival di Cannes che l’ha riaccolto a braccia aperte.

The Death and Life of Xavier Dolan

Dopo essere esploso a vent’anni con “J’ai tué ma mére“, Dolan non si è mai fermato, diventando ben presto l’autore di riferimento per la sua generazione e firmando almeno due opere che hanno suscitato un culto non indifferente negli ultimi anni, ossia “Laurence Anyways” e “Mommy“. Al cuore del suo cinema si ritrovano dei motivi ricorrenti che hanno spesso una matrice autobiografica poiché, che sia solo dietro la macchina da presa o anche di fronte, Dolan parla sempre di sé: il rapporto di odi et amo con la madre e l’assenza del padre, l’elaborazione dell’omosessualità per esplorare se stessi o come rimosso, la definizione di un’identità in relazione ai propri desideri, alla propria sessualità e le difficili conseguenze che ne derivano. A partire da “Tom à la ferme” fanno capolino l’elaborazione del lutto e la morte, che diviene l’elefante nella stanza in “È solo la fine del mondo”, dove un giovane autore affermato torna a casa dopo dodici anni per annunciare alla sua disfunzionale famiglia la sua malattia terminale. Anche “La mia vita con John F. Donovan” inizia con la notizie di una morte, quella della star televisiva del titolo e nel prosieguo sembra voler rappresentare la summa della poetica dell’autore. Dal prologo ambientato in una tavola calda nel 2006, quando l’undicenne Rupert sente al telegiornale la sconvolgente notizia del precoce decesso del suo idolo, si passa al presente (2017) quando lo stesso, ora giovane attore, ha appena pubblicato un memoir su Donovan in cui ricostruisce lo scambio epistolare che hanno intrattenuto per cinque anni. Il protagonista viene intervistato da una riluttante giornalista politica e si ricrea pertanto la medesima cornice di “Laurence Anyways”; se Laurence, però, parlava di sé e la regia non abbandonava quasi mai il suo punto di vista, Rupert mette in parallelo sia la sua esperienza di undicenne sia quella di John Donovan. Dolan non è mai stato un autore realista e ha spesso forzato la coerenza interna per elaborare la propria visione, ma qui la cornice è tanto artificiosa e superflua da affaticare la narrazione, finendo per avere soltanto l’imbarazzante compito di mettere in chiare lettere la posizione dell’autore: anche i problemi del “primo mondo” hanno il diritto di essere raccontati, tanto quanto le tragedie del terzo.

Lo scambio epistolare, utilizzato quale detonatore per la crisi esistenziale del già tormentato John F. Donovan, è trattato alla stregua di un mcguffin fino alle battute finali, tanto da indurre a dubitare sulla sua reale pregnanza all’interno dell’intreccio. Lo spunto deriva da un ormai noto aneddoto biografico che vede un Dolan bambino che scrive un’accorata lettera a Leonardo DiCaprio, dichiarandogli il suo amore di fan e annunciando di voler intraprendere la medesima carriera. Il film non è però un semplice what if in cui l’autore fantastica su cosa sarebbe successo se DiCaprio gli avesse davvero risposto, ma una forma di strano raddoppiamento/sdoppiamento nel quale Dolan analizza sia la definizione dell’identità in un ragazzino, sia la difficile maturazione in età adulta, quando un successo improvviso influenza la percezione di sé presso gli altri. Profeticamente azzeccata la scelta di far interpretare John F. Donovan a Kit Harington, la cui notorietà è dovuta alla serie “Game of Thrones“, conclusa la quale l’attore è andato a trascorrere persino un periodo in rehab per “lavorare su se stesso”. L’identificazione tra l’attore e un personaggio cucito intorno a lui è forse uno degli aspetti più intriganti in una pellicola fortemente sbilanciata e imperfetta, che mette ancora in scena i conflitti di due figli con le rispettive madri. Alcolizzata e irritante, per quanto innamorata del proprio figliol prodigo, la Grace-madre di John (Susan Sarandon) è l’ennesima mater dolaniana, mentre è più singolare la scelta di Natalie Portman quale genitrice di Rupert: ex attrice, appena trasferita col figlio in un sobborgo londinese, deve lottare con le bizze di questo bambino egualmente dotato e saputello, che vive per la serie tv di cui Donovan è protagonista, le nasconde di aver iniziato cinque anni prima un rapporto epistolare con l’attore e viene bullizzato in classe (“perché ultimo arrivato e attore-bambino” sentenzia lui, perché gay dice il compagno che l’ha preso di mira). Mai ricordiamo un’interpretazione della Portman così legnosa e confusa, mentre la Sarandon risolve il personaggio semplicemente recitando sopra le righe: e sopra le righe sono sempre apparsi il cinema e le performance di Dolan, ma i litigi furiosi e gli strepiti possedevano un fuoco emozionale e anche una metrica dialogica, donata dal québécois, qui del tutto assente. È in tal senso l’opera più pesante del regista, in cui i vezzi si trasformano tragicamente in vizi e il risultato sembra firmato da un imitatore. La sensazione è peraltro acuita dall’accumularsi disordinato di temi e situazioni che non vengono mai sviluppate compiutamente; il rapporto tra Donovan e lo show business è basato su uno sguardo stereotipato e provinciale, in cui la star è costretta a reprimere la propria omosessualità, l’agente si rivela essere una donna assai materna che lo silura per senso di responsabilità e la discesa artistica dell’attore è esulcerata da scandali di gravità alquanto discutibile. Questa disperata ricerca di melò, la cui rielaborazione è stata finora una delle chiavi di originalità delle forme del cinema dolaniano, è per la prima volta solo fiacca ostentazione deprivata di energia vitale.

Dalla maniera all’anonimato

Il primo tempo de “La mia vita con John F. Donovan” è saturo dei tratti stilistici di Dolan, tanto da divenire un manieristico campionario: lavoro sulla messa a fuoco tra primo piano e sfondo, primissimi piani, dettagli, inquadrature particolarmente strette, filtri e ostacoli che circoscrivono il visibile dell’inquadratura così da renderle asfissianti e quasi claustrofobiche, soprattutto, se rapportate all’uso del formato panoramico. Le motivazioni di una tale pervicacia sono narrativamente deboli e non si rileva alcuno sviluppo climatico se non nelle scene madri, nelle quali il montaggio frammentato è volto a mostrare il disagio dei personaggi (ad esempio di John che torna a casa per una cena di famiglia), ma ciascuno di questi elementi risulta innaturalmente goffo e ridondante. Wesley Morris, scrivendo da Cannes di “Mommy”, ne sintetizzò in modo folgorante lo stile dicendo che il regista amava essenzialmente due cose: “slow motion and enormous emotion“. E di queste due caratteristiche “La mia vita con John F. Donovan” sarebbe anche colmo, almeno nelle intenzioni, perché nell’esito gli slow motion scontati sulle luci di Hollywood e sulle ombre delle passioni segrete di Donovan spiccano sull’enormità delle emozioni, le quali sono più urlate che veramente sentite. Incredibile che un regista attento al termometro emotivo della propria opera, capace di realizzare sequenze potenti in ogni pellicola, arrivi a replicare stancamente se stesso: come ad esempio nella scena in cui John, in piena regressione infantile, canta in bagno con la madre e il fratello una canzone dei Lifehouse, oppure nella corsa al ralenti e sotto la pioggia di Rupert e di sua madre, commentata da “Stand By Me” nella versione di Florence + The Machine. Dolan è un autore generazionale e il dialogo con il suo pubblico privilegia l’esibizione di una cultura ultra-pop che va dalle canzoni (solo in questo film si ascoltano Blink 182, Sum 41, Green Day, Verve) all’immaginario cinetelevisivo (da un paio di gag alla “Mamma ho perso l’aereo” alla sigla della serie tv, un mash-up tra quella di “Buffy”, “Roswell” e “Streghe”). Ma se il suo talento istintivo e un’ispirazione genuina hanno finora mutato scelte pericolosamente trash in momenti di grande cinema, ne “La mia vita con John F. Donovan” le cose migliori rimangono le intenzioni d’autore poiché la stilizzazione impressa alla pellicola rischia l’autoparodia. Questo suo settimo lungometraggio contiene inoltre il tortuoso tracciato che il regista ha attraversato per portarlo a termine, se si considera la vistosa differenza che intercorre tra prima e seconda parte, quando, dismessi i panni dello stilista, Dolan si limita a raccontare la parabola discendente di John F. Donovan. Quasi impaurito di una mancanza di chiarezza, il regista esagera in didascalie fino a episodi ridondanti che commentano e spiegano in un esiziale percorso dal sapore epifanico. Quando un cinema meravigliosamente sfrontato si limita al découpage, all’impaginazione corretta ma priva di personalità, allora qualcosa non ha funzionato. E, purtroppo, ne “La mia vita con John F. Donovan” bisogna sforzarsi per cogliere che cosa lo abbia fatto.

29/06/2019

Cast e credits

Titolo Originale
The Death And Life Of John F. Donovan
Distribuzione
Lucky Red
Durata
127'
Produzione
Lyla Films; Sons Of Manual; Warp Films
Sceneggiatura
Xavier Dolan, Jacob Tierney
Fotografia
André Turpin
Scenografie
Colombe Raby, Pascale Deschênes
Montaggio
Xavier Dolan, Mathieu Denis
Musiche
Gabriel Yared
Costumi
Pierre-Yves Gayraud, Michele Clapton

Trama

Rupert Turner è sempre stato un grande fan di John F. Donovan, star del cinema e della televisione, morto solo e in disgrazia dopo una serie di scandali che lo hanno coinvolto. Dopo la sua morte, Rupert racconta, in un'intervista con la giornalista Audrey Newhouse, la sua amicizia epistolare con l'attore durata cinque anni e iniziata quando aveva undici anni. Attraverso le loro lettere Rupert racconta la sua vita tormentata, tra i compromessi con la fama e pregiudizi che hanno ostacolato la sua breve vita.
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